Chiusi in un mondo a parte, in un recinto domestico che oscilla tra lo Zoo di Tennessee Williams e un set di Ingmar Bergman, tre personaggi senza nome - il padre romantico e fragile, la madre onnipotente e manipolatrice, e la dolce "innocua figlia" non poi così candida - si amano lungo gli anni di un amore malato e claustrofobico, sfidandosi a colpi di seduzioni, ricatti, tentazioni morbose, ambizioni frustrate, fino ad annientarsi l'un l'altro in un rituale di umiliazione, mutilazione, eliminazione prima emotiva e poi carnale. Il romanzo è un monologo ossessivo, un dramma della memoria raccontato dalla figlia che ricorda in un lungo flashback.
Isabella Santacroce, prima di diventare scrittrice, ha frequentato il Dams a Bologna e partecipato ad alcune mostre d’arte a Londra, Parigi, Tokyo e New York. Ha suonato per molti anni l’organo liturgico a Vienna tenendo diversi concerti. Ha esordito giovanissima, appena quindicenne, nella poesia, con alcuni scritti censurati in Italia. L’esordio letterario è a metà degli anni Novanta, con la pubblicazione di Fluo, primo libro della “Trilogia dello spavento”, cui seguirono Destroy e Luminal. Destroy in particolar modo è diventato un caso letterario in Italia e il nome della Santacroce è stato accostato al gruppo dei Giovani Cannibali. Assieme ad alcuni di essi, come Scarpa, Nove, Ammaniti, Brizzi, Ottoneri, Ragagnin, e con Tommaso Labranca e il cantante Garbo, partecipò nel 1997 al progetto per la creazione di un movimento filosofico-letterario, il Nevroromanticismo, che avesse come campo di indagine l’inquietudine dell'esistenza. Nel novembre del 1998 ha pubblicato Kurt Cobain and Courtney Love. Canzoni maledette, una raccolta di traduzioni dei testi delle più rappresentative canzoni dei Nirvana e delle Hole. Conclusa la “Trilogia dello spavento”, Isabella Santacroce cambia il proprio linguaggio, rimanendo fedele ai propri temi e nel 2001 pubblica Lovers. Il nuovo linguaggio adottato nel libro cerca di avvicinarsi il più possibile a una scrittura fatta di suoni, tanto da essere definita dall’autrice una scrittura per il puro sentire. Proprio basata sul suono è stata l’esperienza che l’ha vista protagonista nel 1999 con la cantautrice senese Gianna Nannini. Frutto della collaborazione fu l’album "Aria", uscito il 26 aprile 2002 e il cartone animato "Momo", per il quale la scrittrice ha collaborato ai testi. Zoo è il primo romanzo pubblicato con Fazi Editore, seguito nel 2007 da V.M. 18. Per Rizzoli ha pubblicato Lulù Delacroix nel 2010. Nel 2012 esce per Bompiani Amorino.
Se penso alla mia vita, vedo un movimento senza passi, uno scivolare verso dove mi hanno spinto. Ho un'anima piena di assenza, il vuoto mi riempie. Io ero lì, sempre altrove. La realtà mi bastonava, un martello conficcato nell'anima, la realtà è per me una porta. Una porta che sbatte.
Un'amore malato, claustrofobico, disorientante. Questo è quello che descrive la Santacroce in Zoo. Un amore tra una figlia ed un padre, un non amore tra una figlia ed una madre. Sentimenti contrastanti, odio e dipendenza, dipendenza di quell'odio esasperato, portato fino all'annullamento dell'altra persona.
Ci sono donne che non dovrebbero partorire nessuno, donne che non riescono ad amare quella vita che hanno creato, donne che si sentono oppresse da una maternità non desiderata e tutto questo non amore trasmetterlo a quella creatura innocente che, crescendo, si sentirà in gabbia, una gabbia dove non esisite via di fuga se non la morte, una gabbia dove sviluppare una voglia insana di diventare tu il carnefice e portare all'esasperazione il guardiano dello zoo.
