Usi dei segni di interpunzione, regolarità e diversità in relazione ai generi testuali, agli stili e alle occasioni di scrittura: in un agile manuale le risposte ai dubbi più frequenti, le indicazioni pratiche, le riflessioni sul ruolo della punteggiatura nella costruzione del testo, scaturite dalle analisi di una ricca serie di esempi.
Dopo una lettura così sovrabbondante di virgole da provocarmi un’indigestione, ho deciso di riprendermi leggendo “Prontuario di punteggiatura”. Quali sono e che significato hanno i segni d’interpunzione? Quale logica giustifica la scelta di un sistema interpuntivo “bizzarro” di certi autori? Quali sono le regole fondamentali per usare correttamente la punteggiatura? Quando e come scegliere il segno più indicato? Il prontuario (mica tanto) è ricco di esempi (dagli autori classici alla Costituzione). L’autrice “istiga” alla riflessione; e il dubbio s’insinua, mentre scrivo. Avrò messo punti e virgole al posto giusto? Ho provato tanta tenerezza per lo sfortunato punto e virgola. Mi ci sono affezionata. Trascurato, sottovalutato, abbandonato. Addirittura evitato nella scrittura online, e non solo. Povero punto e virgola emarginato. Sento anch’io di dovergli delle scuse. Spero solo, d’ora in poi, di non andare in crisi ogni volta che dovrò interpungere.
Credo che ogni tanto faccia bene leggere, o rileggere, testi che ci aiutano a comprendere e usare correttamente la lingua italiana. O almeno ci provano :)
Il trattatello, nel suo intero, incorre in una curiosa contraddizione. Oltre ad analizzarla in dettaglio, spiega benissimo come nei secoli l'interpunzione sia diventata integrante alla scrittura, per una più immediata comprensione. Lo fa, tuttavia, in modo concettualmente complesso, tanto da risultare qui e là complicato. Indirizzare le proprie lezioni ai colleghi, prima che a un'ampia divulgazione, è malvezzo accademico duro a morire. Peccato, perché il libercolo è interessantissimo e davvero illuminante. Alcuni passaggi logici, con i quali si dà ragione della necessità dei segni, sono brillanti; inducono a una scelta autonoma con lo spessore e l'acume del compendio filosofico. Ma la lingua è dottorale; i periodi sono spesso lunghi, faticosi, e lo svolgimento dell'intero discorso un po' bizzarro. Il trattato è esaustivo, quindi utile e soddisfacente. Ma richiede una preparazione, oltre a una passione, per essere domato. Consiglio di leggerlo... al contrario, partendo dalla terza parte, proseguendo con il corpo centrale e concludendo con l'introduzione e il primo capitolo. Tre stelline per la complessità. Sarebbero state quattro, o cinque, tanto il bisogno di unificazione sull'argomento.
Credo che all'autrice sfugga la definizione di "prontuario". Ho trovato questa lettura ingiustificatamente pesante e pretenziosa. Cercavo un prontuario, ma ho trovato un saggio che non funge affatto da tale.
Il sunto è: "Bah, la punteggiatura è stata usata in tutti i modi, fate voi".
Ma poi perché queste edizioni terribili? Un libro facile da sfogliare no?
Chi scrive in rete ha sempre delle idee molto personali di quali simboli di punteggiatura usare e dove collocarli. Il guaio è che a volte si leggono testi in teoria più duraturi dove le virgole devono essere state gettate un po' come il grano nella parabola del buon seminatore: dove casca, casca. Questo libro spiega molto chiaramente l'evoluzione dei segni di interpunzione, e mostra al lettore una serie di esempi tratti dalle fonti più disparate - scrittori, ma anche giornalisti, testi legali e la nostra Costituzione - per dare un'idea del loro uso corretto, e delle trappole logiche nascoste: molti di questi segni, la virgola innanzitutto, hanno infatti il doppio scopo di indicare l'intonazione della frase da un lato, con le pause che si dovrebbero fare mentre si legge, e la struttura della frase dall'altro. La fregatura è che questi usi sono spesso incompatibili, e oggigiorno si tende a preferire il secondo; ma molti non lo sanno, facendo così scempio della sintassi. Purtroppo la scelta di essere descrittivo e non prescrittivo nuoce molto a quello che a leggere il titolo dovrebbe essere lo scopo del libretto: leggendolo l'ho apprezzato, ho scoperto che la grammatica italiana è molto, molto, molto più complicata di quanto mi insegnarono a scuola più di trent'anni or sono, ma non saprei ripetervi una singola regola. Giudizio misto, insomma.
