In Retablo protagonista è proprio la Sicilia, attraversata avventurosamente dall’eterna coppia nobile-servitore, in questo caso un ricco pittore illuminista e l’umile frate che gli fa da guida.
In questo caso, però, sia il razionale Don Chisciotte che il suo Sancio Panza, il frate Isidoro, sono in fuga da due impossibili Ducinea, una nobile e solo evocata, l’altra più concreta e (forse) più simile al modello.
Consolo alterna e incastra sapientemente i linguaggi in relazione al loro ambiente, alle storie che si intrecciano in questo viaggio in tre tempi: Oratorio, Peregrinazione e Veritas; mentre Isidoro intenerisce e fa sorridere, la lingua del pittore Fabrizio Clerici incanta e trascina; chiude una Veritas romanticheggiante nella sua semplice nudità.
Alle peregrinazioni e alle avventure dei due fa da sfondo un’incredibile Sicilia, splendida e piena di contraddizioni: magnanimi signori e meschini approfittatori, briganti generosi e nobili barbari, paludi malariche e lande bruciate dal sole.
A ogni passo risuona l’eco dei popoli antichi che hanno abitato questi spazi, il piede inciampa spesso in monconi di statue e capitelli: un viaggio fuori dal tempo e attraverso molti tempi diversi, dai quali resta escluso forse solamente nostro moderno.
Vincenzo Consolo (born in Sant'Agata di Militello on February 18, 1933) is an Italian writer. He has lived in Milan since 1969. He debuted in 1963, but gained wider attention in 1976 with Il sorriso dell’ignoto marinaio (The Smile of the Unknown Mariner) and has since become an awards wining author. He is convinced that ""non si possono scrivere romanzi perché ingannano il lettore", and writes novels with a poetic influence.
Questo viaggio di un pittore lombardo biondo di pelo e allampanato di corpo nel XVIII secolo in Sicilia, accompagnato da Isidoro, un monaco che ha abbandonato l'ordine per amore, è una peregrinazione meravigliosa: per il lettore. È un romanzo picaresco di incontri/scontri, viaggi per mare, ruberie e gesti di sacra, laica generosità ; vi si riflette sul valore dell'arte, della Storia e delle storie ed in esso la geografia di uno dei luoghi più belli del mondo fa l'amore con le culture che l'hanno abitata, con il sangue e le viscere di chi la abita e di chi vi capita per caso- ammesso che il Caso esista, in letteratura come nella vita- e se ne allontana a malincuore. La trama è originale, bellissima, coesa e, come se tutto ciò non bastasse, sorprendente, con un fulmen in cauda che riabilita anche il "gentil sesso", parzialmente bisfrattato in precedenza: perché sì, è anche una storia d'amore. Ma, ancora una volta (come per Bufalino), è la lingua ad avermi stordita; Consolo è poeta in prosa e questo romanzo è come una ballata densa, colta, sensuale, che irriga e rende fecondi mente e sensi. È un potente antidoto contro la banalità e la pochezza di un certo presente, parlato e scritto. È una lingua che sorprende, innamora: mai banale, mai abusata, mai scarnificata. È carne e viscere palpitanti: è levità e profluvio che annega. E in tanta originale ricchezza il pensiero si inebria e ritorna a dispiegarsi; la profonda saggezza e l'innegabile lirismo di alcune riflessioni, come è proprio di alcuni fortunati testi, rimangono scolpiti in profondità. Una lettura che mi ha fatto venir davvero voglia di parlare meglio, di pensare meglio, con più attenzione e di dedicare sempre più tempo a libri come questo.