Credo che questa autrice o la ami o la odi. Questo è il mio primo libro, scelto per una gdl con chi la Santacroce già la "odia", ma io sono rimasta piacevolmente colpita da ciò che scrive, dai sentimenti bui e pessimistici che sprigionano queste poche pagine. C'è chi mi chiede come possa leggere certe cose e....non lo so, so solo che mi fanno apprezzare di più la mia vita, mi mettono nella condizione di gioire per quello che ho e per quello che non ho.
Uno dei libri più malati che abbia mai letto. Ma quello che lo rende ancora più inquietante, é che tutto ciò, non é un qualcosa d'inventato di sana pianta dall'autrice, perchè di brutalità, di corruzione dell'anima ne vediamo ogni santo giorno. L'autrice inanella tutte le nefandezze dell'essere umano contemporaneo e le serve su un piatto pieno di frattaglie. Sì, perchè queste brutture umane le frantuma, le sminuzza, fino a che tutta quella poltiglia grondante sangue, perlopiù rappreso, non deborda dal piatto perché é davvero troppo, il male umano é più di quello che pensiamo e non ha fine. Primo libro che leggo della Santacroce e devo dire che mi ha sbalordito molto, soprattutto per la scrittura: un continuo flusso di coscienza, ipnotico, lisergico, paranoico e deprimente. Con vena poetica, la Santacroce racconta il degrado dell'animo umano, nell'immenso sfondo dello squallore urbano, dato da una società che vuole tutti come da modello di bellezza dettato dall'Alto, che non ammette l'Altro, dove l'amore é avvelenato dall'invidia e dall'oppressione sociale e dove i sentimenti sono solo falsità, rancore, egoismo, ma soprattutto odio! Un romanzo crudo, stupefacente. https://www.youtube.com/watch?v=tI-kC...
Io e Isabella Santacroce abbiamo un rapporto piuttosto conflittuale ormai da un paio di decenni. Ogni tanto con un suo libro ci ho provato, ma è stato un disastro. L'ho sempre trovata una scrittrice molta forma e pochissima sostanza, che sfrutta argomenti e prosa pruriginosi per stupire e attrarre i lettori verso libri del tutto privi di contenuti.
Con Zoo mi sono inopinatamente in parte ricreduto. Attenzione, da qui a dire che questo libro mi sia piaciuto del tutto ce ne passa ancora, ma non è stata l'esperienza negativa che mi aspettavo, al contrario dei precedenti tentativi. Nonostante le pause di anni da una lettura all'altra (immagino fosse un meccanismo inconscio di difesa per riprendermi dal precedente trauma), il devastante trittico Fluo-Destroy-Luminal (non a caso chiamato "Trilogia dello spavento" - e a buon diritto, aggiungo io -) si era rivelato una combo da cui ero emerso pesto e ripromettendomi di mantenermi a un congruo distanziamento sociale da qualsiasi manufatto contenesse righe scritte da questa autrice. Non parliamo poi del vuoto pneumatico rappresentato da V.M. 18, la summa di quanto ho sempre odiato nella letteratura di questa autrice. Invece, quando si è presentata questa nuova occasione, la mia vena masochistica si è detta: "Perché no? Riproviamoci."
E tutto sommato non è andata nemmeno troppo male. Zoo è un romanzo con un'atmosfera caratteristica e ben definita dalla penna decisamente abile di Santacroce. L'autrice riesce peraltro a tratteggiare in maniera efficace le personalità e il complesso legame che avvince fra loro i tre personaggi principali del libro: una figlia e i suoi genitori, alle prese con rapporti di amore-odio che definiscono un triangolo relazionale dall'equilibrio fortemente instabile. Un castello di carta che non potrà far altro che crollare, quando le insopprimibili pulsioni della vita (e la morte stessa) presenteranno il loro conto, in una discesa verso il baratro che non salverà nessuno dei tre.
