Spesso in calce ai video di canzoni su YouTube compaiono ragazzini (o gente adulta solo dal punto di vista anagrafico) che berciano “Che schifo!”, in genere riguardo a canzoni carine o anche magnifiche; poi arriva un commentatore assennato ad ammonirli che non si dice “Che schifo!” ma piuttosto “Non mi piace”, magari anche spiegandone la ragione. Memore di tali saggi moniti, una volta terminata con fatica estrema questa silloge di racconti editi da Susan Sontag nel 1978, non dirò “Che schifo!”, ma mi limiterò, come sto facendo, a scrivere che a mio avviso è uno dei libri più irrimediabilmente brutti, soporiferi, supponenti e privi di senso che mi siano mai capitati per le mani. Non vi trovo nulla, ma davvero nulla da salvare; al massimo, il volumetto potrebbe tornar utile al livellamento d’un tavolino claudicante: ma in caso di zoppia lieve, tenuto conto del suo modesto spessore materiale oltre che letterario. Mi spiace anche affibiargli una sola stelletta, perché lo metto così alla stregua di altre opere parimenti valutate ma, dopotutto, meno perdutamente brutte di questa. È anche difficile, a conti fatti, spiegare in modo chiaro i motivi della bruttezza, tanto è soverchiante. Diciamo, anzitutto, che i raccontini sono presuntuosi. Non ce n’è uno che non brami con tutte le proprie forze di essere “sperimentale”; d’altronde, bisogna capire la Sontag, poveretta: li compose in anni ove, se non si era sperimentali, oscuri, astratti, ellittici, allusivi, provetti cacciatori di sinestesie, consumati alchimisti di mescidanze, si passava e si veniva burlati come Liale della porta accanto. L’impressione che se ne ricava è che, per cercare ad ogni costo la letterarietà del risultato, la Sontag perdesse di vista una cosa essenziale: un racconto può essere lambiccato e scombinato quanto si vuole, ma dev’essere in qualche modo interessante o piacevole; se si scrivono cose noiose, non diventano affascinanti perché si fa il cut-up, si fa simbolismo spinto, si spezzetta la prosa o si allude senza dire; anzi, si ottiene l’effetto contrario: rompere le scatole al lettore e irritarlo. E inoltre, se lo scopo è la satira o la critica della società e della politica statunitense, cioè un fine che diecimila scrittori hanno perseguito e sovente ottenuto senza bisogno di fare i William Burroughs in sedicesimo e Kafka in sessantaquattresimo, e per di più senz’averne la necessità e le forze, che gliene cale al lettore d’una satira e d’una critica tutte velami e arzigogoli da strologare con fatica quando ha già lì comode le satire o le critiche pungenti, acute, chiare e pure scritte meglio? Conoscendo l’autrice quale saggista ma non come narratrice, temo che racconti o romanzi non fossero materia per lei. Mi sono sentito come quei poveretti che alcuni lustri or sono andavano a sentir sonare roba con titoli come Collage concreto n°3 per pianoforte (im)preparato e quattro percussioni ad libitum, e dovevano anche applaudire per non apparire zotici poveri di spirito, ma intanto sognavano i dischi di Claudio Villa; a me, davanti a codeste novellette orripilanti, viene una voglia malsana di romanzi Harmony.