Hans Tuzzi è lo pseudonimo con il quale un saggista italiano ha firmato la guida "Collezionare libri antichi, rari, di pregio". Con questo giallo esordisce come romanziere.
Hans Tuzzi, pseudonimo di Adriano Bon (Milano, 1952), è uno scrittore e saggista italiano.
Consulente editoriale e docente universitario al master in editoria cartacea e multimediale all'Università di Bologna, con lo pseudonimo Hans Tuzzi - che è un personaggio del romanzo L'uomo senza qualità di Robert Musil - ha scritto romanzi e saggi, una serie di romanzi gialli ambientati a Milano con protagonista il commissario Norberto Melis e una serie di gialli storici con protagonista Neron Vukcic. Ha collaborato all’inserto culturale del Il Sole 24 Ore e al Corriere della Sera; pubblica sulla rivista Paragone.
È un giallo, certo. C’è il morto, c’è il commissario che indaga, c’è la storia parallela con una intellettuale diffidente e spiritosa, c’é qualche colpo di scena, c’é il colore pastello di una vecchia Milano. E poi ci sono il cibo, le trattorie e le case giuste, le caratterizzazioni un po’ marcate che ci devono essere in un buon giallo. E funziona tutto abbastanza bene.
Però un giallo di Tuzzi (il primo della serie del commissario Melis) in questo periodo ha una funzione preziosa che va oltre il canone. Va preso come un antidoto, come fosse un cortisonico, un antistaminico, un depurativo. Con la sua prosa elegante, con l’atmosfera colta, i toni gentili e i personaggi “antichi” e anticonformisti nello stesso tempo, fa bene alla salute. Persino un certo gusto per l’indugio, per il passo lento mi è sembrato rinfrancante. Perché isola e immunizza contro la frenesia, la volgarità, l’ineleganza, il vuoto di pensiero, di autenticità e di senso estetico, contro la brutalità predatoria e cialtrona delle voci e dei fatti che ci circondano in questi giorni.
Un libro sul mondo dei bibliofili, scritto da uno che lo conosce bene, con pagine ironiche e sapienti su cinquecentine, incunaboli, pergamene, frontespizi, librerie e biblioteche è aria condizionata a basso costo. Fosse solo perché mette al riparo dai miasmi della campagna elettorale più stupida e cialtrona che si ricordi. Mi sembra liberatoria anche la sensazione di sentirmi anch’io antico (per non dire vecchio) che questa lettura mi lascia. Se è vera, sono contento, pensa un po’.
Da secoli volevo leggere qualcosa di Hans Tuzzi e ho pensato che fosse una buona idea partire da questo primo episodio della serie del Commissario Melis, perché è ambientato nel mondo del libro antico. Dovete sapere che sono laureata (alla triennale) in Lingue e Culture per l'Editoria e ho studiato Storia del libro e dell'editoria, oltre a fare un corso di stampa in torchio, perciò quello del libro antico e dell'antiquariato librario è un mondo che mi affascina parecchio. Forse, devo dire, più per motivi sentimentali che altro, nel senso che mi ricorda i tempi dell'università, dove tutte queste cose le ho studiate in maniera abbastanza approfondita. Eppure, a distanza di quasi vent'anni da quegli studi, trovo che questo mondo mi annoia con il suo snobismo. È vero che Tuzzi (o sarebbe meglio dire Adriano Bon) mette in luce il fatto che dietro tanto snobismo si celino passioni di gran bassa lega, tuttavia resta il fatto che ho trovato il libro noioso. Inoltre, a mio parere, i personaggi, in primis il commissario Melis, non sono ben caratterizzati, c'è assai poco approfondimento nella loro psicologia e nel loro essere e questo mi ha un po' infastidito. Probabilmente nel corso della serie questo evolverà in una maggiore attenzione nei confronti dei personaggi, immagino. Mi ha inoltre enormemente infastidito la prepotente omofobia presente nel romanzo, che tuttavia credo rispecchi alla perfezione l'Italietta di quegli anni (Settanta); resta però difficile da mandar giù.