Il titolo "prontuario" e la pubblicazione in una collana dal nome "universale" credo ingannino più di un lettore. Questo è un testo puramente universitario che è impossibile leggere: è necessario studiare.
Sono fondamentali carta e penna per tracciare schemi da poter seguire e poter riprendere le fila del discorso, altrimenti non c'è modo di seguirlo. Non ci sono dubbi che la professoressa Garavelli sia una docente molto esperta, ma purtroppo questo non implica che sia in grado di spiegare in modo chiaro e limpido. Non mi aspetto un "for dummies", ma semplicità di esposizione e chiarezza nella stessa sì.
Il libro, da questo punto di vista, è semplicemente illeggibile e avrebbe avuto bisogno di editing grafico pesante.
Tre esempi per chiarire il mio punto di vista.
-A pagina 26 risponde alla domanda n. 6 elencata a pagina 13. Dopo 13 pagine di testo pretendere che il lettore si ricordi quale fosse la domanda è - perdonatemi l'arroganza - stupido (e una mancanza di rispetto). Ogni blocco di testo con la risposta avrebbe necessitato di un titoletto con la ripetizione della domanda. Non è l'unico esempio. Tutto il volumetto avrebbe bisogno di un trattamento "da web" con divisioni grafiche più nette per migliorare la leggibilità. Perché non dimentichiamo che questo in teoria non è un saggio di linguistica, ma - appunto - un prontuario.
-La scelta, anche questa volta "grafica", di numerare gli esempi e poi citarli per numero, costringendo il lettore a ripercorrere indietro le pagine per capire e trovarli. (Con casi eclatanti in cui il numero di pagine da sfogliare è notevole...) Sarebbe stato così "difficile" per l'autore o il redattore ripetere gli esempi?
-L'uso di citazioni costanti all'interno del testo rendono la lettura poco scorrevole. Perché non lasciare il paratesto nelle note?
[Avrei fatto volentieri a meno anche del filosofeggiare di linguistica, ma questo è un nit personale. Detesto la materia.]
Alla fine della lettura, non mi è rimasto molto in mente, se non la critica alla scarsa capacità comunicativa di questo libro. So che non è l'autrice, di cui ho letto con piacere e senza problemi Il parlar figurato: manualetto di figure retoriche. Ma, pur con le pillole di conoscenza apprese, non posso consigliare il Prontuario.
Mi sono avvicinata al libro con lo scopo di comprendere meglio i fondamenti della punteggiatura, per scoprire quanto l'uso che ne faccio sia corretto e come io possa migliorare. Tuttavia, a parte qualche spunto veramente interessante il libro disorienta da quanto è caotico e complesso nell'esposizione: gli argomenti della prima sezione sono ripresi nella seconda, ci sono continui rimandi ad esempi precedenti che impongono al lettore di interrompere il filo del discorso per andare a cercare la pagina giusta, molto spesso l'autrice usa un lessico specifico (o semplicemente inusuale) senza nemmeno dare delle spiegazioni chiare. Inoltre, ho trovato alcune citazioni senza riferimenti bibliografici; errore che definirei imperdonabile in un simile testo. Per quanto riguarda i contenuti, non sempre li ho trovati soddisfacenti: manca una vera e propria esposizione di linee guida e, benché io possa essere d'accordo con l'idea che la punteggiatura vari molto in base al gusto personale, non credo che una semplice esposizione delle possibilità di utilizzo sia la via da percorrere per scrivere un prontuario. Gli esempi sono numerosi e questo è positivo, però non possono essere dei sostituti delle spiegazioni. Del libro salvo l'ultima parte, anche se avrei preferito trovarla come una più estesa introduzione agli argomenti, e qualche passaggio delle spiegazioni: non dubito che ci ritornerò in futuro.
Testo che pur presentandosi come prontuario è più di natura saggistica. Il lessico molto tecnico, per chi non è avvezzo alla terminologia in uso nella linguistica, potrebbe risultare pesante e difficile alla lettura. Tuttavia, gli esempi riportati più e più volte nel corso della trattazione - sebbene "saltino" da una pagina all'altra - rendono la codificazione delle regole sulla interpunzione più comprensibili nel secondo capitolo, che è la vera bestia nera di tutto il libro.
