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157 pages, Paperback
Published January 1, 2004
Tra una follia letteraria e l’altra, dopo aver letto Frankenstein mi sono presa tra le mani il testo di Eschilo, Prometeo incatenato. Una mezza pazzia per una come me, che al liceo ha usato solo il dizionario di latino. Mi affascinava l’idea di andare a ricercare l’origine del sottotitolo del libro della Shelley, “il Prometeo moderno”, ma temo sia una di quelle letture che devono essere guidate per poter essere apprezzate appieno.
La storia di Prometeo è una storia di libertà, di indipendenza, di coraggio - e per questo è uno dei miti più famosi, tramandati nel corso dei secoli, riportato anche da altri grandi come Esiodo e Goethe, in tempi molto più recenti. Il mito di Prometeo è la storia dell’uomo che sfida le divinità, che viola le leggi della natura e che viene poi punito per questo affronto: Prometeo viene legato a una rupe, e ogni giorno il suo fegato viene divorato dagli uccelli.
“E d’infrangibili ceppi dogliosi avvinghiò Prometeo,
mente sottile, a metà d’una stele, e a lui sopra sospinse
l’aquila, il rapido augello, che il fegato ognor gli sbranava;
e il fegato immortale via via tutto attorno cresceva,
la notte, quanto il giorno sbranato ne aveva l’augello.“
Ed è proprio questa la parte interessante per me: ogni giorno gli uccelli divorano il fegato di Prometeo, e ogni notte il fegato ricresce. I miti sono ricchi di magie e divinità, ma in questo caso il mito ci dice una cosa molto reale: le cellule del fegato possono crescere, e gli antichi greci lo sapevano. E così un mito impolverato diventa una finestra che ci permette di capire cosa sapevano gli antichi greci di questa meravigliosa macchina che è l’organismo umano.