Dipinto su tavola, con scomparti in rilievo pieni di seduzione
Un capolavoro. Nient'altro da dire. Un libro che che ti cattura sin dall'incipit (come ha stregato me) e ti lascia profumo di zagara, di gelsomino, di pescherecci, di pesci appena presi, di mare, di Sicilia. Vincenzo Consolo è considerato uno tra i maggiori narratori italiani contemporanei: il suo modo di scrivere, semplice, che predilige una narrazione orientata verso la poesia. Infatti, il lettore trova un linguaggio siculo più aulico, più dolce, più antico, più romantico: nulla a che vedere con il linguaggio, più volgare, di un Camilleri. Si sente l'influenza di Sciascia, di cui Vincenzo divenne un grande suo ammiratore. Consolo è nato vicino Messina ed è morto a Milano nel 2012.
Ma, ahimè, chi lascia la Sicilia, amata-odiata, deve sempre fare i conti con la Nostalgia di una Terra, con il suo passato e il suo presente, la sua bellezza affascinante e il suo disfacimento, i suoi odori forti, la sua natura seducente. E per questo che, con questo libro, l'Autore cerca di dipingercela, scrivendo.
Avendo un gran disio dipinsi una pintura, bella, voi simigliante (Jacopo da Lentini)
Il romanzo, ambientato in pieno Settecento racconta le vicende di due personaggi. Il primo è un pittore milanese, Fabrizio Clerici, amante dell'antichità classica, che viaggia per la Sicilia tenendo un diario destinato alla donna amata, Teresa Blasco (la quale però -egli lo apprende durante il viaggio- sposerà Cesare Beccaria, l'autore del famoso Dei delitti e delle pene). Il secondo personaggio è il frate siciliano Isidoro, tormentato dall'amore sconvolgente per una donna di nome Rosalia, che durante il viaggio farà da aiutante e cicerone al pittore. Così come Virgilio aiuta Dante nel suo cammino, così frate Isidoro porterà Fabrizio a scoprire le meraviglie siciliane, sino a fargli conoscere le maestose chiese del Serpotta, a Palermo. Entrambi, Fabrizio ed Isidoro, sono accomunati da un fatto: un amore non corrisposto.
Il libro si articola in 3 parti: Oratorio (incipit), Peregrinazione (il viaggio attorno gli ambienti siculi dell'Ovest), Veritas (una lettera indirizzata ad Isidoro in cui Rosalia racconta la storia dal proprio punto di vista e dice addio per sempre al suo amato, scegliendo un altro uomo).
ORATORIO (di frate Isidoro). Un incipit che ti lascia senza fiato sin da subito:
Rosalia. Rosa e lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha ròso, il mio cervello s’è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia, Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera d’opalina, e l’aere sfervora, cala misericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello del giardino, scorre fra colonnette e palme del chiostro in clausura, coglie, coinvolge, spande odorosi fiati, olezzi distillati, balsami grommosi. Rosa che punto m’ha, ahi!, con la sua spina velenosa in su nel cuore. Lia che m'ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento, catena di bagno sempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozione, lilio dell'inferno che credei divino, lima che sordamente mi corrose l'ossa, limaccia che m'invischiò nelle sue spire, lingua che m'attassò come angue che guizza dal pietrame, lioparda imperiosa, lippo dell'alma mia, liquame nero, pece dov'affogai, ahi!, per mia dannazione. Corono di delizia e di tormento, serpe che addenta la sua coda, serto senza inizio e senza fine, rosario d'estasi, replica viziosa, bujo precipizio, pozzo di sonnolenza, cieco vagolare, vacua notte senza lume, Rosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei?
PEREGRINAZIONE
Nel paese di Halcamah (Alcamo) Volontà mi prese a correr di leggieri le mi strade per giungere ai luoghi più desiati, luoghi d'antica istoria e di ruine. (...) Laonde, d'oggi in avanti io voglio sovr'ogni cosa raffigurar le pietre da soli e venti e piogge modellate, o l'altre dirupate frante. Pietre sopra pietre. Ben vinuto, ben vinuto ad Arcamo! - disse il signor Soldano. Nel suo salone, v'era per tutte le pareti, sopra mobili e mensole, capitelli e basi di colonne, dentro nicchie e stipi, pendendenti financo al soffitto, neri crateri sicoli, arcaici rilievi di frontoni, corrose metopi; tavole dorate bizantine, croci dipinte, pale dei Flamenghi e vaste tele delle scuole del Sanzio, del Merisi, o del Vecellio. (...) Sia opportuno far crescere la cima sicola da ràdica toscana o puramente far sbocciare in aura toscana la semente sicola. Giudicate vui!
