Dire che la politica dell’ultimo decennio ha drammaticamente sottovalutato la condizione del lavoro flessibile significa tenersi molto al di sotto delle righe. Circa 8 milioni: sono gli italiani che hanno un lavoro instabile. Tra 5 e 6 milioni sono precari per legge, ossia lavorano con uno dei tanti contratti atipici che l’immaginazione del legislatore ha concepito negli ultimi quindici anni. Gli altri sono i precari al di fuori della legge, i lavoratori del sommerso. Come si è arrivati a queste cifre, perché le imprese chiedono la flessibilità del lavoro in misura sempre crescente, quali sono i costi umani che stiamo pagando e quali sarebbero i costi economici che il paese dovrebbe affrontare se si volesse davvero coniugare l’instabilità dell’occupazione con la sicurezza del reddito, cosa ha a che fare tutto questo con la globalizzazione, quali caratteristiche dovrebbe avere una politica del ‘lavoro globale’ per essere davvero all’altezza delle reali dimensioni del problema. In queste pagine, l’accusa di Gallino: non solo non è giusto che il precariato sia merce di scambio dell’economia globalizzata, ma nemmeno intelligente per una società che voglia congiungere allo sviluppo economico lo sviluppo umano.
Anche se precede tutta la recente legislazione sul lavoro flessibile, l’assunto del libro mantiene il suo valore intatto nel tempo. Talmente nitida è l’illustrazione dei danni a lungo termine della precarizzazione delle vite ai tempi della globalizzazione, che qualsiasi giustificazione a posteriori dei vari Jobs act serve solo ad accrescere la frustrazione di chi sulla propria pelle li sperimenta.
Ho appena finito di leggere il libro di Luciano Gallino �Il Lavoro non � una Merce�. Il sottotitolo � �Contro la Flessibilit�� che � appunto il tema fondamentale del libro. Gallino analizza con molta accuratezza i numeri, le ragioni ma soprattutto le conseguenze della flessibilit� del lavoro, ormai chiaramente evoluta in un precariato diffuso. Io concordo quasi totalmente con l�analisi di Gallino, e nel riassumere le sue opinioni cercher� anche di aggiungere i miei commenti, ma dissento abbastanza dalle sue ipotesi di soluzione, e su questo mi dilungher� ovviamente di pi�. Incominciamo dai numeri, che Gallino analizza in modo dettagliato, interpolando tra dati statistici a volte contrapposti, valutando con attenzione la credibilit� delle varie stime. Alla fine arriva a stabilire che il numero totale di �persone umane� coinvolto direttamente in quella che � chiamata �flessibilit� del lavoro� � in Italia tra i 7 e gli 8 milioni, di cui quelle soggetti a contratti ufficiali (compresi buona parte dei collaboratori a progetto, anche se formalmente risulterebbero lavoratori autonomi) sono tra i 5 e i 6 milioni. Sono cifre impressionanti, anche rimanendo vicini al limite inferiore della fascia d�indeterminazione, e lo sono ancora di pi� se si considera come il �lavoro flessibile� sia per lo pi� una caratteristica dei giovani nel loro ingresso nel mondo lavorativo, ma che poi per loro continua a rimanere tale, per cui il suo peso relativo continuer� ad aumentare col passare del tempo, se le condizioni generali rimarranno quelle attuali. Questi numeri, molto ben documentati, fanno piazza pulita di uno degli argomenti pi� usati dai difensori della �flessibilit� selvaggia�, e cio� che si tratti in fin dei conti di poche persone e per periodi brevi. Gallino esamina poi le ragioni che hanno portato a questa richiesta di flessibilit�. E� un capitolo controverso, perch� cerca di semplificare in pochi concetti una realt� estremamente grande e dai molteplici aspetti, ed � per questo anche un capitolo che lascia molti dubbi e qualche dissenso, pur avendo il merito di chiarire almeno gli aspetti principali del fenomeno. Tutto parte dalla nuova logica che � lentamente, ma non tanto, risultata vincente negli ultimi decenni del secolo scorso, e cio� la produzione giusto in tempo, accompagnata dalla successiva evoluzione della produzione su domanda. Rese possibili dalla diffusione della rete di comunicazione, dai trasporti sempre pi� efficienti e a basso costo, queste nuove filosofie di produzione hanno coinvolto, alla fine, anche la gestione del personale, cio� la globalizzazione che poco alla volta coinvolge tutti gli aspetti della vita sociale. La nuova capacit� di gestione informatizzata della produzione ha anche reso possibile la suddivisione in elementi ridotti della produzione stessa, ognuno poi posizionato geograficamente nel modo pi� opportuno, sia per il costo del lavoro che per la disponibilit� di manodopera qualificata, delle materie prime o dei prodotti intermedi. Questa suddivisione in strutture con obiettivo limitato, non necessariamente dedicate ad una singola catena di produzione, ma autonome nella gestione del personale sono anche la ragione principale della debolezza della difesa sindacale dei lavoratori. Il seguito dell'articolo in: http://www.webalice.it/michele.castel...