Sedici anni; il mare, un lesione alla quinta vertebra cervicale. Dopo vent'anni, una scrittrice racconta i dieci mesi che le hanno cambiato la vita. Dieci mesi trascorsi in ospedale, tra paura e speranza, coraggio e sofferenza. Un libro sull'handicap e il dolore, ma anche sull'amore, l'amicizia e la solidarietà.
Per parlare di questo nuovo importante ripescaggio di Laurana dalla scrittura degli anni novanta, mi tocca parlare di Urania. Prima della mia quindicennale pausa, quando ai tempi dell'università ero un lettore DAVVERO forte, complice il fatto che internet praticamente non esisteva mi facevo orientare dalle collane: su tutte la leggendaria collana di fantascienza Urania.
Urania che in quegli anni aveva la lodevolissima abitudine di pubblicare almeno una volta l'anno un giovane autore di fantascienza (vincitore per l'appunto del premio Urania), che se si fosse dimostrato di talento poteva godere di pubblicazioni successive. Una tra queste la raccolta di racconti "Tutti i denti del mostro sono perfetti": una raccolta di racconti a cura di Valerio Evangelisti offerta agli appassionati da una batteria di giovani che se ci si pensa vent'anni dopo fa venire i brividi. Vado a recuperare in soffitta gli Urania di quegli anni e leggo. Niccolò Ammaniti, Daniele Brolli, Sandrone Dazieri, Valerio Evangelisti, Franco Forte, Michele Mari, Tiziano Scarpa, Nicoletta Vallorani sono solo alcuni. E tra questi c'era tale Barbara Garlaschelli, che non ha fatto così tanta arriera come gli illustri colleghi del tempo ma aveva un cognome così musicale per farmelo ricordare tutto questo tempo, fino a che non la ho incontrata di nuovo con questo "Sirena" tra gli scaffali di Laurana.
Il libriccino è bellissimo soprattutto perché è autobiografico. Perché si dà il caso che Barbara (ma all'epoca non potevo saperlo) sia tetraplegica sin dalla giovanissima età, e questa è la storia del suo incidente, delle sue spaventose sofferenze fisiche e spirituali, e della faticosa reazione che, anche con l'aiuto di amiche come la stessa Nicoletta Vallorani autrice tra l'altro di una bellissima postfazione, la ha condotta a ricostruirsi uan vita ed una felicità. Come abbia fatto una ragazza così giovane a trovare dentro di sé così tanta forza, io che sono perennemente depresso, davvero faccio fatica a capirlo. Pure che sia tutto vero, che non ci sia niente di romanzato, lo si percepisce benissimo dal pulsante amore per la vita che fuoriesce da queste pagine. Ed allora per pagare il doveroso tributo a questo sbiadito ricordo dei miei vent'anni che ritorna ma soprattutto ad una donna dall'immenso coraggio, faccio ricorso alle parole di Nicoletta e dico che la forza per reagire alle sfide della vita la si trova nelle parole che più compaiono il "sirena". Imparare, accettare, ridere, cambiare, dolore, paura, corpo.
Lunga vita a Giulio Mozzi, a Lillo Garlisi, a Gabriele Dadati ed a quel progetto che è Rimmel di Laurana, che ci restituisce perle così meravigliose.
Per chi fosse o fosse stato appassionato di fantascienza: procuratevi "tutti i denti del mostro sono perfetti" e leggete "Le copertine di Urania" di colui che diventerà Michele Mari. E' indimenticabile quanto poco adatto a cuori fragili e nostalgici. Ma dal futuro autore di "Rosso Floyd" non c'era da aspettarsi niente di meno.
Barbara Garlaschelli è una scrittrice che ha pubblicato numerosi libri ed è stata anche finalista allo Strega nel 2010. Questo piccolo libriccino, che ha visto altre pubblicazioni in passato presso altri editori, è stato riportato in libreria da Laurana tre anni fa.
Questo libro è, potremmo dire, l'autobiografia di un incidente. In poche pagine (poco più di 100) condensa tutto il dolore vissuto dall'autrice, vittima di un incidente ormai 36 anni fa. Incidente che l'ha costretta in sedia a rotelle.
È estate, per la precisione il 3 agosto 1981, Barbara ha 16 anni, è una ragazzina. In vacanza al mare, si tuffa in acque basse e batte la testa su una pietra, con conseguente lesione della quinta vertebra cervicale. Rischia di morire, rischia di rimanere paralizzata dalla testa in giù. Nei primi tempi in ospedale, ci dice, riesce a muovere solo gli occhi (e la bocca, perché parla). Oggi, da adulta, riesce a muovere anche le braccia, ma non le dita delle mani. Questo grazie a una seria e durissima fisioterapia, iniziata al Niguarda di Milano e portata avanti in un ospedale di Heidelberg, in Germania.