In Egesta degli Elìmi (Segesta) - "Ma qui è il paradiso! Sorgive acque sulfuree e calde. Che diranno del paese nostro, di noi ciciliani, i suoi compaesani della Lombardia?" sclamò Isidoro - "Lombaddìa? E che è?" chiese uno. - " E' una terra nordica, lontana, 'na piana chiusa da montagne d'eterni ghiacci, rotta da fiumi e laghi vasti, terra priva di mare, cielo, sole, stelle e lune, ove la gente mangia lardi, verze, ranocchi, polenta" disse Isidoro. Ecco, poi, il granitico tempio di Egesta: volto a oriente, sei lisce colonne alle fronti dorica natura, e quattordici fianchi. Costruito dai Troiani o dagli Elìmi, dedicato alla Venere, a Diana.
In Selinunte greca Casette basse, in pietra viva e calce, da cui pendevano grappoli bianchi d'uva zuccherina che chiamano zibibbo. A Selinunte greca. Ruine di città e d'una istoria. Ruine della Storia. Volano uccelli sopra capitelli. E voci udiva vagando di qua, di là, parole greche, puniche, sciame o ancora più antiche E ovunque ancora, c'erano metopi, sculture di marmo o tufo, sarcofaghi, crateri. Perseo che decapita Medusa, Eracle che trasporta due Cercopi, la Triade del Delfo, Europa rapita dal suo toro, Demetra e Core sopra la quadriga. Lasciai la collina dell'acropoli.
In Mozia de' Fenici D'altr'acque mi sovvenni, stagnanti, paludose, d'acque marce e inferme, saline e dolci. Quello era il cimitero ove i Fenici seppellivano i fanciulli dopo averli sacrificati ai loro dei.
In Trapani falcata Da lì, si gode la vista della selva d'alberi, delle saline a manca, l'isole delle Formiche, Favognana, Levanso, Marettimo.
In Palermo In Palermo mi incontrai subito col Serpotta. In quelle strade del rione della Kalsa, erano molte botteghe di mercanti, osti, cantinieri, panettieri, orefici, setaioli. Il rettore m'affidò un prezioso reliquiario d'argento e oro, de la Schola Panormi, con l'aquila spiegata, con una santa Rosalia al centro. Viva Palermo e viva Santa Rosalia!
Palermo, Milano (e Torino). 3 Maggio 2019.
(18 Gennaio 2020) Palermo, succede sempre: ritornare da te, amarti i primi giorni, studiarti, osservarti; poi odiarti perché rimani uguale, seppur in 20 anni sei cambiata molto. Torino, accade sempre: rendersi conto che ormai sei una città che si fa vivere e si sta bene. Ma dopo pochi giorni inizia la Nostalgia. E sarà sempre così.
retablo ‹retàbℏlo› s. m., spagn. [der. di tabla «asse, tavola», che è il lat. tabŭla «tavola»]. – Nella storia dell’arte, tipo di ancona frequente in Spagna a partire dal periodo gotico (e che raggiunse il suo massimo sviluppo, anche nell’America latina, nel periodo barocco, raggiungendo dimensioni colossali), a molti scomparti disposti in più ordini, con incorniciatura architettonica assai elaborata e ricca di figure ed elementi intagliati; a volte tutti i riquadri sono scolpiti, e in tal caso il retablo, oltre che di legno, può essere an che di marmo, stucco, ecc. (generalmente policromo).
