Samuele
Samuele
Ha scritto il 24/03/20
In un libricino di appena 60 pagine, Leonardo Sciascia ripercorre la storia del processo a Caterina Medici, domestica di un senatore milanese, nei primi anni del 1600. La donna fu accusata di stregoneria e condannata a morte.
Sciascia si immerge in un momento particolarmente buio. Buio per due motivi: uno, per l'oscurità di un momento storico in cui la ragione (in particolar modo quella illuministica tanto cara a Sciascia) langue, appartiene a pochi, è il momento della caccia alle streghe; e due, perché è una storia, quella di Caterina Medici quasi dimenticata, che sopravvive come nota di una nota nei Promessi Sposi di Manzoni. Sotto questo aspetto, che possiamo dire storiografico, allora la ricerca di Sciascia, che si avvale dei documenti stessi del processo, e che racconta attraverso una storia la Storia, ha la stessa valenza della microstoria di Ginzburg, di cui, sorprendentemente (o forse, a ben pensarci, non così sorprendentemente), condivide anche il tema dei processi della Controriforma. L'opera di Sciascia, allora, riesce a portare un lumicino di luce in quest'epoca di oscurità. Non tanto, ovviamente, nella modifica del passato, quello di Caterina è ormai immutabile, quanto più nel trarlo fuori dall'oblio. Partendo anche proprio dalla cosa basilare di riuscire a distinguere la presenza, in realtà, di due donne nella Storia e che Mazoni aveva unita in un'unica. Il primo passo è proprio questo: circoscrivere l'identità. Darle un'identità.
Sciascia, con il suo solito stile ironico e ricercato, uno stile profondamente etico, ricostruisce la storia di Caterina. Sciascia mostra l'azione del potere, in particolare quello della chiesa cattolica e dell'Inquisizione, e di come venga condotta l'indagine al di fuori di ogni criterio etico o anche soltanto giuridico o razionale. Oltre alla mancanza di una vera e propria indagine, nel senso di ricerca di indizi e ricostruzione, ciò che colpisce è l'utilizzo della tortura e di come essa venga ritenuta uno strumento valido per la ricerca della verità. O, meglio, della verosimiglianza, di cui ci si accontentava e a cui si costringevano le vittime. Che la tortura non fosse metodo per scoprire realmente la verità, "nella mente e nel cuore, in ogni tempo e in ogni luogo, ogni uomo che avesse mente e cuore l'ha saputo: e non pochi tentarono di comunicarlo, di avvertirne coloro che scarsa mente e poco cuore avevano". Ma, in fondo, non è la verità che si cerca nella caccia alle streghe.
Questa ricostruzione, però, non appare astratta, Caterina non è soltanto un nome. Sciascia riesce a rendercela ben presente, con le sue debolezze e le sue ingenuità, ma anche con la sua concretezza di persona reale e vissuta. Di persona ": il che con alquanta difficoltà si accetta oggi possa essere una donna, e figuriamoci nel XVII secolo, e nella condizione di Caterina". La strega e il capitano è, quindi, oltre che una storia di ingiustizia e di storiografia, anche la storia di una donna in una società bigotta e patriarcale, in cui un uomo scambia l'amore per una stregoneria.
La strega e il capitano è, quindi, un distillato perfetto. Un racconto curatissimo di quanto sia terrificante "l'amministrazione della giustizia, e dovunque. Specialmente quando fedi, credenza, superstizioni, ragion di Stato o ragion di fazione la dominano o vi si insinuano".