Faccio fatica a pensare di dare un'altra chance alla serie, ma chissà, magari in futuro... Ad ogni modo voglio leggere, prima o poi, un altro romanzo di Tuzzi che trovo molto interessante, Il Trio dell'arciduca.
Un po' pesante. L'aspetto che più mi ha colpito è la resa dei colori. Per mia esperienza personale, pochi uomini sono in grado di dare un nome preciso alle sfumature, ma qui lo sono il narratore (e ci sta), il protagonista (è commissario) e un editore: forse perché sono tutti uomini colti? Sentite qua: una 500 color aragosta, una Rover color caffè, pullover color castagna candita, tappeto cinese nei toni del cammello e blu cobalto, camicia millerighe color cenere, la giacca nell'azzurro e nel verde del martin pescatore, montone color becco d'oca. Alcuni non li conosco proprio.
Cavolo! Per errore ho cancellato questo libro dai miei scaffali e non riesco più a leggere (e riportare) la mia recensione originaria, se non qualche commento sparso scritto durante la lettura, tra cui:
Quasi 4 stelle. Il commissario Melis, come il suo collega francese Maigret, fuma la pipa, “una pipa nera e lucida come un morello arabo”. Mi piace.
Si nota uno spiccato senso dei colori… Fantasia, più che altro. Mi piace sempre di più!
Ho scoperto per caso "Il maestro della testa sfondata", il primo libro della serie del commissario Norberto Melis, e l'ho terminato con una sensazione contrastante.
Da un lato, la lettura è stata un indubbio piacere. Lo stile di Hans Tuzzi è ricercato, le descrizioni sono curate e l'uso della lingua italiana è così piacevole da valorizzare la storia, che di per sé è interessante e coinvolgente. Dall'altro lato, ho avvertito un eccessivo autocompiacimento dell'autore. A tratti, la sua erudizione e la sua padronanza della scrittura sembrano imporsi sulla narrazione, quasi a voler dimostrare la propria bravura. Questo si nota soprattutto nelle lunghe digressioni sul mondo dei bibliofili, che risultano a volte eccessive.
Il vero punto dolente, per me, sono stati i personaggi e l'ambientazione. Pur essendo ben calata negli anni '70, la storia affonda in troppi cliché. I ruoli sono fissi e immediatamente riconoscibili, come in "uno sceneggiato di Raiuno": stereotipi più che personaggi, le cui riflessioni non escono mai dal già sentito. A questa ambientazione si può imputare anche un classismo di fondo, una vena sottile di razzismo non confessato e un pizzico di omofobia che permeano la storia.
In ultimo, il Commissario Melis non sono riuscito a farmelo piacere. Anzi, mi è risultato antipatico, incarna il cliché di uno "sbirro" acculturato degli anni Settanta. Vedremo se riesco ad affezionarmici nel libri successivi.
un giallo ben scritto, a metà , per ambientazione e personaggi, tra i "metropolitani" di Fruttero & Lucentini e i Montalbano di Camilleri , arricchito da numerose e piacevoli digressioni sulle arti librarie.
..va detto però, che l'ennesimo indagatore buongustaio è un attentato ad eventuali propositi di dieta del lettore..
