Carlo è diventato un famoso direttore d'orchestra. Vive da anni negli Stati Uniti ed è ritornato a Torino, la città della sua giovinezza, per dirigere il Falstaff al Regio. È l'occasione per rivedere gli uomini, le donne, gli amici, anzi i "compagni" di un tempo, perché Carlo, trent'anni prima, è stato un leader della contestazione. Come è passato il tempo. Per tutti. Per Alexandra, che fu bellissima e amata. E per Angelo Cugno, che era l'amico "proletario" di Carlo e che tale è rimasto. Povero, sconfitto. Ma con ancora tanta rabbia in corpo. Rabbia contro Carlo. E il ritorno del musicista si trasforma in un incubo.
Lidia Ravera is an Italian writer, journalist, essayist and screenwriter. She became famous in 1976 for Porci con le ali, co-written by Marco Lombardo Radice, a novel dealing with the myths and ideals of the years around 1968.
Mi sono imbattuta in questo breve volume alla ricerca di spunti sul wellageing ovvero il beneinvecchiare. Ho trovato molte riflessioni interessanti ed anche alcuni spunti per soluzioni che portino a vivere il terzo tempo in maniera spontanea ed armonica con il mondo e con il resto delle generazioni. Ho ritrovato dopo 30 anni scritto il termine “solidarietà intergenerazionale”, il segreto della struttura sociale che ha tenuto in piedi il nostro sviluppo nel tempo e che ora sta traballando potentemente a causa di una svolta nel ruolo della donna nel mondo del lavoro. Tutto parte da quello… forse la ridistribuzione dei compiti alle generazioni e alla società potrebbe riportare in ordine questo mondo ammalato, affannato, frustrato… basterebbe non dimenticarsi ma al contrario acquisire consapevolezza di una fascia di popolazione che un tempo non esisteva e che oggi potrebbe essere una grande opportunità per l’equilibrio del nostro vivere.
C'era una volta il 68, con i suoi ideali di rivoluzione, di cambiamenti radicali, di sogni e utopie; e i collettivi di studenti e operai, in marcia verso il sol dell'avvenire... Alle soglie del duemila, cosa ne è rimasto? Poco o nulla, i ventenni ribelli di allora sono dei cinquantenni più o meno facenti parte di quella borghesia che tanto vituperavano: "la festa è finita" e chi si ostina a non capirlo è superato e fuori luogo come un albero di Natale ancora addobbato a metà gennaio. È stato così anche per i protagonisti di questo romanzo, membri di un collettivo torinese scioltosi alla metà degli anni settanta, quando si andava verso la lotta armata. Carlo, figlio della ricca borghesia con tanto di villa in collina, è stato il primo a lasciare, leader arrivista (e carogna per molti compagni) e cinico, ed ora dagli States torna a Torino, invitato al Regio come prestigioso direttore d'orchestra per alcune settimane. Telefona solo ad Alexandra, la fidanzata che aveva piantato senza esitare troncando ogni contatto; Alexandra la "gnometta dei boschi" che piaceva a tutti ma voleva solo Carlo, che è rimasta a vivere nella casa dove avevano convissuto alcuni anni, senza cambiare nulla, tutto come allora, conservando anche l'eskimo che le aveva regalato; non ha avuto altri uomini, ha sofferto di depressione, non si è lasciata morire ma ha rinunciato a vivere. E poi Angelo, "Cugno Angelo", che invece ha sbroccato: operaio Fiat di origine lucana, famiglia contadina, era stato istruito e plasmato da Carlo alla lotta in fabbrica e si era sentito un Dio finché è durata; adesso è un emarginato spesso ubriaco che vive in un casolare sperso in periferia se non in macchina (una vecchia R4 rossa) e non sa frenare la sua aggressività neanche con le donne tanto da menare spesso e volentieri la sua attuale compagna (che subisce passivamente). Alexandra invita a cena, insieme ad alcuni vecchi compagni, Carlo che da buca, anzi scompare: é stato sequestrato da Angelo che vuole processarlo per il presunto "tradimento" di quando era partito. Comincia così una serie di ricerche, fughe, pedinamenti, confronti sul passato e sul presente in una Torino grigia e invernale, fino spettrale per una nevicata. La nemesi sarà inaspettata quanto "borghese" e un gruppo di ex compagni ormai ben inseriti nel sistema darà un ultimo saluto sulle note dell'internazionale: la festa è finita ma rimane la nostalgia... Lidia Ravera non ha certo scritto il romanzo testamento della sua generazione ma una storia intrigante, scorrevole, mai pesante (non aspettatevi lunghe dissertazioni sul post sessantotto o altre simili amenità), capace di tenere l'attenzione fino alla fine nonostante qualche garbuglio nella trama, specie nella seconda parte. Non un capolavoro ma un libro non banale, che dietro la leggerezza di una storia tragica ma non seria, rivela una certa sostanza. Tre stelle e mezza.