C'è qualcosa di assolutamente attraente in "La fine del mondo" di Fukunaga Takehiko che si esplicita in una capacità invidiabile di raccontare la psiche umana, di descriverne le dinamiche, anche - anzi, soprattutto - quelle patologiche, come quelle che connotano la mente di Tami, protagonista del libro. C'è un tale senso di angoscia, di sospensione, di mancanza e disperazione in questo libro, per nulla ostentate, ma presenti come un fiume carsico, sottilmente penetranti, sensazioni ed emozioni raccontate con assoluta maestria, che senti, percepisci vividamente, compartecipando della sofferenza della protagonista. Sperimenti, così, la "fine del mondo" che Tami sembra percepire e vivere.
«Mi svegliava sempre, e mi costringeva a guardare questa esistenza che per me è un inferno.»
dirà a un certo punto Tami, mi sembra racchiudendo in una frase il fil rouge di tutta la storia.
Come si evince dalla Postfazione, curata da Graziana Canova, «malattia e morte sono infatti i temi più spesso ricorrenti» nella produzione di Fukunaga, aggiungendo più oltre: «Amore, solitudine, morte: ma visti nel "privato" e non nel "pubblico" sono una costante nell'opera di Fukunaga»; "La fine del mondo", l'unica opera pubblicata in una lingua occidentale - perché, come indicato nella Postfazione, «non esistono traduzioni di opere di Fukunaga in altre lingue occidentali» (che scandalo!) -, rappresenta, pare, un compendio della poetica di Fukunaga, il quale la definì, peraltro, come «la più cupa delle [mie] opere»; un testo per nulla facile, trovo, ma che è in grado di tenerti incollato fino alle ultime pagine e che ti costringe a vivere questa "fine del mondo" insieme a Tami, e con lo stesso patimento, sino al momento in cui «[afferra] la maniglia gelida della porta. La [gira] lentamente. [Entra]. Quella cosa è là»...