L’intelligenza artificiale, prima di diventare un’immensa impresa di ricerca e innovazione tecnologica, quale è oggi, fu il nome di un oggetto sconosciuto attorno al quale ruotava il pensiero di pochi scienziati, isolati e testardi: primo fra tutti Marvin Minsky, l’uomo con il quale l’intelligenza artificiale ha finito per essere identificata. Con grande grazia, capacità di divertire e abilità nell’esporre con la massima evidenza le questioni più complicate, Jeremy Bernstein ci introduce nella mente e nella vita di Minsky – e, attraverso di essa, intrecciando aneddoti e questioni teoriche, in quelle di Alan Turing, Kurt Gödel, John von Neumann, Warren McCulloch, e indietro sino a Babbage e a Leibniz, come risalendo l’invisibile catena dei pensatori che furono attratti dall’idea di una «macchina pensante». Questo libro appartiene alla specie rara di quelli dove si imparano molte cose senza quasi accorgersene: per esempio due amanti ci illustreranno il funzionamento della macchina di Turing e un barbiere che non poteva radere se stesso varrà da illustrazione del teorema di Gödel. Uomini e macchine intelligenti si compone di saggi tratti da due libri: Experiencing Science (1978) e Science Observed (1982).
Tratto dai saggi "Science Observed. Essays Out of My Mind" (1982) e "Experiencing Science" (1978), questo testo è un brillante saggio sul tema dell'intelligenza artificiale e le sue origini, scritto dal fisico teorico e divulgatore Jeremy Bernstein, studioso di Harvard che scrisse sul New Yorker e venne candidato al National Book Award per la saggistica. Questo testo contiene una breve biografia di Marvin Minsky e di altri geniali matematici e scienziati che crearono i primi progetti e le teorie che diedero vita alle macchine intelligenti. Studiosi come David Hilbert, Kurt Gödel, Alan Turing, John McCarthy e John Von Neumann, tra gli altri; e l'hacking, i linguaggi di programmazione, le entità pensanti, la logica simbolica. Il tema più interessante della trattazione risulta essere la relazione tra l'uomo e la macchina, come l'uomo abbia creato la macchina sul modello dell'io della mente, come una rete neurale fondata sulle probabilità e sulla previsione. Siamo nei primi anni '60 nelle principali università americane, con laboratori e centri di ricerca: Harvard, il Mit e Princeton. Bernstein scrive che tentare di programmare l'intelligenza significò prima di tutto chiedersi cosa fosse questa caratteristica umana e se fosse possibile immaginare un sistema nervoso che la crei spontaneamente e che eventualmente si autoriproduca. Il cervello è una macchina di carne, diceva Minsky ai suoi allievi, ritenendo insensato credere che sia impossibile comprendere la mente umana; è possibile, solo che richiede una quantità di tempo quasi incalcolabile. L'intelligenza, scrive Minsky, è quel complesso di prestazioni che rispettiamo ma non comprendiamo e gli scienziati ne indagano la profondità e la natura, che cosa sia e dove sia. Inoltre, altre rilevanti tematiche emergono: le macchine hanno coscienza? Noi saremo sempre diversi dalle macchine sotto qualche profilo essenziale? La scienza si interroga sulle interazioni uomo-macchina: si chiede se possiamo costruire robot capaci di riprodurre se stessi e che cosa può voler dire comprendere la mente umana. E poi, qual è lo scopo di tutto ciò? Insomma, la scienza incrocia la filosofia. Sembra naturale che il pensiero sia considerato come un processo e che quindi possa generare una volontà che non voglio. L'idea, poi così frequentata dalle arti e dalla fantascienza, che le macchine possano disubbidire ai comandi dell'uomo, aprendo la possibilità a regressioni primitive e fatali ribellioni. Esiste sempre la possibilità che la macchina consideri insieme alle molteplici mosse migliori la mossa peggiore, ma, nel ragionare, questa eventualità rimane remota: “potremmo dire che dentro la macchina c'era una specie di demone, una sorta di impulso all'autodistruzione della peggiore specie, che però veniva sempre censurato prima di raggiungere la coscienza della macchina". Il testo attribuisce chiaramente a Minsky, ricercatore e teorico tra i fondatori degli studi sulla IA, lavori e studi