Lo smarrimento durante un breve viaggio in treno senza poter leggere gli ideogrammi, la scoperta che in Giappone soffiarsi il naso in pubblico è maleducazione, una gita alle terme con gli studenti, una disavventura al parcheggio, un timido studente attempato che s'innamora di un'americana... Sono tanti i piccoli spunti, i ritratti, da cui parte il racconto di questo libro curioso, che fa un doppio movimento: nel corso di sedici anni di vita in Giappone, la grande fascinazione iniziale per l'eleganza, per la raffinatezza del gusto, per la discrezione e la delicatezza delle persone lascia il posto progressivamente al fastidio per l'apparente ipocrisia, per la formalità e la rigidità mentale; eppure quella che si comunica al lettore è una conoscenza profonda degli animi, della cucina, della lingua, della letteratura giapponese, che finirà per portare l'autrice e il lettore fuori da tutti i luoghi comuni, e dentro un altro mondo. Con la definitiva consapevolezza che si tratta davvero di un altro mondo, a cui non si può che tentare di avvicinarsi all'infinito.
Antonietta Pastore è nata a Torino, dove abita, nel 1946. Visiting professor all'Università di Ōsaka dal 1982 al 1993, dopo essere tornata in Italia si è dedicata alla traduzione letteraria e alla scrittura. Oltre a gran parte della produzione di Murakami Haruki, ha tradotto le opere di numerosi autori, tra i quali Natsume Sōseki, Inoue Yasushi, Kawakami Hiromi. Ha pubblicato il saggio Nel Giappone delle donne (2004), la raccolta di racconti Leggero il passo sui tatami (2010), e il romanzo Mia amata Yuriko (2016).
Antonietta Pastore racconta, attraverso una serie di episodi e aneddoti (alcuni gustosi, altri meno), il suo soggiorno in Giappone durato 16 anni. Al momento di tornare, non era ancora riuscita a entrare nella mentalità dei giapponesi. Questo libro conferma che, per noi occidentali, il Giappone resta un paese sorprendente (nel bene e nel male) e misterioso.
Ho conosciuto prima la Pastore traduttrice, poi autrice del bellissimo "Mia amata Yuriko". Con "leggero il passo sui tatami" ho trovato quello che mi aspettavo, interessanti aneddoti sul Grande Wa, il Giappone dai mille volti e dalle mille contraddizioni, presso il quale io personalmente ho lasciato il cuore, tra i boschi di Nikko, gli izakaya di Shinjuku, il mare visto dall'alto tempio di Enoshima. Per entusiastici/nostalgici che non stanno cercando un romanzo, perché qui non lo troveranno.
Difficile dire quale sia l'aspetto peggiore dell'opera, se così possiamo chiamare un tale spreco di cellulosa e inchiostro. Forse il fatto che non tratti affatto del Giappone, che non aiuti in alcun modo a migliorare la comprensione di una cultura così particolare rispetto alla nostra, ma che anzi ne parli con nauseante sufficienza e senza la benché minima volontà di comprensione. Il fine ultimo del romanzo sembrerebbe, o dovrebbe essere, quello di spiegare le difficoltà che un occidentale incontra nello stabilirsi in Giappone e il modo in cui la sua percezione della "normalità" si modifica durante la permanenza nel Paese, il tutto vissuto in prima persona dall'autrice stessa. Peccato che la sua percezione non cambi affatto. Il libro è uno sfiancante elenco di aneddoti, alcuni dei quali ridicolmente infiorettati e certuni evidentemente falsi del tutto (il bambino sul treno che ruba all'autrice una mappa, senza la quale (guarda caso) la donna ha affermato poche righe prima di essere persa e di non poter tornare a casa, tutto ciò senza il benché minimo motivo e a dispetto della ben nota educazione impartita fin dalla primissima infanzia; lo studioso che dimora nei boschi osservando una colonia di scimmie, con la barba lunga e un aspetto da selvaggio degno della fervida immaginazione di un bambino di sei anni). Se quello che volete è approfondire la conoscenza della cultura giapponese o anche solo gettare un'occhiata più da vicino alla vita quotidiana e alle abitudini di questo popolo, sicuramente molto diverse dalle nostre, non leggete questo libro. Se invece vi interessano le ansie di una donna, i piccoli motivi di risentimento covati negli anni e ingigantiti da una insoddisfazione di fondo e da una incapacità evidente, non dico di integrarsi, ma anche solo di capire la cultura e l'impostazione mentale di un Paese diverso dal proprio, allora leggetelo e rovinatevi l'immagine di un popolo difficile da comprendere ma che non merita sicuramente la descrizione che ne viene fatta in questo libro. Ogni cosa è raccontata, con una narrazione da tema di quarta elementare, con termini