Una rilettura trent’anni dopo, per vedere che effetto faceva sulle macerie del Camillerismo ammiccante, e l’insopportabile atmosfera turistico dialettofila di tanti suoi epigoni. Consolo e Bufalino, il canto del cigno, dopo il parricidio del realismo tradizionale, di una “canone siciliano” che credo non esista più e non abbia più ragione di esistere. Mi piaceva molto la sua idea, espressa in varie interviste, di ribellione a quella che lui chiamava la “lingua centrale” e la forza con la quale rifiutava l’etichetta di scrittore locale o semi dialettale. Riporto qui dei passi appunto di una sua intervista.
“Il dialetto si forma dai sedimenti linguistici che hanno lasciato le varie dominazioni. Quello che io faccio, con una tecnica un po’ da archeologo dilettante, è disseppellire la lingua che sta sotto il dialetto, scavare nei giacimenti linguistici siciliani e immettere le parole anche arcaiche, auliche, che hanno un significato e un significante, che possiedono cioè una loro bellezza anche sonora, e che ti dicono molto di più del vocabolo italiano, perché nascono da una matrice antica, vengono da parole greche, latine, arabe, spagnole, eccetera. Dopo di che, innesto e organizzo la frase in senso fonico, ritmico, insomma cerco di raschiare sotto la crosta per recuperare le radici linguistiche e far capire – poiché la letteratura è memoria – da dove veniamo, come si sono formati i nostri linguaggi, le nostre lingue, eccetera. Nel mio caso si è parlato spesso, con molta superficialità, di dialetto. Ma il mio non è dialetto. Lo dico con lo stesso furore, la stessa forza con cui lo diceva Verga. Verga, che è arrivato alla perfezione dei Malavoglia, aborriva il dialetto ed era in polemica con Capuana, che invece lo frequentava. Quella di Verga è un’operazione linguistico-stilistica che consiste nell’aver abbassato il codice centrale, toscano, al livello del modo di pensare e di essere del popolo, cioè dei pescatori e dei contadini siciliani. Pasolini lo chiama “un italiano irradiato di dialettalità”. Non è un gioco estetico, il mio, ma etico direi, e politico. Un’operazione sperimentale complessa, di grande impegno e difficoltà… Infatti è una strada ardua, ma ho capito che per me era l’unica possibile. Ho fatto questa scelta con la consapevolezza di essere uno che veniva dopo grandi scrittori di una generazione precedente. Parlo di Moravia, di Calvino, di Sciascia, tutti autori che avevano scelto la cifra comunicativa, illuministica, razionalistica. Appena ho cominciato a scrivere mi sono reso conto che non potevo adottare lo stesso registro stilistico. Avendo vissuto il fascismo, la guerra, quegli scrittori avevano nutrito la speranza che, abbattuto il regime, tornata la pace, con l’avvento della democrazia si potesse formare una società armonica con la quale comunicare, come avveniva in Francia. Questo pensavo allora. Ma, nel ’63, quando ho pubblicato il mio primo libro, queste speranze erano già cadute. Il sogno di una società armonica con la quale comunicare era crollato, quindi ho adottato un mio modulo espressivo che fatalmente mi metteva in quella linea di sperimentatori che nella letteratura moderna parte da Verga e arriva fino a Gadda, a Pasolini. Questa è stata la mia scelta.”
E' difficile valutare un libro la cui componente linguistica è così forte e preponderante. Occorre abbandonarvisi, non come esercizio di stile ma come parole che vagano a metà fra la prosa, la poesia, la lista, il sogno. Così facendo si sente il gusto del barocco, e il caldo della Sicilia, e le chicche artistiche e storiche: il mio amato Serpotta e san Lorenzo a Palermo, briganti che si convertono, amori lontani, scoperte archeologiche buttate a mare e ritrovate pochi anni fa, terremoti a distanza di 24 ore l'uno dall'altro.
che libro splendido- avventuroso, ben costruito, scritto in una lingua che da sola sarebbe già una gioia per i sensi, romantico, appassionato, disperato. un capolavoro- eppure non si trova e lo si deve cercare disperatamente fra bancarelle e librerie dell'usato.