fondamentali su elaborazione dell'informazione e creatività logica; inoltre, la convinzione del primato della semplicità, oltre alla legge personale della modestia. L'occhio si concentra naturalmente sulle ombre, sui riflessi, si ricorda. In qualche modo viene messa in luce la centralità dell'irrazionale nel mondo matematico, e il fattore decisivo, sempre quello del tempo. C'è molto da riflettere, specie oggi, quando le tecnologie digitali e gli algoritmi sono in grado di alterare la nostra psiche e la nostra identità; fino all'estremo, l'indistinguibilità uomo-macchina. Fanno parte del testo molte considerazioni sul senso comune, sul funzionamento delle macchine, sulle scoperte in matematica e sui paradossi, tra i quali il celebre teorema di Gödel; l'intelligenza può anche stare solo nel capire come funzionano le parole o nell'interpretare configurazioni di pensiero errate. Quindi, capire un numero è un modo per capire l'uomo che vuole conoscere quel numero. Le cose che rendono gli umani quello che sono: la poesia, il cibo, il sesso e annoiarsi; in più, essere l'oggetto dei propri pensieri. Abbiamo costruito le macchine attuando tutto ciò che siamo in grado di ordinare di fare; amiamo l'informazione, scriveva Bernstein, e viviamo del bisogno di elaborare l'informazione. Ma allora, in cosa consiste l'originalità? Un errore è una mutazione nella catena di eventi casuali? Le persone pensano davvero? È un'ottima domanda, e in fondo le risposte sono ancora da cercare. Certo è che se possiamo pensare, possiamo comprendere il pensiero stesso; e se possiamo far crescere le macchine, possiamo evolvere come specie umana, essere vivente tra esseri che vivono.
“Noi speriamo che il bambino, quando fa una cosa che non riesce bene, dica: “Oh, com'è interessante che abbia ottenuto questo strano risultato! Quale procedimento nella mia testa ha prodotto una cosa del genere?” L'idea di fondo è che il pensiero sia un processo, e che se il mio pensiero fa qualcosa che io non voglio che faccia dovrei essere in grado di fare qualche interessante osservazione su quel punto, non solo di esprimere una valutazione complessiva su di me come persona. L'importante, insomma, è cercare di depersonalizzare l'interiorità; può andar benissimo trattare gli altri in modo indeterminato e globale, adottando nei loro confronti un certo “atteggiamento”; ma trattare noi stessi in questo modo dà risultati disastrosi”.
Non possiamo certo affermare che questo libro sia all'ultimo grido della moda: il copyright originale italiano è del 1990 - e si sente che la traduzione di Giuseppe Longo è datata, non solo per l'italianizzazione di alcuni termini che ormai si tende a lasciare in inglese ma anche per forme linguistiche peculiari come il teorema del punto fisso che per lui è del "punto unito" (pag. 46) - ma il testo riprende parti di due saggi del 1978 (!), Experiencing Science e 1982, Science Observed. Né possiamo affermare che sia un saggio unitario: Bernstein più che altro tende a raccontare aneddoti ricavati dai suoi incontri e interviste con i grandi nomi dell'intelligenza artificiale nei suoi primi decenni di vita, con una preminenza assoluta per Marvin Minsky. Devo dire che quando a pagina 21 racconta (nel 1978, ricordo!) di Minsky che ogni tanto si fermava per leggere la "posta" che gli arrivava via computer dagli altri ricercatori di IA sparsi per gli USA ho pensato che io quell'anno avevo appena cominciato a usare una calcolatrice programmabile, altro che Internet (pardon, Arpanet)! Detto questo, però, e fatta la tara sulla mancanza di temi tipo il deep learning e tutto quello che è arrivato nel XXI secolo, il libro merita ancora la lettura, anche perché mette molto bene in chiaro i problemi filosofici prima che logici e tecnici nel definire l'intelligenza artificiale, oltre a fare una (prei)storia dei linguaggi di compilazione e dei sistemi operativi. La parte più debole è paradossalmente quella che in teoria dovrebbe essere ancora di moda: l'ultimo capitolo sul teorema di Gödel è scritto cercando di replicare il concetto di livelli diversi di pensiero che è alla base del teorema, ma secondo me è riuscito male. Si può comunque sopravvivere :-)