sprezzanti e superficiali; ogni esperienza, anche la più positiva, ha qualcosa che la inquina, la rovina: un'architettura che non incontra il gusto dell'autrice, un gesto di impazienza da parte di un impiegato che cerca di fare il proprio lavoro e che viene impedito da una occidentale, la timidezza dei modi ritenuta falsa, le indicazioni date da un altoparlante che informano sulle norme di comportamento (che seccatura questi giapponesi con le loro regole), la sollecitudine ritenuta eccessiva di un negoziante... tutto, ogni singola cosa, viene criticata con un atteggiamento insopportabile che più volte mi ha quasi spinta a interrompere la lettura. Questo è a mio parere il problema più grande: il modo in cui l'autrice si pone, il fatto che sia sempre convinta di essere nel giusto, di avere la corretta percezione delle cose, di rappresentare una normalità che in Giappone, a suo dire, sarebbe soffocata e repressa da una facciata di falsa gentilezza e osservanza maniacale delle norme, un giudizio più volte ribadito nel corso dell'opera e che personalmente trovo aberrante, nonché frutto di una incapacità di comprendere ciò che è diverso da sé. Un esempio, uno fra i tanti che potrei fare, è il modo con cui viene trattata la sfera amorosa. I giapponesi si rivolgono talvolta ad agenzie per organizzare incontri con possibili partner, incontri che possono essere favoriti anche dai superiori dell'azienda per cui si lavora; atteggiamenti molto distanti dai nostri e che possono apparire molto strani, bizzarri, ma che certamente non dovremmo mai, MAI cercare di correggere, come fa allegramente la nostra autrice con commenti poco lusinghieri e frecciatine sarcastiche, perché non c'è nulla da correggere, si tratta semplicemente di un modo diverso di affrontare la vita, e se questi modi non ci piacciono possiamo anche rimanere nel nostro Paese d'origine, senza scrivere libri che grondano acido. I giudizi severi e poco comprensivi formano le pagine di questo che non è un libro di integrazione, ma la storia di come l'autrice abbia trovato stupidi e talvolta insopportabili i modi e i costumi giapponesi, se non quelli a suo dire "tradizionali", ovvero teiere in ceramica e dolcetti a forma di animale, scritte incomprensibili e colorate (ritenute per qualche motivo poetiche) , fiori e templi, e a livello di stereotipi mi par di capire siamo a posto. Quella della lingua, poi... Dopo otto anni non saper leggere la lingua del Paese nel quale si vive, ma fare ancora uso di traduzioni in inglese per leggere i romanzi degli autori del posto; dopo dieci non saper scrivere un ideogramma, uno solo... Che tristezza, e come è facile criticare tutto degli altri quando non si sa nemmeno leggere la loro lingua. Peggior libro che abbia letto finora. Non lo consiglio a nessuno.
I racconti, o meglio gli aneddoti, sono purtroppo molto slegati tra loro dato che rappresentano momenti lungo tutti i sedici anni che l'autrice ha speso in Giappone. Danno comunque una buona idea del coinvolgimento e delle emozioni che questo paese sa ispirare.
Avrei apprezzato maggiormente una produzione di più ampio respiro.
Lettura scorrevole, 2/3 ore passate a leggere e a ripensare alla vacanza nipponica. Sicuramente sul mio voto pesa l'amore per il paese e le persone e di sicuro c'è invidia per la Pastore. Qualità degli aneddoti non proprio eccelsa.
Nel complesso il libro è interessante e scritto bene, però mi aspettavo qualcosa di più sui contenuti, una analisi più approfondita dell'animo di questo popolo. Diversi aspetti della vita dei giapponesi sono abbastanza conosciuti anche da noi quindi non mi porto via nulla di nuovo da questa lettura, se non avere più informazioni sulla traduttrice di tanti scrittori giapponesi. Probabilmente sarebbe stato molto interessante leggerlo negli anni '80 o '90.
Splendida, la Pastore, che riesce a trattare con garbo questa cultura così diversa dalla nostra, questi ricordi così difficili a volte da metabolizzare. Piccoli brevi attimi della sua vita in Giappone, dei suoi sedici anni passati a imparare e comprendere abitudini, codici, situazioni a volte esotiche, a volte disturbanti, per un occidentale. Un piccolo mosaico molto grazioso, un insieme di aneddoti e pensieri che vale la pena leggere. Un po' datato forse: probabilmente oggi molte cose saranno cambiate nella mentalità e nella cultura giapponese immersa come tutte nella globalizzazione. Ma vale davvero la pena raccogliere la testimonianza, così leggera, interessante e a tratti anche divertente, di una persona e che in e di Giappone ha vissuto molto.