Cosa non ho apprezzato? Principalmente il fatto che abbia trovato anche questo libro, come gli altri dell'autrice, davvero povero di contenuti effettivi. Per la prima volta ho trovato una storia propriamente detta e non un'opinabile accozzaglia di scene in cui l'obiettivo principale è scioccare (o disgustare, o scandalizzare, o offendere ecc...) il lettore. Non che quest'ultima finalità sia di per sé sbagliata, ma personalmente ritengo possa diventare davvero efficace solo quando vuole effettivamente comunicare qualcosa. Ed è su questo punto che questo libro si guadagna la sua seconda stellina, perché in Zoo Santacroce ci racconta qualcosa, si riescono a intravedere la sua mente e la sua sensibilità dietro alla storia. Solo che quello che c'era da dire lo si poteva dire in poche pagine. Invece questo romanzo, tra l'altro di sole 100 pagine e poco più, è infarcito di ripetizioni, di descrizioni copincollate e di concetti ripetuti allo sfinimento. Viene battuto sugli stessi tasti continuamente, tanto che personalmente ho perso l'interesse e la pazienza a poco più di metà libro. Ricalcare per n volte i sentimenti che animano i (pochi) personaggi di questa storia può andare bene per un po', poi diventa inutile "far massa", cercare di coprire la scarsa sostanza che sta dietro alla forma indubbiamente affascinante della prosa. Questa ripetitività, insieme a un altro artificio narrativo di cui Santacroce fa ampio utilizzo qui e altrove, ossia le scene fini a sé stesse (in questo caso nella veste di flashback), sono ciò che ancora una volta ha confermato quella che trovo una povertà contenutistica tipica dell'opera di questa scrittrice. Per parafrasare Wilde: "non ha niente da dire, ma lo dice così bene!"
Però. Qui si parla di povertà, altrove si parlava di totale assenza. Il che è già un passo avanti.
L'ultima considerazione che mi sento di fare riguarda il finale. Durante la lettura di Zoo mi ero quasi stupito di trovare una Santacroce tutto sommato "contenuta", in quanto a nefandezze compiute dai propri personaggi. Cosa che avevo valutato come funzionale alla trama, in quanto occupandosi maggiormente di essa e meno delle abituali turpitudini, il libro funzionava indubbiamente meglio degli altri. In questo caso, a mio parere saggiamente, Santacroce ha riservato il peggio proprio per l'epilogo del libro, in cui il rapporto malato tra madre e figlia esplode in tutta la propria perniciosità, conducendo all'annullamento e alla perdizione di entrambe. Ecco, ritengo che dosato e incanalato in questo modo, il lato più trasgressivo e virulento della prosa di Santacroce funzioni davvero bene. Proprio perché ha una finalità specifica all'interno della narrazione e non si risolve in un mero gioco stilistico.
Penso che sia un peccato, perché con le sue capacità espressive, se Santacroce avesse avuto davvero qualcosa di importante da dire, sarebbe potuta diventare sul serio una scrittrice di rara potenza, in grado di raggiungere molte più menti e molti più cuori. A questo punto, proverò anche io ad approfondire ulteriormente.
Con uno stile che fende come la lama di un coltello, Isabella Santacroce incide su carta la natura più bieca dei legami familiari esasperandone le brutture e descrivendo in modo spietato e brutale quanto marciume possa nascondere una famiglia normale dietro il velo dell'apparenza. Di questa madre anaffettiva, di questo padre claustrofobico e di questa ragazza che non sa essere null'altro che figlia, non conosciamo nemmeno il nome, eppure nulla, voltata l'ultima pagina, ci permetterebbe di rimuoverli dalla nostra mente, perché Zoo è un romanzo tanto crudo, feroce e disturbante, che ti resta addosso ben oltre la sua conclusione. Certamente per stomaci forti.