Barbara fa tanti piccoli progressi durante la sua lunghissima permanenza in ospedale, ma subisce anche innumerevoli trattamenti che sono come delle torture per lei. Buchi nella testa, trazioni, gabbie, piaghe da decubito che rischiano la necrosi. Un inferno. Che però Barbara affronta sempre con ironia, con forza, con accettazione. È naturale, l'accettazione non arriva subito, ma fin da subito questa giovane ragazza riesce a fare forza a se stessa per fare forza anche agli altri. E gli altri, in special modo gli amatissimi genitori, la aiutano tantissimo, standole vicini, raccontandole scene di film che hanno visto, portandole il cibo da casa. E gli amici, che vanno a trovarla sempre, che non la abbandonano mai.
In tutto questo, dicevo, si sente forte e chiara l'autoironia dell'autrice e protagonista che, certo, piange di dolore in alcune occasioni, ma quando il dolore le dà tregua non si lascia mai scappare l'opportunità di un sorriso, una battuta, una risata. I momenti strazianti sono molti, come quando Barbara si rende conto davvero che non potrà più camminare, ma altrettanti sono i momenti in cui sa portare quanta più leggerezza possibile nella sua situazione e allo stesso modo nel libro.
Barbara Garlaschelli deve essere, è una donna straordinaria. Superare una simile difficoltà, una simile tragedia direi, con il sorriso sulle labbra, è cosa che pochi potrebbero fare. Naturalmente non dobbiamo pensare che sia una santa, è solo una ragazza, prima, e una donna, poi, estremamente forte e coraggiosa e, soprattutto, estremamente amante della vita.
La cosa che, se devo essere sincera, mi ha un po' infastidito, è il far passare il messaggio che questa sia l'unica reazione possibile. Vero, probabilmente è l'unica possibile se si vuole andare avanti a vivere e farlo bene. Ma a un certo punto, per esempio, abbiamo alcuni passaggi del diario del padre, dove dice che Barbara ha affrontato la cosa "senza piagnistei". Io non credo che chi si fa travolgere dal dolore di una simile tragedia faccia piagnistei. Però capisco il punto di vista di un padre nell'immediato dopo l'incidente. Tuttavia, traspare sempre, a mio parere, questo concetto, non detto, che la reazione di Barbara sia l'unica sensata. E come dicevo forse lo è, ma non posso fare a meno di capire chi invece, di fronte a una tragedia del genere, si butta giù, si chiude nel proprio dolore e non vuole uscirne. Non tutti siamo forti e coraggiosi, e non c'è niente di male in questo. Ognuno è diverso, ognuno con le proprie paure, esperienze, personalità.
A un certo punto nella postfazione Nicoletta Vallorani parla di un editor che non ha saputo cogliere l'ironia nel libro di Barbara Garlaschelli. Questo mi ha lasciato basita, perché l'ironia è tangibile, anche nei momenti di disperazione più profonda. Tuttavia, Vallorani prosegue a dire che "l'ironia è una risorsa importante nelle tragedie della vita" (vero), ma si spinge a dire che le dispiace per chi non capisce questo, che prova "un po' di pietà", ma "non troppa". Le sue parole sono: "saper ridere del disastro è una dimostrazione di intelligenza e una caratteristica adattiva del nostro modo di essere al mondo. Chi non ce l'ha, per come la vedo io, ha la responsabilità di non averla cercata, e dunque di non aver voluto sopravvivere nel modo migliore".
Premesso che nessuna di queste parole è dell'autrice, sono parole che mi hanno messo molto a disagio. È un po' come dire al depresso "sei tu che non hai voluto sopravvivere nel modo migliore". Naturalmente una persona che reagisce male a una tragedia che la colpisce non è necessariamente depressa, non sto dicendo questo. Può darsi che semplicemente non abbia la forza per affrontare qualcosa di più grande di lei/lui, che preferisca spegnersi, lasciarsi andare, e io in questo non ci vedo una responsabilità di non aver voluto vivere nel modo migliore. Ci vedo solo stanchezza, disperazione, fatica. E non c'è niente di male in questo, è una reazione "giusta" così come lo è quella dell'autrice.
Avrei voluto che questo fosse sottolineato, ma è evidente che l'intento dell'autrice era un altro, ovvero quello di far vedere come si può risorgere, come si può tornare ad avere una vita sì diversa, ma comunque che valga la pena di essere vissuta, fino in fondo. Legittimo, e lodevole. Solo, un po' di dispiacere da parte mia.
"Meglio concentrarsi sul reale. E il reale è un'immobilità esplosiva e una strada nuova tutta da percorrere. Che si fa? Si va, naturalmente."
La storia dell'autrice raccontata in prima persona soffermandosi sull'incidente che a 16 anni le ha cambiato la vita.
