Fra i lettori appassionati di Hillman si sentono spesso ricordare due scritti, vere gemme della sua produzione: il saggio sul tradimento e "Senex e puer". Di fatto sarebbe difficile trovare una migliore via d’accesso al pensiero di questo autore. Nel primo caso perché in poche pagine egli ci offre un’analisi esemplare di una di quelle realtà condannate e deprecate che solo lo scandaglio psicologico riesce a illuminare dietro le grevi cortine della morale. E questa, come sappiamo, è una linea che Hillman ha in seguito ampiamente sviluppato. Nel secondo perché la caratterizzazione del Puer aeternus e quella parallela del Senex hanno una tale precisione e capacità individuante da offrirsi come ausilio immediato per riconoscere nella nostra psiche, in tutti i loro camuffamenti, i tratti dell’eterna fanciullezza e della saturnina vecchiaia. "Il tradimento" e "Senex e puer" sono entrambi nati come conferenze, rispettivamente tenute a Londra nel 1964 presso la Guild of Pastoral Psychology e nel 1967 ai seminari di Eranos.
James Hillman (1926-2011) was an American psychologist. He served in the US Navy Hospital Corps from 1944 to 1946, after which he attended the Sorbonne in Paris, studying English Literature, and Trinity College, Dublin, graduating with a degree in mental and moral science in 1950.
In 1959, he received his PhD from the University of Zurich, as well as his analyst's diploma from the C.G. Jung Institute and founded a movement toward archetypal psychology, was then appointed as Director of Studies at the institute, a position he held until 1969.
In 1970, Hillman became editor of Spring Publications, a publishing company devoted to advancing Archetypal Psychology as well as publishing books on mythology, philosophy and art. His magnum opus, Re-visioning Psychology, was written in 1975 and nominated for the Pulitzer Prize. Hillman then helped co-found the Dallas Institute for Humanities and Culture in 1978.
Retired into private practice, writing and traveling to lecture, until his death at his home in Connecticut on October 27, 2011 from bone cancer.
La prima parte : Il tradimento, veramente interessante e piaciuta - anche più della prima lettura - ( forse perché con gli anni di tradimenti ne subisci sempre più, da tutti i fronti. La seconda più ostica come lettura - per me -, infatti ho proceduto molto più lentamente perché alcuni concetti dovevo rileggerli , ma sempre molto interessante questo piccolo-grande libro di Hillman.
Ho in lettura questo libro da circa due anni, oggi decido di fare un po’ di ordine sugli scaffali più alti della mia libreria anobiana ed eliminare libri che hanno accumulato ragnatele di polvere. Puer aeternus consta di due discorsi che Hilmann, eminente psicoanalista statunitense, tenne nel 1964 ad un seminario londinese. Il primo discorso verte sul tema del tradimento ed è molto interessante il secondo (decisamente poco chiaro e difficile) riguarda la sindrome da eterna fanciullezza. La tesi di fondo sul tradimento è che questo evento non va necessariamente considerato come un fallimento della vita di coppia ma deve essere interpretato come una esperienza che può rivelarsi anche positiva: un momento di costruzione e di ricostruzione del sè , visto dal punto di vista di chi tradisce come di chi viene tradito, attori entrambi coinvolti ed obbligati ad una riflessione e ad un profondo ripensamento del proprio percorso affettivo. Più sottile Hillmann quando dice che vivere e amare soltanto là dove ci si può fidare totalmente, dove non possiamo essere delusi, significa essere irraggiungibile dal dolore e quindi fuori dalla vita vera, non c’è amore senza possibilità di tradimento perché dove c’è certezza certa non ci può essere fiducia, ma solo obbligo.
Tesi che piacciano o no, ma fondamentalmente vere, pur essendo un po’ sconfortanti come quando alla lotteria della sagra del paese ti capita un cucchiaio di legno come premio di consolazione, o quando arrivi quarto alle olimpiadi, o seconda a Miss Italia.