3/5. Un dramma che si consuma tra le mura domestiche che, a loro volta, diventano le sbarre metaforiche di una gabbia, destinato a trascinare i personaggi verso un tragico finale. A un certo punto l'ho trovato fin troppo ripetitivo, ma nel complesso nettamente migliore rispetto ad altri suoi romanzi che ho letto; merito di uno stile asciutto e, al tempo stesso, lirico. Del libro ho apprezzato la silente ferocia - mista a un senso di sordida morbosità - con la quale la figlia si accanisce contro una madre che ha sempre disprezzato, un odio che da quest'ultima sembra ricambiato, come se fosse affetta dalla cosiddetta sindrome di Biancaneve.
Una pugnalata allo stomaco fa meno male. Libro letto in un paio di giorni tanto è massacrante per lo stomaco e la psiche. È la storia di una ragazza senza nome, una donna senza anima. Odia la madre un po' di facili costumi e isterica, ama il padre alcolizzato e pittore, che abusa sempre della figlia. Poi, un giorno, la morte improvvisa del padre, segna già una tragedia in procinto a svilupparsi: la convivenza impossibile tra due persone che si odiano. La madre inizia a consolarsi con un amante più giovane di lei e la figlia, si racchiude in un mutismo più o meno totale, fino a quando un incidente priva la ragazza dell'uso delle gambe. Il rancore cresce, sempre più, fino a sfiorare la tragedia. Non è un libro facile, ma che ho adorato totalmente: una poesia cruda, un misto di dolore portato all'esasperazione e di aggressività repressa che esplode pagina dopo pagina. Non c'è redenzione, non c'è pietà per nessuno, ma delle emozioni portate al loro massimo denominatore. Proprio perché si parla di emozioni, c'è anche tanta contraddizione: ""Vorrei graffiarla e invece l'accarezzo. Vorrei sputarle in faccia e invece la bacio. Vorrei dirle quanto la disprezzo e invece le dico che le voglio bene. Vorrei prenderla a pugni e invece l'abbraccio. Mi vengono i brividi scoprendo quanto riesco ad essere falsa. Faccio più schifo di lei."
Zoo è il racconto del lento decadimento di un'anima pura, di una ragazza che del mondo non conosce niente se non l'amore morboso del padre e il disprezzo continuo della madre. Quando l'amore del padre le viene a mancare le resta solo quella madre che non l'ha mai voluta, che l'ha sempre trattata come un reietto, e che all'improvviso finge di volerla, per poi ignorarla di nuovo. Tutto crolla definitivamente quando la rabbia della madre la porta su una sedia a rotelle, dove ha inizio la sua vendetta, che non si fermerà fino a che non avrà ottenuto la distruzione dell'oggetto del suo odio. Un libro bellissimo, quasi filosofico, dove ancora una volta la Santacroce riesce a raccontare la sofferenza e il bisogno di affetto che tutto il genere umano prova costantemente.
Chi è il vero mostro? Colui che il mostro l’ha creato o il mostro stesso? Mary Shelley, nel XIX secolo, ci ha insegnato che il vero mostro è Victor Frankenstein, non Prometeo. Isabella Santacroce, nel XXI secolo, ci ha insegnato che il vero mostro è il mostro stesso. Temo inconsciamente, tuttavia. C’è da chiedersi quali fossero le intenzioni iniziali di questa scrittrice, cosa volesse comunicare e chi volesse fossero i personaggi “positivi”. Personaggi senza nome, il padre, la madre e la figlia, capaci di formare una sporca trinità dannifica (si noti che l’aggettivo “sporco” viene sovente usato dall’autrice). Per correttezza, si fa presente che vi sono alcune allusioni anticipatorie. Questa è una recensione meglio se letta al termine della propria lettura, come dibattito, e non come introduzione al testo. Le eventuali anticipazioni non sono state marcate come tali.