Una forza contagiosa e un'onestà disarmante nel far rivivere le difficoltà ma anche le speranze. "Non è una resa. No. È più una presa di coscienza. È stata una faccenda rapidissima questa del capire che stai entrando in una vita nuova, e senti che è meglio, molto meglio cominciare ad abituarsi all'idea. Speri nelle mani, questo sì, di ricominciare a muoverle."
Fatti drammatici raccontati con il senno del poi e un'ironia che permette di leggere anche le situazioni più critiche e strazianti senza perdere il sorriso e la speranza. "Ti apriranno la gola e da lì ti ricostruiranno la vertebra, utilizzando una scheggia dell'osso dell'anca. È un'operazione nuova, tu sarai una delle prime in Europa a cui la praticheranno. Corona è il migliore, sta' tranquilla. E chi si agita? Ti pare difficile che possa andare peggio di così. Cioè, l'unica cosa che continui a muovere sono gli occhi, che c'è da perdere?"
Il punto di vista è quello di una ragazza molto intelligente e sveglia, ma allo stesso tempo giovane e spensierata che non vorrebbe essere costretta in ospedale, ma vivere la vita come l'aveva vissuta fino ad allora. Lunga degenza. Sa tanto di muffa.
"Impari a convivere con molte cose, compresi i ricordi. Intuisci che è una strada pericolosa quella. Si è creata, d'improvviso, una cesura profonda e incolmabile tra il prima e il dopo. Ciò che c'è stato prima rischia di condizionare ciò che sei ora, non solo ciò che verrà. Il futuro non lo contempli nemmeno, diventa una nube da cui potrebbe uscire di tutto. Il passato si arricchisce di poesia e potenzialità inespresse. Per la prima volta assapori il gusto amarognolo dei rimpianti e ti rendi conto, con stupita nostalgia, che in una condizione normale saresti un po' troppo giovane per avere rimpianti. In una condizione normale. Ma la 'normalità' non è più un problema tuo."
Il racconto è capace di soffermarsi su ciò che la condizione di malata può regalare, dei doni inaspettati, spesso non desiderati ma che una volta accettati possono offrire qualcosa in più alla vita. "Non mi ero mai accorta prima che il corpo potesse parlare. Soprattutto, non mi ero mai accorta di saperlo ascoltare."
Da molte malattie non si guarisce e così bisogna trovare un nuovo equilibrio, delle nuove strategie per convivere con la propria situazione e apprezzare la vita. "Ho impiegato molti anni per capire e sentire che il fascino, la sensualità non hanno niente a che fare con il muoversi su due gambe. La sensualità è una visione del mondo, che si ha dentro e che si trova riflessa negli occhi degli altri." "La risposta arriverà da sola, con il tempo, e sarà di una banalità e profondità sconcertanti: la risposta si chiama accettazione."
"Ricordare e condividere è un modo per salvarsi, per non perdersi."
Barbara, sedici anni, un tuffo in mare e cambia di colpo la sua vita...”Avevo lasciato la mia casa reggendomi sulle gambe, ci tornavo spingendomi su una sedia a rotelle”.. Questa è la sua autobiografia, parla di quei 10 mesi d’ospedale tra il dolore, la paura, la speranza.. Con quanta dignità, determinazione e coraggio Barbara riprende in mano la sua vita, una vita diversa, ma forse più piena di tante altre.. “Sei su una sedia a rotelle e ciò ti rende diversa dalla maggior parte delle persone. Ciò che comprendi con assoluta e potente lucidità è che questa diversità deve diventare la tua forza.”.. Un libro tenero, che tocca il cuore, ma anche ironico, e ci trasmette una forza immensa.. Sei grande Barbara, grazie per averci raccontato la tua storia!
ci ho messo circa tre ore, ero come ipnotizzata… Come potevo lasciare quella ragazzina di 16 anni, alla quale era capitata una cosa terribile, proprio nel momento in cui aveva deciso di aprirsi raccontandomi il suo punto di vista, la sua sofferenza, il suo coraggio, i suoi momenti di sconforto e poi la sua lotta per avere, nonostante tutto, una bella vita… mi ha parlato dei suoi genitori, dei suoi parenti, dei suoi amici (vecchi e nuovi), di tutte le persone che le sono state vicine e di aiuto: medici, infermieri, fisioterapisti… e mi ha raccontato delle sue compagne di scuola… Sai, a un certo punto, non ho potuto trattenere le lacrime... mi sono chiesta: "ma come fanno delle ragazzine di 16 anni a essere così straordinarie?" Un libro che consiglio a tutti di leggere. È breve ma intenso, frammentario ma tutto ciò che l’autrice non dice lo fa intuire e con un poco di buon senso si riempiono gli spazi tra una riga e l’altra. Come si suol dire: bisogna leggere tra le righe! Ti permette di entrare in un mondo nuovo e diverso eppure tanto uguale a quello di molte persone. Fa capire in un modo profondo e intimo, quanto siamo fortunati e quanto alcune persone siano veramente un esempio meraviglioso.
