Nikita e Pablo vivono insieme a Roma da fuorisede. Hanno 26 anni. Sono eroinomani. La loro esistenza è scandita da visite al sert, sterili incontri con medici e psicologi, metadone in affido, astinenza che morde, buchi in vena. Poi appare Annette, la ricca francesina, e rapirla sembra l'unico modo per risolvere definitivamente il problema di procurarsi la roba. Ma quando lo sballo svanisce, il sequestro di Annette diventa l'ennesimo incubo. Come i rapporti che Nikita non ha saputo proteggere: i genitori, la sorella, la sua amica Clara. Come il sogno di diventare scrittrice, sgretolato ogni giorno di più dalla dipendenza. Come l'epatite C: killer silenzioso che ha decimato uno dopo l'altro i suoi amici. Forse anche Nikita l'ha contratta, e ha paura di morire. Devozione è il romanzo dell'eroina oggi, al tempo del metadone, che permette un'illusoria parvenza di normalità. È il romanzo - frutto di molti anni di lavoro, osservazione e frequentazione - che svela la realtà oggi ignota dei tossicodipendenti, rende luminosa una zona sempre più invisibile e pervasiva, di fronte alla cui evidenza e alla cui disperazione rischiamo di rimanere anestetizzati.
Un'estate di molti anni fa - ero un ragazzino - un libro mi rapì per giorni e giorni. Fuori il sole, le montagne valdostane, gli amici, e mia nonna che si disperava perché trascorrevo tutto il tempo sdraiato sul letto a leggere anziché andar fuori a giocare. Il libro era Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F., e non è un caso che mi torni in mente leggendo il romanzo di Antonella Lattanzi. Intanto perché la stessa protagonista di Devozione, Nikita, lo cita qua e là, e poi perché adesso come allora un libro che parla di eroina mi ha occupato i pensieri per intere giornate. Devozione colpisce duro e ti costringe a guardare dove non vorresti, mettendoti davanti al fatto che, probabilmente, anche i "robbosi" che incontri in stazione a fare moneta "per un panino" hanno un background normale, famiglie normali, vite normali che a un certo punto, per mille ragioni, hanno rotto gli argini, proprio come quelle di Nikita e Pablo, tossici 26enni in una Roma che si squaglia nell'estate del 2006. E poi ti colpisce la quotidianità apparentemente ordinaria dei due protagonisti del romanzo (Pablo è studente di Sociologia, Nikita sogna di diventare scrittrice) che in realtà è fatta di ossessione per la roba, di ricerca costante di denari per continuare a farsi, di visite al Sert per accaparrarsi le boccette di metadone, di amici morti per overdose o per epatite C. Antonella Lattanzi costruisce una storia di finzione perfettamente credibile, un plot a suo modo avvincente, delinea personaggi a tutto tondo anche grazie a un lavoro di documentazione che l'ha portata per anni a frequentare i luoghi della tossicodipendenza capitolina e non solo, e racconta il tutto con uno stile che non lascia scampo ("Nikita e Pablo macinano la strada con le mascelle serrate, gli occhi sgranati gialli e grigi, addosso una patina di sudore e malattia. Non si guardano. Dietro, dentro, sopra, tutto intorno: rota") portando il lettore alle ultime pagine e all'ennesimo non-confronto tra Nikita e sua madre, verso un finale - bellissimo e straziante - che non concede consolazione.
"La droga non è un modo di vivere, è un modo di mancare." Si potrebbe riassumere tutto così. Questo libro mi è piaciuto. Sarebbero 3 stelline e mezzo, un media azzardata tra la prima parte un po' lenta e la seconda molto più avvincente. E' un libro difficile da leggere e da digerire, ma ad ogni pagina hai la sensazione che sia tutto dolorosamente VERO. Vivi le vite di Nikita e Pablo e, con loro, soffri quella soffocante dipendenza. Ascolti le loro bugie, i loro "smetto non mi faccio più". Respiri il caldo di Roma, gli odori pungenti del sudicio delle loro vite. Ho provato una grande tenerezza, e a volte una gran rabbia, per la protagonista: Nikita. La Bambina Guerriera. Ragazza intelligente e profonda che ha deciso di calpestare tutto quello che ha, e tutto quello che è. Per questo, più volte, mi sono ritrovata a desiderare di entrare nelle pagine e prenderla a schiaffi. E, subito dopo, abbracciarla. Lo stile è senza dubbio innovativo, mi piace, anche se avrei evitato i dialoghi in dialetto barese e calabrese (non capivo una cippa). Per il finale, un po' di amarezza è rimasta. Speravo che qualcosa si pulisse, cambiasse, in un modo o nell'altro. Ma si torna sempre lì: "è un modo di mancare".
Quattro stelle alla scrittura e alle ultime cento pagine. A Nikita e le sue stratificazioni. Tre stelle al libro preso nell'insieme, che ho trovato un po' prolisso, anche se immagino che il quotidiano lento ripetitivo schifo della vita di due eroinomani volesse proprio essere raccontato così. A me sarebbe piaciuto trovare più vita interiore, più ricordi e ricostruzioni. Più Clara e meno Pablo, insomma. Ma io mica so scrivere i libri, quindi chapeau lo stesso. E voglia di leggere questa scrittura su un tema completamente altro.
Le giornate di Nikita e Pablo, eroinomani ventiseienni che vivono in uno studentato, scorrono sempre uguali alla ricerca dei soldi per una dose, per una boccetta di metadone di contrabbando per sfuggire alla rota tremenda.
La promessa di smettere mentre si aspetta il proprio turno al Sert, l'amore che si sfilaccia, si trasforma in odio senza la droga in circolo. E poi l'epatite C, i morti di AIDS. Lattanzi arriva come un pugno con la sua scrittura cruda che non risparmia nulla al lettore. Il film Amore tossico, il libro di Christiane F, la prima dose alla Montagnola di Bologna, gli spacciatori di Secondigliano, Bari, Roma si mescolano nelle pagine di questo romanzo che buca dentro.
Lettura coinvolgente, mi ha tenuta legata alla storia, nonostante non ci sia particolari colpi di scena. Il racconto è crudo e diretto, visto gli argomenti trattati. A volte i dialoghi sono sconclusionati, con flashback non “dichiarati” e semi allucinazioni, però fanno parte del delirio generale in cui vivono i due protagonisti. Unica nota negativa, i dialoghi spesso in dialetto stretto che proprio non si capiscono. Finale un po’ deludente e affettato
Ho divorato questo libro. Crudo e spietato, credo che la scrittrice abbia raccontato questa storia nell’unico modo efficace in cui può essere raccontata una storia di droga.
Romanzo profondo, toccante, semplicemente bello! Complimenti all'autrice che ha saputo delineare con bravura e puntualità tutti gli aspetti di una Roma buia, oscura e tossicodipendente! Nikita e Pablo si ergono nelle loro storie come eroi maledetti di una vicenda di cui sono sia vittime che protagonisti.