Anzitutto, cosa c’è di positivo in «Zoo». Le indubbie capacità tecniche di Santacroce sono ben risaltate nella moltitudine di metafore, ossatura di una prosa che vuole essere poesia; dalle immagini vivide, lucide, vibranti; c’è del merito sincero, pagina dopo pagine, in quanto proposto a livello stilistico, ben sorretto dalla fluidità del suo periodare e da un tocco sicuro. Tuttavia, la quantità indiscriminata di figure retoriche ha il sapore di quell’ultima caramella ingurgitata dopo l’abboffata dell’intera confezione: risulta di troppo, provoca acidità di stomaco. Si tramuta in melensaggine. Inoltre, cosa deprecabile per quasi tutti gli scrittori, il testo non è diviso in capitoli; appare perdonabile solo vista la brevità del racconto.
La nota più dolente è la narrazione stessa, la storia. Tralasciando l’intreccio a tratti poco chiaro, saltellante con indiscriminata allegria tra presente, passato e futuro, il romanzo si risolve in un denso inanellamento di cliché. Se riesce a tener bene per la prima metà, inciampa e scade sulla ripida scalinata che porta giù al pianerottolo melmoso quale il finale in effetti è. Una serie consequenziale, senza posa, di tristi vicende inutilmente tragiche imbellettate con linguaggio melanconico. La maggior parte del testo è pieno di livore, di rabbia nei confronti del personaggio-madre da parte del personaggio-figlia, dall’accurata pianificazione della vendetta della seconda ai danni della prima e dalla lucida analisi degli stati psicotici da ella vissuti nel meditare ciò. Tutto questo apparirebbe anche interessante, con del potenziale per un’ottima storia; ma il ritmo serrato, soffocante, senza pausa, diventa insostenibile. Sebbene sia possibile ammettere che entrare nella mente sconvolta del carnefice è interessante, e che l’impianto sintattico possa rappresentare al meglio quelle turbe pazze, non avviene mai quello scarto superiore verso le intenzioni dell’autrice, e cioè: il vero carnefice dovrebbe essere il personaggio-madre, non il personaggio-figlia. In questo, la tortura e le sevizie inferte alla genitrice dovrebbero rendere una sorta di giustizia poetica per quanto costruito climaticamente nella prima parte del libro, e anche questa dovrebbe essere cosa affascinante, in potenza; ma l’obbiettivo di Santacroce era l’esatto opposto. Il personaggio che ne esce così santificato è quello materno, non quello filiare; il carnefice diventa vittima, e la vittima il suo carnefice. Poiché però il disegno santacrociano non l’aveva previsto, il risultato appare solo confuso, incerto, spento e accampato in aria. Puro male per fare del male. Molti libri hanno affrontato il tema della malvagità, delle sue origini; fra tutti, la memorabile ultraviolenza fine a sé stessa di Burgess in “Arancia meccanica”. Libri, però, consapevoli delle proprie intenzioni, del proprio scopo. Santacroce non è stata capace né di analizzare questo male, né di incanalarlo, né tantomeno di tirar fuori quella giustizia poetica di cui sopra.
In conclusione, il prodotto finale appare come una bustina in seta nera di caramelle: belle a vedersi, buone al palato, dall’apparenza sofisticata, ma inutili a livello nutrizionale — se non persino dannose — e soprattutto da prendere a piccole dosi intervallate da lunghi periodi di astinenza. Questo è al contrario un distillato preconfezionato di sciocchezze, buono e bello stilisticamente, affascinante persino, ma che finge pretenziosamente e pretestuosamente di essere qualcosa che non è, esattamente come il personaggio-bambola-gotica Santacroce, e che si vorrebbe insinuare nel tubo digerente con la forza. Proprio la presunzione del prodotto globale è quello che lascia l’amaro in bocca, assieme allo scettico interrogativo: “Ma’; davvero?”.