Il consiglio è dunque di partire dal terzo capitolo, in cui si digredisce sulla storia della punteggiatura; oppure, se siete solo interessati a trattarlo come un semplice manuale di sopravvivenza alla corretta interpunzione, potrete limitarvi sempre, con tutte le difficoltà del caso, a leggere il solo capitolo centrale.
Libro interessante: rende chiaro, soprattutto tramite esempi, come andrebbe usata (e come viene interpretata a volte liberamente) la punteggiatura. Testo non facilissimo, leggo in alcune recensioni. Forse i recensori si aspettavano un prontuario per alunni delle elementari. Qui non manca niente: i termini tecnici servono per dare un nome a "quella cosa che faccio dando un certo senso alle frasi con le virgole o i due punti". Testo consigliato per gli amanti della lingua.
Un libro molto colto, scritto in splendido italiano, ma poco orientato a dare consigli pratici. Probabilmente l'argomento non aiuta... Però dopo averlo letto non mi sento molto più capace nell'uso della punteggiatura. Più consapevole, però, sicuramente sì.
Utilissimo compendio per chi, come me, vuole conoscere meglio la propria lingua sia a fini personali che professionali. Ben organizzato e ben scritto. Indispensabile!
Mi sono avvicinata a questo libro perché ne aveva parlato Luca Serianni in Prima lezione di grammatica. Siccome ultimamente sono in vena di saggi sulla lingua l'ho cominciato subito. Ma la differenza con Serianni si nota dalla prima pagina.
Se Serianni è in grado di scrivere in modo semplice anche quando spiega concetti complessi, la Mortara Garavelli è riuscita a rendere complessi anche pensieri molto semplici. Se Serianni può essere letto in treno, questo dovrebbe essere affrontato con i pennarelli per sottolineare e sfrondare.
L'idea di tutti gli esempi tratti da testi reali è molto bella, ma che l'autrice pretenda che il lettore zompetti come un capretto da pagina 80 a pagina 50 per ricercare quella determinata citazione... No! Caspita!
Certo dice cose interessanti, ma le rivolge ad un pubblico molto specialistico. E io non vado d'accordo con quegli autori che si sentono tanto superiori ai loro lettori. Purtroppo queste cose le dice anche in ordine sparso, un po' qui e un po' lì, e spesso si perde il filo.
L'ultimo capitolo, quello sulla storia della punteggiatura, è il più curioso ma anche il più breve. Se l'autrice ci avesse speso una decina di pagine in più, sarebbe stato ancora meglio.
Beh, interessante. Ma se fosse stato scritto da Serianni sarebbe stato decisamente più leggibile.
Si può scrivere un saggio o un manuale per il piacere di usare periodi e parole inusuali, nello stile della literary fiction? Dopo aver letto questo piccolo libro posso rispondere affermativamente. L'argomento trattato non è tra i più amati dagli italiani, forse gareggia con la matematica, e l'autrice aiuta la naturale ritrosia all'argomento: usa uno stile fin troppo ricercato e retorico, ogni parola è uno scoglio alla scorrevolezza e i paragrafi sono rotti da continui esempi. Un altro punto a sfavore degli esempi è la scelta di usare estratti di pubblicazioni: pochi esempi sono moderni e la maggior parte viene analizzata per il solo soggetto del capitolo (questo potrebbe essere visto da alcuni come punto positivo) E' da salvare l'ultimo capitolo, una breve storia della punteggiatura, che presenta uno stile più leggero.
Prontuario non infinitamente comprensibile. Soprattutto per coloro che non hanno un IQ alto: sono il primo ad averlo basso/medio e la lettura non è stata molto fluida. Anyway questo è un ottimo libro che, seppure non vi toglierà tutti i vostri dubbi sulla punteggiatura e poteva essere fatto meglio (magari spiegando i significati di alcuni termini dall'autrice usati, così da non dover far andare i lettori a cercarli su internet), fa il suo dovere.
Partendo dal presupposto che sono convinta che la punteggiatura, salvo casi da considerarsi necessariamente errori, sia una cosa piuttosto personale, mi sono trovata in disaccordo con molte delle indicazioni fornite, forse perché troppo "lontane" dal mio stile di scrittura. Il libro sarebbe potuto essere utile per chi sente la necessità di chiarirsi le idee sulle regole di base per poi magari sviluppare un proprio stile, ma i periodi troppo lunghi, a tratti filosofeggianti, e di difficile comprensione, non fanno altro che confondere il lettore. Ho interrotto la lettura poco dopo la metà.