Dell’anima è stato detto tutto: che è mortale o immortale, che può salvarsi o dannarsi, conoscere la verità o cadere nell’errore. Elevata a dimora di Dio, la si trova nei discorsi degli amanti, a garanzia che il desiderio non è solo desiderio dei corpi. Il suo compito era di nobilitare tutto ciò che nell’uomo “senz’anima” sarebbe apparso poco nobile. Due secoli orsono si pensò che l’anima potesse ammalarsi e richiedere medici dell’anima. Nacquero la psichiatria, la psicoanalisi e la psicologia che tolsero all’anima la sua aureola, e la verità, che Platone per primo aveva ancorato all’anima, smarrì la sua unità per disperdersi nei recinti dei vari saperi. Per Umberto Galimberti è necessario andare al di là delle scienze psicologiche per recuperare l’irrazionale che abita la profondità dell’anima, e ci fa accedere alla radice da cui si dipartono sia la ragione sia la follia. Oggi non conosciamo più l’anima universale che gli antichi ponevano ai limiti dei due mondi, dello spirito e della materia, ma solo anime individuali rese asfittiche dall’incapacità di correlare la loro sofferenza quotidiana con il dolore del mondo. Occorre quindi recuperare la visione degli antichi, che avevano dato un’anima sia all’uomo sia al mondo e nell’armonia delle due anime vedevano accadere quel che nel loro linguaggio chiamavano “bellezza”.
Nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia dellaStoria. Dal 1999 è professore ordinario all’università Ca Foscari diVenezia, titolare della cattedra di Filosofia della Storia. Dal 1985 è membroordinario dell’international Association for Analytical Psychology. Dopo aver compiuto studi di filosofia, di antropologia culturale e dipsicologia, ha tradotto e curato di Jaspers, di cui è stato allievo durante isuoi soggiorni in Germania: Sulla verità (raccolta antologica), La Scuola, Brescia, 1970. La fede filosofica, Marietti, Casale Monferrato, 1973. Filosofia, Mursia, Milano, 1972-1978, e Utet, Torino, 1978. di Heidegger ha tradotto e curato: Sull’essenza della verità, La Scuola, Brescia, 1973.
«Scendere in profondità significa accedere alla radice da cui si dipartono sia la ragione sia la follia. E siccome la storia dell’anima razionale è stata edificata, in questa alternativa, dall’anima stessa dischiusa come storia della sua ragione e del suo senso, scendere alle radici significa giungere al fondamento non storico della storia, dove la follia che si incontra non è il contrario della ragione, quel negativo che la ragione ha sempre dialettizzato per affermare la sua positività, ma l’antecedente della ragione e della follia.» (U. Galimberti, Paesaggi dell’anima)
Parlare dell’anima significa inoltrarsi in un territorio tutt’altro che semplice da attraversare. Non si tratta solo della difficoltà (?) di definire l’anima mortale o immortale, bensì anche scontrarsi con chi non crede nell’esistenza dell’anima. Ad ogni modo, ciò non vale per i Greci. Il celebre dualismo anima-corpo è ravvisabile sin da Omero, passando per Platone e Aristotele, coinvolgendo persino Nietzsche e Heidegger, per poi oltrepassare i confini della filosofica, sfociando nella psicoanalisi, nella psicologia e nella cosiddetta epoca della tecnica. In Paesaggi dell’anima, Umberto Galimberti compie un viaggio siffatto, sebbene l’approccio sia più di tipo psicologico che filosofico, sebbene non manchino citazioni tratte sia dagli uni che dagli altri. Protagonista è, comunque, l’anima che nel prevalere sulla materia e sul mondo corporeo, chiama in causa la contrapposizione ragione-follia. Laddove, secondo Platone, la ragione è uno «spazio storico», il punto d’equilibrio in cui le forze dell’anima compenetrano e si elidono vicendevolmente. Mentre la follia fa la sua apparizione negli interstizi lasciati vuoti dalla ratio. Galimberti scrive nell’Introduzione:
«Dell’anima si era detto tutto: che era buona o cattiva, mortale o immortale, che poteva salvarsi o dannarsi, conoscere la verità o cadere nell’errore. Elevata a dimora di Dio, la si trovava nei discorsi degli amanti, a garanzia che il desiderio non era solo desiderio di corpi. Il suo compito era nobilitare tutto ciò che nell’uomo senz’anima sarebbe apparso poco nobile.»
Nel Settecento le cose mutano quasi radicalmente. L’anima, allo stesso modo del corpo, può ammalarsi e se questo è vero (nasce infatti la psichiatria come medicalizzazione dell’anima e la psicologia, che lavora su basi e ipotesi scientifiche), è altrettanto vero che il distinguo fra le due suddette entità, fra la carne e lo spirito, non è poi così netto come afferma gran parte della corrente filosofica greca. Miti, metafore e simboli sono le modalità attraverso cui si parla dell’anima e la si porta a conoscenza. Eppure, l’operazione esegetica che queste richiedono non soltanto possono giungere a risultati erronei o parzialmente corretti, ma ancora più drasticamente, sono anticulturali. I miti, lungi dal (dover) essere interpretati, operano e, in tal senso, essi sono esperienza. Il loro fine non è significare, “ma indicare, mostrare, far apparire”. Quanto alla metafora, è sufficiente ricorrere alla sua etimologia per comprenderne il significato e la funzione. “Metafora” deriva dal greco metaphorein, che letteralmente vuol dire “portare fuori”. Perciò, parlare metaforicamente significa far emergere, attraverso la parola, ciò che è nascosto. Il simbolo, infine, è una predisposizione alla parola che sottende il rapporto tra essoterico ed esoterico, tra il detto e il non detto e dove l’inconscio non si configura più quale locus del rimosso, ma del ritorno al punto zero, all’origine. Mediante i simboli,
«l’anima visualizza la propria immagine e incontra la sua radice da cui non può separarsi, per cui ogni volta che parla del mondo, ogni volta che lo interpreta, narra la propria storia.»
ti fa decisamente pensare ma i modi di spiegare determinati concetti sembrano volutamente intricati; non l’ho trovato scorrevole e ho trovato alcune linee di pensiero poco credibili, altre invece erano degne di essere scoperte