Un’ultima analogia perché il concetto sia chiaro: avete presente quei ragazzini adolescenti emo (emo, più che goth, visto il periodo di sgravio letterario inerente), pieni di seghe mentali, che si fanno le foto in bianco e nero con annessa posa sofferente e frasetta a effetto simil-poetico, simil-citazionista e simil-profonda in descrizione, sull’adagio: «Ti vedranno sorridere… ma loro non sapranno mai della guerra che hai dentro…»? Ecco. Questo è un prodotto che ha certamente per target quei ragazzini là.
Voto finale: 2 stelle su 5, ma solo per la brevità, per lo stile tecnicamente buono, personale, e per alcuni passaggi evocativi molto genuini. Ma Santacroce sta meglio in veste di autrice di testi per canzoni pop. Non leggerò altro suo materiale.
Devastante. Le ultime due pagine potrebbero disturbare le persone più sensibili con un qualcosa che proprio non ci si aspetterebbe. Sicuramente non per tutti. Ma io personalmente amo le letture forti che ti lasciano qualcosa, anche se magari molte sensazioni sono negative o di disagio. Merita una chance molto più di varie oscenità young adult scritte in modo osceno esposte fieramente da tutte le librerie. Se avete stomaco quindi leggetelo!
Poco dopo averlo comprato ho trovato una recensione che lo definisce 'libro breve che riesce a rovinarti la giornata' e posso dire che lo ritengo azzeccato. Durante la lettura pensavo di sapere dove volesse andare a parare la narrazione e invece Santacroce è riuscita a stupirmi sempre (in negativo ovviamente). Trovo la descrizione delle immagini rappresentate e delle sensazioni molto vivida. Sicuramente uno dei libri più fuori (nell'accezione disturbante del termine) letti quest'anno, l'ho trovata comunque una lettura molto valida.
Un’Isabella diversa, più umana, reale. Nulla della prosatrice che conosco, nulla dell’esteta, della poetessa-vate. Solo una donna distrutta dalla famiglia, dalla madre. Terribilmente toccante. Unico. Mi ha commosso.
Credo di andare controcorrente perché Isabella Santacroce è invisa alla cerchia di intellettuali di stampo classico. A mio parere questa scrive musica, carambola timbri, stacca ritmi incrociati e asimmetrici, organizza caos, guarda strabico, stampa dissonanze. Se lo lasci suonare, ogni suo libro, quel che senti è musica. Dicono che ingoi vocabolari per poi sputarne parole a casaccio, che sia una darkettona etc.etc., io invece penso che abbia inventato un linguaggio del tutto nuovo, questa è semplice puzza sotto il naso, l’autolesionismo ripetuto della classe intellettuale italiana impegnata perlopiù a guardarsi l’ombelico. Non è che le giovani scrittrici “di rottura” siano imbarazzanti creature variamente disadattate, mentre loro, i forbiti intellettuali perbene che seguono le regole per filo e per segno, si scappellano al passaggio di ogni signora e si danno appuntamento per il pomeriggio al circolo del bridge. Se la letteratura della Santacroce fosse un luogo, semplicemente i vicoli malfamati che tanto preoccupano i nostri migliori intellettuali non sarebbero segnati sulla mappa. In quella letteratura lì, mi spiace, ma non c’è bisogno di regole, è il prezzo da pagare di chi è coraggioso: causa sempre reazioni scomposte e automatiche. Però questo vorrei dire: indossate un occhiale relativo, sarebbe importante che quelli che non l’hanno mai indossato smettessero di raccontare la loro miopia come se fosse la misura di tutte le cose. (e comunque, come dice Baricco “meglio non leggerla se le vostre cellule cerebrali non hanno più di quarant’anni, se no rischiate di scivolarci sopra come una mano su una grattugia” )
"La realtà è per me una porta. Una porta che sbatte." Ho solo sospiri di malinconia per aver letto questa splendida vicenda. Una figlia che non è voluta dalla madre, e quest'ultima si vendica come può attraverso la sua bellezza, la sua eleganza perfettamente perversa su di lei figlia. Il padre, comparsa di quel zoo che è intento a rinnovarsi, non riesce a ribellarsi da quella prigionia soffocante imposta dalla madre in modo inconsapevole. Un amore odiato, per usare un neologismo "l'amodiato" uno dei temi più profondi della civiltà umana, o per meglio dire, per chi rasenta la sensibilità in questo mondo. Quattro stelle e non cinque, semplicemente perché l'autrice che stimo tanto neanche in questo caso ha voluto risparmiarsi quelle parole sporche, acide del sesso che poteva ben escludere per concentrarsi in un monologo dolcemente ossessivo sino al declino dei protagonisti.