Barbara, 16 anni. Un tuffo in mare, un sasso, e l'uso delle gambe è perso per sempre. "Sirena" racconta la storia di 10 mesi passati in ospedale, racconta i pensieri di una ragazza, e della cruda verità: la vita stava per iniziare, e ora non potrà mai viverla... e invece no. Con sorprenderte forza, coraggio e ironia verso se stessa e verso il mondo, Barbara lotta. Piange, anche. Piange di rabbia, di dolore, di tristezza, ma mai si arrende. E Barbara, con la sua carrozzella, sconfigge vergogna, imbarazzo e paura... e pur essendo un mezzo pesante in movimento, Barbara vive, come solo una sirena può fare.
"I ricordi sono tutti lì, e risplendono come schegge di vetro. Fanno anche lo stesso male ad afferrarli. Ti fanno sanguinare. Ma da qualche parte si deve pur ricominciare, perciò prendi i ricordi e li passi tutti al vaglio, impietosamente, uno per uno. E quando hai finito, ti accorgi di essere ancora qui. Viva e tenace, senza un grammo di entusiasmo meno rispetto a prima. E con una paura fottutissima."
Sirena non è un libro. È il racconto di un dolore. E insieme il modo e la strada per superarlo. Trasformarlo o conviverci. Sirena è un manuale, non si può recensire, ma solo consigliare. Mi ha colpito molto la scrittura di Barbara. Lei che nei suoi post è sempre dentro. Dentro la vita, dentro al suo corpo, dentro al sentire. Qui è una voce ferma, che deve raccontare. Una voce pulita, sincera. Anche ironica. In più passaggi mi ha commosso e per questo devo ringraziarla. Quando ho letto la frase: "Nei sogni cammino sempre", ho sentito un brivido. La condivisione pura è rara. E condividere la storia di un dolore, del proprio dolore, in questo modo così semplice, è un atto di generosità assoluta. Dice ai dolori degli altri, più grandi, più piccoli, che la vita cambia sempre, e in ogni caso, va avanti.
Mi sento un po' fuori dal coro a dare solo 3 stelle, ma nonostante la vicenda di Barbara sia straziante e sconvolgente non mi sono sentita molto coinvolta. L'autrice ha senza dubbio raccontato in modo veritiero sia ciò che è accaduto sia le sensazioni che ha provato, ma credo avrebbe potuto fare di meglio. Una vicenda così tragica e allo stesso tempo importante raccontata in 100 paginette? Barbara, non sottovaluto assolutamente ciò che ti è successo e anzi, ci si può (anche solo lontanamente) mettere nei tuoi panni leggendo quello che hai scritto. Ma qualche pensiero, sensazione, momento di sconforto/allegria in più? Qualcosa in più di quello che hanno provato i tuoi genitori, le tue amiche e chiunque altro ti sia stato accanto? E le amicizie nate in ospedale? A parte qualche "giro" assieme sulle sedie a rotelle lungo i reparti, del vostro rapporto non dici nulla? Ecco, si, quello che hai passato mi ha toccata, ma a mio avviso c'era ancora molto da dire.
E' sempre difficile giudicare un libro che parla di un'esperienza autobiografica come questa. Per la forza e la tenacia dimostrate e per la schiettezza con cui viene raccontato il percorso meriterebbe più del voto massimo. Mi devo limitare al massimo, mi ha commossa e divertita, a volte lo stile un po' troppo brusco non mi è molto piaciuto ma si può perdonare. In ogni caso trasmette una forza inaudita e fa riflettere (sulla nostra persona, sul nostro corpo, sull'ascoltarsi, sul tempo che passa, sugli ospedali...) come pochi altri romanzi hanno saputo fare.
L'autrice racconta i dieci mesi che l'hanno portata dall'essere una ragazzina sana che si tuffa in mare a una giovane donna con la quinta vertebra lesionata. Dieci mesi trascorsi quasi sempre in ospedale, prima a Milano e poi in Germania, per imparare di nuovo a essere autonoma, per capire che sì, sarà tutto diverso, ma non è detto che sarà per forza peggio di prima. Eh sì, la malattia ti fa cambiare prospettiva, ma non deve essere per forza peggiore. Dipende tutto da come si affronta la vita. Perché è una parte di te, ma non è te.
Trasuda vita. È vita. Un inno al coraggio ma senza volontà predicatorie. Garlaschelli racconta e racconta da scrittrice quale è, sebbene questa sia vita vissuta. Non un diario, sia chiaro. Un'elaborazione letteraria di una tragedia che non ha spezzato una vita. L'ha resa diversa, più difficile, ma vita. Andrebbe studiato nelle scuole.