Leggevo ed ero tipo: mioddio, non vedo l'ora di finire questo libro dimmerda per poterlo DEMOLIRE. E invece giunta alla fine mi sento solo una gran tristezza in corpo. Tristezza perché è un libro uscito nel 2007, non certo nel 1957, eppure la mentalità è sempre quella, è rimasta la stessa, rappresentativa di una fetta della società che non ha mai visto l'alba degli anni Sessanta, che ci è passata in mezzo tenendo gli occhi chiusi e pressandosi forte le mani sulle orecchie per non sentire niente. Cose che se la Casati Modignani decidesse di riscrivere questo romanzo adesso, nel 2015, lo rifarebbe uguale uguale, non ne cambierebbe una virgola, perché è un tipo di mentalità che ti si attacca addosso e poi non te ne liberi più, magari certi giorni si nota di meno, certi altri tantissimo, in certi periodi quasi la nascondi, ma poi è sempre pronta a ritornare in forze, tipo un herpes labiale, idk. E' agghiacciante.
In Singolare femminile, che, secondo la quarta di copertina, si proponeva di "superare il concetto di femminismo per seguire la via della femminilità" (e 'sticazzi non ce lo metti, proprio), sora Sveva ci racconta la storia della splendida e ribelle Martina, che nella sua vita avrà un solo grande amore, un paio di amori minori e tre figlie da tre uomini diversi, dei quali non sposerà nessuno.
Ma attenzione, che il riassunto in breve non vi convinca che questa possa davvero essere una fiaba femminista in cui la protagonista afferma la propria indipendenza e la propria libertà di fare ciò che vuole del proprio corpo: dall'inizio alla fine del romanzo Martina non fa altro che pentirsi delle proprie scelte; va a letto col primo ed è un mascalzone, va a letto col secondo e le muore in un incidente d'auto, va a letto col terzo e poi lo lascia perché è inglese e lei non può stare lontana dal paesino abbarbicato sulle montagne di cui è originaria, e in tutto questo non fa che pensare che, anche se non può farne a meno, la sua vita è stata piena di errori, che avrebbe dovuto dare un padre alle sue figliole perché senza figure maschili di riferimento si cresce male (è anche lei a sua volta cresciuta senza un padre), il tutto crogiolandosi in questo grande amore impossibile per questo tizio con cui è cresciuta da bambina, col quale ha litigato per un motivo cretino a quattordici anni (tutti li sfottevano perché sembravano fidanzati) e col quale poi ha scambiato sì e no cinquanta parole nei successivi vent'anni, salvo poi baciarlo appassionatamente e sposarselo quando lui, ormai sessantenne, ricompare nella sua vita.
E se ancora il concetto non è passato, sora Sveva ci tiene a ribadirlo prendendo ad esempio anche le tre figlie di Martina, Giuliana, Maria e Osvalda. Anch'esse cresciute senza un padre, vivono momenti difficili della loro vita (Giuliana, famosa attrice teatrale, ha ormai quasi cinquant'anni e ha paura di diventare vecchia, Maria ha un matrimonio fallito alle spalle e due figli da crescere, Osvalda, la più piccola, è tutta casa e chiesa ed estremamente bigotta e la sua unica ragione di vita è prendersi cura della scapestrata madre), che saranno in grado di risolvere alla fine solo quando finalmente... si trovano un fidanzato. Ebbene sì, Giuliana non ha più paura di invecchiare, Maria può lasciarsi il vecchio amore fallito alle spalle, Osvalda può iniziare a godersi la vita, e sol perché la mamma, prima di morire, ha lasciato loro un'ultima perla di saggezza, una perla che riporto nel suo splendore integrale: "Tu hai bisogno di un sano e vigoroso fidanzato che ti trasformi in una donna!"
E allora.