Un libro talmente tanto drammatico, perverso e grottesco che sembra quasi brutto dare un giudizio positivo. Ma a me lo stile della Santacroce piace, questo è il suo terzo libro che leggo e non me ne pento. Certo che è una storia che non lascia indifferenti, trafigge come una lama, quando l'ho finita ero talmente sconcertata che mi ci è voluto un po' per riprendermi...
Una scrittura asciutta, cinica, chirurgica, fatta di periodi brevi e quasi spietati nel raccontare la discesa agli inferi di una famiglia "normale". Una narrazione claustrofobica, degna dei migliori film di Yorgos Lanthimos.
Mi avevano descritto la Santacroce come una scrittrice allucinante e visionaria. Forse ho sbagliato a partire da questo libro che, tutto sommato, mi è piaciuto.
Mi è stato consigliato da persone di cui conosco i gusti letterari e so che solito sono affidabili, per cui mi spiace un po' non averlo apprezzato minimamente. Mi è sembrato di leggere un di quei monologhi adolescenziali di blogger emo che andavano di moda tempo fà quando c'era ancora splinder. Un interminabile piangersi addosso che finisce con ingigantirsi strada facendo prendendo pieghe surreali. Sicuramente è un problema mio, che mal reggo le persone che non fanno altro che lamentarsi ma anche il modo in cui è scritto non mi facilitava la lettura, sembrava di avere di fianco una ragazza che si lamentava senza sosta della sua vita senza nemmeno fare pause per prendere fiato.
Arriva al cuore, te lo stringe in una morsa e ti guarda soffrire davanti alle sue pagine. Un libro pieno di dolore e di morte, che racchiude una storia purtroppo comune, nel senso che nel mondo ci sono tante madri che non riescono ad amare i figli. Il finale è terribilmente triste, ti toglie il fiato. Forse uno dei libri più delicati ed innocenti della Santacroce, anche se il suo tocco personale c'è, sopratutto nel finale. Quel tocco che la distingue da tutti gli altri scrittori
Sono rimasta stregata dalla potenza di questo (breve) romanzo. Non si sa molto dei personaggi e della loro storia pregressa però non si può fare a meno di venir trascinati in maniera violenta in questa vicenda.