Continuo il mio personale mood giapponese con un altro bel libro. Scritto da un' italiana, traduttrice di autori giapponesi tra cui il mio adorato Murakami Haruki, che ha vissuto per 16 anni in Giappone. Racconta, con una lunga serie di aneddoti, pezzi della sua vita, con tante emozioni e contraddizioni. Sì perché il Giappone, e i giapponesi, affascinante e intrigante, non si riesce mai a capire e conoscere completamente. I giapponesi con i loro mille rituali e atteggiamenti così diversi da noi, risulteranno sempre incomprensibili, proprio come i difficili ideogrammi che compongono la loro lingua. Ogni libro che leggo mi fa conoscere qualcosina in più, ma mi rendo conto che non ne ho mai abbastanza. Consigliato.
Ho passato delle ore piacevoli durante la lettura di questo libro. Il Giappone è un paese che mi ha sempre affascinato e la Pastore, che ci ha vissuto 16 anni, racconta le sue esperienze a contatto con una cultura diametricalmente opposta alla nostra, sotto certi aspetti.
Inizialmente, leggendo le prime pagine mi sono sentita come una turista che visita per la prima volta un paese mai visto e se ne innamora, vedendone però, solo "la punta dell'iceberg". Ma un luogo, per capirlo bisogna viverlo e non basta essere di passaggio. La Pastore, ci mostra cosa vuol dire vivere in Giappone per uno straniero, raccontandoci il suo vissuto in modo ironico e divertente. Tuttavia, nonostante 16 anni in questo paese, l'autrice non nasconde la difficoltà ad integrarsi nella realtà nipponica.
L'autrice che ha vissuto sedici anni in Giappone ci racconta con naturalezza e con una buona dose di ironia la sua esperienza, le differenze culturali e sociali, le sue difficoltà ma anche gli episodi gratificanti e le belle emozioni che ha vissuto in Giappone. Lungi dall'essere un trattato sulla cultura giapponese è una lettura piacevole soprattutto per chi è affascinato da questo paese in quanto ci fornisce l'opinione sincera incantata, disincantata e vera di una umanità diversa ma in realtà pervasa dalla stesse emozioni che agitano l'universale animo umano.
Un mega riassunto interessante, delicato e allo stesso tempo divertente di alcuni dei momenti della vita di Antonietta Pastore in Giappone, dal suo arrivo fino al rientro in Italia.
In poche pagine è riuscita a dare risalto, in modo raffinato, anche alle ombre e alle contraddizioni dei giapponesi (il racconto dell'invito al ristorante, ad esempio), senza cadere nel banale o nella retorica.
Ho riso parecchio alla storia del funerale e della maglietta con la Pantera Rosa.
Dotato di uno stile che alterna piacevolmente note dal sapore confidenziale a perifrasi un po' vecchio stile, il nuovo libro di Antonietta Pastore si rivela, sin dal bellissimo titolo, un antidoto alla saudade che affligge i nippofili al ritorno dal Sol Levante.
Potrete respirare le stesse atmosfere vissute laggiù, viste attraverso gli occhi di un'amante del Giappone, inteso soprattutto come culla di antiche tradizioni e virtù.
Purtroppo due difetti limitano la votazione e sono legati entrambi allo stile di scrittura della Pastore; seppur dotata, manca del salto di qualità che trasforma il resoconto in un vero e proprio racconto letterario. Inoltre, sprovvista del filo conduttore del precedente volume, ovvero la situazione femminile in Giappone, il secondo saggio risulta molto più deframmentato e informe. Per non citare le ripetizioni dal libro precedente, che fanno storcere il naso.
Consigliato solo ai nippofili in cerca di conferme o nuovi spunti.
Interessantissima per me l'evoluzione dei pensieri dell'autrice nei confronti del popolo giapponese, che all'inizio può risultare irritante sotto alcuni aspetti. Una più profonda conoscenza porta alla vera comprensione delle differenze culturali e quindi a un atteggiamento più tollerante e consapevole, che libera il giudizio (positivo o negativo che sia).
L'autrice racconta con (auto)ironia gli anni vissuti in Giappone, le gaffes, le difficoltà di adattamento e le assurde convenzioni sociali. Un bel libro, che insegna a non demordere e cavarsela anche in situazioni apparentemente disperate e ad accettare le differenze socio-culturali.