il primo saggio sul Tradimento è chiaro e significativo. Fa riflettere su archetipi eterni. il secondo saggio sul Puer e Senex è forse un po' complicato per chi non ha una specifica cultura psicologica
"Noi viviamo nel kairos, nell'attesa di una metamorfosi degli dei, ossia dei principi e dei simboli fondamentali. Quest'esigenza del nostro tempo, che non abbiamo scelto consapevolmente, è l'espressione dell'uomo interiore e inconscio che si trasforma. Di questo mutamento, gravido di conseguenze, dovranno rendersi conto le generazioni future, sempreché l'umanità voglia salvarsi dall'autodistruzione che la minaccia, alimentata dalla potenza della tecnica e della scienza." Hillman, nella sua esplorazione dell'archetipo del Puer Aeternus, ci porta a riflettere su questa metamorfosi, individuando nel fanciullo eterno una figura simbolica complessa e ambivalente. Da una parte, rappresenta l'energia visionaria, il potenziale creativo e la forza del sogno; dall'altra, incarna l'irresponsabilità, la paura di crescere e la fuga dalla realtà. È un archetipo che abita profondamente la psiche individuale, ma che trova un potente riflesso nella società contemporanea, caratterizzata dall'inseguimento perpetuo di ideali irraggiungibili e dalla paura di affrontare il peso della maturità. Hillman ci invita a chiederci: qual è il nostro rapporto con questo archetipo? È una forza che ci ispira, o una prigione dorata che ci trattiene? E soprattutto, come possiamo integrare il Puer senza perderci nella sua ombra? Jung stesso sottolinea l'importanza del singolo in questo processo di trasformazione collettiva, chiedendosi: "L'individuo sa che è lui l'ago della bilancia?". "Forse", suggerisce Hillman, "la risposta risiede nella capacità di riorganizzare la memoria stessa, cambiando la domanda che ci poniamo ogni giorno. Non più Che cosa è avvenuto?, ma: Che cosa è avvenuto all’anima?" È in questa domanda che risiede il cuore del libro: come possiamo crescere senza smarrire l’anima del bambino interiore? È il più dolce degli inviti, che ci accompagna verso una riflessione profonda su chi siamo e chi vogliamo essere.
La prima parte è fruibile anche a chi non ha un’infarinatura su nozioni psicologiche e filosofiche, linguaggio chiaro e discorso fluido. La seconda parte l’ho trovata molto tortuosa, soprattutto per i tecnicismi, l’ho affrontata come se fosse un testo universitario (magari lo è o lo è stato)
Non avevo mai sentito parlare di James Hillman. L’ho conosciuto tramite un articolo, letto non ricordo più dove, in cui si riportavano le prime pagine di questo libro. Mi sono piaciute e allora, caso fortuito il libro trovato sulla solita bancarella, me lo sono comprato e l’ho letto.
Il primo capitolo, quello che avevo cominciato a leggere altrove, è stato interessante come me lo aspettavo. Si parla di argomenti importanti: partendo da una storiella ebraica nonché dal racconto della Genesi si parla di fiducia e tradimento, del rapporto del figlio con il padre, delle degenerazioni che vengono portate psicologicamente dalla crisi che segue il tradimento, delle possibilità di recupero della fiducia, e del perdono. Argomenti importanti, che penso chiunque ha esperito nella propria vita, e che quindi meritano le riflessioni più approfondite.
(Detto in breve: l’esperienza del tradimento è un’esperienza di crescita. Attraverso di essa si esce dall’infantilismo edenico e si diventa adulti consapevoli, se non ci rifugia nel facile tranello del “tutto il mondo è cattivo, solo io sono buono/a” e si resta a macerarsi nella rabbia e nella delusione. L’azione del perdono, l’unica che può rimettere in piedi le cose, deve essere agita tanto dal tradito quanto anche dal traditore, anche nei confronti di sé stesso. Tutte cose facili a dirsi, ma… E lo dice uno che non ha mai ben capito che diavolo sia il perdono).
E’ nei capitoli successivi che le cose si oscurano. Hillman è uno junghiano impenitente. Non so se tutti gli junghani si esprimano in questo modo (“Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estès, altro libro di ascendenza junghiana, lo avevo invece trovato di una chiarezza entusiasmante), ma si fa un mischione totale di concetti, simboli, figure archetipe e quant’altro. E’ qualcosa che potrebbe anche essere bello da leggere, ma - a differenza del primo capitolo, di cui sopra - sembra smarrire totalmente i contatti con le realtà fattuali, quelle delle persone che hanno bisogno di ascolto, cura e soluzioni. In sostanza, non è affatto chiaro in che modo tutto questo groviglio concettuale possa interferire positivamente nella vita delle persone che hanno dei problemi e si aspettano che vengano risolti.
Questi testi, meno recenti di quanto pensassi - rimontano all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso - furono presentati nell’ambito dei colloqui di teosofia e spiritualità “Eranos” che cominciarono a tenersi in Svizzera dal 1933 e credo vi si tengano ancora oggi. E’ la seconda volta che mi imbatto in quella comunità di simpatici svaporati (la prima fu la lettura del libro di Portman “Le forme viventi”, in cui si sosteneva che il fine della vita sulla Terra è l’”autopresentazione alla luce”. A quei tempi, vari decenni fa, mi sembrava anche una tesi sostenibile). Oggi come oggi preferirei risposte più pratiche e concrete, possibilmente non troppo riduzionistiche.