Ogni tanto leggo un libro di Isabella. O lo rileggo, come mi è accaduto con "Destroy". Mi piace molto la sua scrittura bastarda, il suo mescolare ardita lirismo sfrenato, bestemmia esistenziale, slang, parolaccia e allegoria superba. Tra i cannibali solo lei è rimasta se stessa, pur evolvendosi sfrenata. Questo romanzo è forse tra i suoi il più tradizionale, per l'impostazione, per la prosa più posata, anche se l'io narrante è crudo e allucinato, e soprattutto per la progressione lucida e logica dell'ossessione che anima la protagonista, assediata da due anti-genitori egoisti e crudeli. Eppure la ragazza sa diventare così terribile, nella sua borghese sensibilità distorta, radicalmente, oh quanto radicalmente avversa alla famiglia tradizionale, che andando avanti si finisce quasi per parteggiare per la madre cattiva, la maggiore, perfida sua antagonista. Una madre che forse non ama la figlia ma in particolare vorrebbe riprendersi il suo status di donna a cui da anni ha dovuto rinunciare suo malgrado. Il che non farebbe poi storcere il naso a tante donne, anche non convintamente femministe. Insomma, se il padre è un affettuoso farlocco, iperprotettivo e fallito, un passivo-aggressivo della peggior specie, e la madre un'anaffettiva menefreghista tacitamente bipolare, la figlia non scherza di certo, depressa e isterica il giusto, e, poiché il frutto tanto lontano dal ramo non cade mai, manipolatoria e nevrotica narcisista mancata al pari dei suoi mentori. Che plot poteva venir fuori da questo triangolo espressionista e pirandelliano dove nessuno è al posto giusto e tantomeno è ciò che sembra? Santacroce ne fa uscir fuori moltissimo, perché autrice di raro talento, audace nell'immaginare, consapevole nel provocare, astuta e atroce nell'insinuare. Perfetta nell'usare la lingua, aggiungerei, nell'affilarla, incagliarla, violarla. Motivi più che sufficienti per vedere che effetto ci fa, e dunque leggere il libro. Punto debole: purtroppo le scene culminanti della storia poco celano le loro celeberrime fonti d'ispirazione, in questo caso cinematografiche e letterarie insieme, da "Il danno" a "La pianista ", cosa che nel postmoderno ultracitazionismo di Isabella accade di continuo ma qui stride e indebolisce l'autenticità del tutto, visto che il pathos di un testo più tradizionale dovrebbe investire frontale e melodrammatico il lettore, puntando sul coinvolgimento più che sulla simulazione. Punto forte: paradossalmente a me il ritratto di questa madre sciagurata e indecente ha dato da pensare, il suo rifiuto del sacrificio impostole da altri, la sua femminilita repressa, il suo sfacciato slancio verso frantumi di vita taglienti che la faranno sanguinare senza redimerla sono attraversati da una tenerezza disperata e viscerale che la scrittura non cela, semmai srotola davanti ai nostri occhi con magistrale dialettica: lo sguardo che ce li mostra è infatti quello di sua figlia.
Mi ha svuotata e disturbata da subito. È un crescendo di tensione e una discesa nella follia più pura, l’odio che divora e un finale che lascia un buco nello stomaco e anche una certa nausea.
Isolamento, odio e incesto. 125 pagine di follia.
Ovviamente mi è piaciuto moltissimo. Una delle cose che amo dei libri è la libertà di rappresentare tutto ciò che si vuole, senza limiti imposti dalla realtà. La Santacroce con maestria costruisce una storia d’isolamento, una famiglia profondamente disfunzionale. Il padre geloso della figlia, che la tiene legata a sé e lei scambia questo per amore. La madre odia la figlia, perché le ha strappato la sua libertà. La figlia nasce come la vittima e consumata dall’odio diventa un carnefice malato
Il personaggio della Santacroce a me non piace. Nonostante lei stessa neghi di essere costruita, non si potrebbe pensare altrimenti, ma nonostante l'apparenza, che in certi contesti poco importa, il libro merita. Un concentrato di amarezza e crudeltà. Una figlia totalmente diversa dalla madre il cui odio per lei è descritto impeccabilmente. Il sadismo costruito e premeditato della figlia è geniale, la parte migliore del libro, al contrario il finale mi ha un po' delusa... troppo irreale.
Un padre, una madre e una figlia sono prigionieri, metaforicamente, in una gabbia fatta di gelosia, invidia, odio, fame d'amore. È il racconto disturbante di un rapporto malato e delle sue conseguenze. Devo ammettere che mi aspettavo una lettura un po' diversa, almeno nella prima parte: questo è un racconto davvero inquietante e pieno di suspense. Perfetto per il periodo, insomma.