Già dagli esordi del commissario Melis sulla scena letteraria, Tuzzi ci abitua alle ampie digressioni che si intrecciano all’indagine e che riguardano, almeno nei due libri e nel racconto che ho letto, temi che rappresentano altri suoi interessi professionali e personali: l’editoria, il collezionismo, l’arte, la cultura in ogni sua forma, e il mondo che gravita intorno a tutto questo, nonché gli aspetti tecnici sconosciuti a tanti ma capaci di arricchire la vicenda narrata di notevole fascino. Tuzzi, qui, ci introduce al mondo del libro antico e dei collezionisti. Un mondo ricco di storia, cultura e di risvolti sorprendenti. Ma come ogni mondo in cui il denaro ha il suo peso, nasconde le meschinità umane. Introduce anche la figura del protagonista che ci accompagnerà attraverso molte indagini. Ho trovato il commissario Melis un personaggio estremamente misurato e credibile, che con le sue variegate origini, si inserisce benissimo nella Milano degli anni ’70. È proprio lui, infatti, con il suo stile sobrio, a identificarsi nello spirito che più ha rappresentato la città di quegli anni difficili, già in odore di una trasformazione irreversibile. Tuzzi, con la naturalezza di chi è padrone della materia specifica in esame e della lingua italiana, riesce a mettere in relazioni temi assai tecnici legati a mondi algidi e privilegiati, e che stanno alla base del fatto delittuoso, con la routine dell’indagine, con le stanze dei commissariati segnate dagli odori di un'umanità perduta . Offre uno spaccato di mondi distantissimi che riescono a trovare coerenza attraverso la sua narrazione accurata, di qualità, dove ciascuno parla il suo linguaggio senza forzature e sbavature. Decisamente, in un panorama editoriale dove si pubblica tutto e il contrario di tutto, Tuzzi è di quelli per cui la cura dello stile linguistico è imprescindibile, e questo un segno di rispetto verso il lettore non più così scontato.
Giallo gradevole, molto alla Fruttero & Lucentini ma ambientato a Milano invece che a Torino: alla segmentazione sociale nobiltà di spada / Fiat / mistici / poveracci, si sostituisce una milanesità dove chiaramente contano solo i danè, malgrado le distinzioni sociali tra chi chiama colazione il pranzo e il resto della città. Bella la sensibilità atmosferica dell'autore, belli certi personaggi minori (l'editore gay, la sciura nella cui famiglia "dal XII secolo si usano solo nomi della Roma repubblicana"...), bello il contrappunto tra le voci e le cadenze dei vari poliziotti che partecipano all'indagine. Diverte l'ambientazione nel 1978: il romanzo è dei primi anni '90 e prende garbatamente in giro i suoi personaggi che non possono prevedere il rapimento Moro, la fine della prima Repubblica, degli indiani metropolitani, la mania del cellulare etc.
Meno appassionante, per me che nei libri amo il contenuto e non mi sforzo neanche di capire la passione bibliofila di chi guarda solo al contenitore, l'imperniare un intero romanzo, giallo per di più, nel claustrofobico mondo delle legatorie e delle librerie antiquarie... un mio limite, senza dubbio. Si sente nella lingua di Tuzzi, che pure è sensibilissimo ai registri linguistici dialettali e di confine, la preferenza per uno stile letterario "alto" che non mi ha fatta impazzire. Troppi, veramente troppi aggettivi. Inutili, lunghe e ridondanti descrizioni dell'abbigliamento dei personaggi e delle loro preferenze in materia di arredamento. Inoltre - un po' da capogiro - il peccatuccio del cambiamento di punto di vista da un personaggio all'altro all'interno dello stesso capitolo non rende un buon servizio ai personaggi stessi e avrebbe potuto essere evitato senza danni. Pazienza, al di là di questi piccoli vizi di forma, non mi è spiaciuto.
Una bella serie di gialli che risultano anche abbastanza fuori dai consueti canoni soprattutto per il modo in cui sono stati scritti. Ho letto in sequenza i primi 12 libri e quello che maggiormente mi ha affascinato è stato lo stile dello scrittore considerato che la vicenda “gialla”, pur nella sua originalità, molto spesso appare più come una scusa per le diverse divagazioni e dissertazioni, anche piuttosto colte, di cui l’autore infarcisce i suoi scritti. Molto interessanti, ad esempio, nel primo volume le prolusioni sui libri antichi, sulla loro composizione e sulle diverse caratteristiche che li distinguono, descrizioni e spiegazioni che fanno intravedere una ricerca e uno studio approfondito dell’argomento tanto da porre, a volte, in secondo piano la vicenda in corso. Una scrittura sapiente e colta completa il quadro di questi libri particolari ma estremamente piacevoli alla lettura. Tanti i personaggi ricorrenti, tutti piuttosto ben caratterizzati e dei quali seguiremo anche le vicende personali nel corso degli anni in cui si svolgono tutte le diverse storie.
Milano 1978: quando al bar il “bianchino spruzzato col Campari” ancora non si chiamava Spritz, per le strade girano le Ritmo e le Fiat 131 e si telefonava dai bar e dalle cabine telefoniche. L’omicidio di un guidatore di autobus da il via alla prima indagine del Commissario Melis. Il delitto è solo un pretesto per introdurci in una disquisizione colta, coinvolgente, a volte persino prolissa, del mondo e delle tecniche dell’antiquariato libraio. La storia non sempre scorre liscia ed Il finale, prevedibile, mi è sembrato come affrettato dopo tanto inutile girarci attorno. In ogni caso “il maestro della testa sfondata” rimane un libro di piacevole lettura che invoglia a tornare su questo autore e sul suo personaggio.
Un libro particolarmente interessante. Vuoi per la trama ricca anche se non stravolgente, per alcuni personaggi interessanti ma sopratutto per la scrittura accurata e ricercata, per le numerose citazioni dotte e per l'approfondimento sul tema delle legature che per un appassionato di libri è assai interessante anche se quei libri non sono alla sua portata
Giallo alla milanese, con toni della premiata ditta Fruttero e Lucentini (ma senza la classe e la bravura di Fruttero e Lucentini). Però non male e -cosa importante- senza eccedere nelle calorie, sebbene anche il Melis sia un buongustaio, e nelle smancerie, sebbene anche Melis alla fine della fiera sembri fare centro.
Ben scritto, colto ma non pesante, spesso ironico. Mi ha richiamato alla memoria le atmosfere di romanzi che ho amato, come quelli di Fruttero&Lucentini. La trama gialla c’è ed è solida. Consigliato a chi ama il romanzo di genere elegante e raffinato.
Non arrivo a cinque solo perché non è un libro facile da leggere, ma forse è anche questo ne fa davvero un bel libro: ti spinge a cercare il loro significato e riscoprire parole che non si usano più. Non solo un bel giallo, ma anche superbamente scritto. Consigliatissimo
Qualche lungaggine nella prima parte relativamente ai libri antichi, giustificabile probabilmente per l'eccesso di amore rispetto all'argomento. Per il resto un bel giallo con piccole note originali di umanità, qua e là.
Molto bello,trama interessante,personaggi molto vividamente descritti e variegati. Scrive in modo molto ricco di sfumature,descrizioni,particolari. È una scrittura precisa e colta.si dilunga forse un po’ troppo in una serie di dettagli tecnici,ma a suo modo ,è molto interessante
Una trama onesta, che è appesantita dalle lunghe e numerosi descrizioni di dettagli sull’ antiquariato di libri. Pur funzionali al racconto, per me prendono troppo spazio e rendono pesante e lenta la narrazione.
È il primo romanzo che leggo di Tuzzi e probabilmente sarà anche l'ultimo. Si parte decisamente bene, con l'ispettore Melis sulla scena di un delitto cruento. Leggi e ti aspetti un crescendo di tensione e suspense, ma ti ritrovi a sbadigliare e sonnecchiare. Continui a leggere sperando che la storia prenda una piega interessante, ma tutto è vano, perché il resto si perde in chiacchiere futili e descrizioni ridondanti. A questo punto, confidi in un colpo di scena che possa anche farti sperare in una seconda avventura di Melis e soci. No, basta così. È stato un breve e brutto viaggio. Adieu! Edit: l’ho riletto sperando di aver preso un granchio. La lettura è stata approfondita, mi sono soffermato più e più volte sulle pagine e sui personaggi. Risultato: giudizio che non si discosta da quello precedente. Quanta fatica!