Consolo come Gadda, un artista della parola, un acrobata del vocabolario. Qui c'è un magnifico italiano antico, frammisto a siciliano, e una torma di nomi rotondi, esotici, fascinosi. Una trama esile, più vicina alla poesia che al racconto, che come una lunga passeggiata costa una buona fatica. Il rischio che corriamo è descritto in un episodio del libro: quello di trasportare una meravigliosa statua su una nave non della portata giusta, e vedersi costretti a inabissarla nel mare. Ahimè, siamo velieri troppo leggeri.
«siamo castrati tutti quanti vogliamo rappresentare questo mondo: il musico, il poeta, il cantore, il pintore... Stiamo ai margini, al bordo della strada, guardiamo, esprimiamo, e talvolta, con invidia, con nostalgia struggente, allunghiamo la mano per toccare la vita che ci scorre davanti»
Per fortuna che in genere gli scrittori contemporanei non scrivono così, ma che fortuna che il sig. Consolo l’abbia fatto, poiché sarà anche una faticaccia, ma certamente la lingua che cesella è una meraviglia. Il titolo che fa riferimento a un’arte figurativa e scultorea è azzeccato, perché certamente questo piccolo libro offre una esperienza molto visiva, il racconto scorre davanti al lettore per immagini intense, e anzi non basta, perché addirittura si può considerare una esperienza sensoriale completa di colori, profumi, odori, superfici …per non parlare dei suoni e della musicalità che tracima dalle parole. La bellezza che ci travolge del viaggio del cavalier Fabrizio e di Isidoro restituisce una Sicilia talmente bella e intensa da essere struggente e malinconica, una bellezza passata, antica, perché la bellezza è transeunte, non si può trattenere…e che fa passare in secondo piano una storia semplice, di pochi accadimenti, ma sottilmente ricca anche di riferimenti e di argomenti (primo fra tutti il pregiudizio). E gli amori, narrati fra le righe, che continuano a mordere se pur falliti, disillusi, arrabbiati, rassegnati… Un libro da viaggio, da declamare per strada mentre si percorre il tragitto compiuto da Fabrizio e Isidoro, o immaginare sul divano di casa, in cui, guardandovi dentro, miracolosamente sogniamo tutti quegli incantevoli paesaggi.
Una maestria inimitabile. In "Retablo", Consolo dimostra di far convergere l'altitudine e la vertigine dello stile con la narrazione, la storia (o per meglio dire, le storie) che si racconta. Inutile dire che ogni parola è uno scrigno, ogni colata descrittiva un drappeggio finissimo. Un 'on the road barocco', stagliato su un affresco storico nella Sicilia borbonica del '700 che permette a questo grande maestro della linea siciliana di mostrare il meglio del suo estro espressivo.
"...cos'è mai questa terribile, maravigliosa e oscura vita, questo duro enigma che l'uomo sempre ha declinato in mito, in racconto favoloso, leggendario, per cercar di rispecchiarla, di decifrarla per allusione, per metafora?" (pp. 134, 135)
ho letto questo romanzo perché fa parte di un elenco di libri consigliati/preferiti da Saviano. E'un libro molto particolare, scritto in italiano settecentesco nonostante sia stato scritto negli anni 80 del Novecento. E' un diario di viaggio in Sicilia, in un periodo in cui viaggiare non era veloce e comodo come nella nostra epoca. Il viaggio presupponeva l'avventura, il pericolo e la vera scoperta di luoghi e persone sul proprio cammino,come se fossero tesori. A tratti mi ha evocato I Beati Paoli o I Viceré. Sullo sfondo del viaggio c'è anche una storia d'amore malinconico, e un po' di malinconia mi è venuta pensando a questi tesori e fasti di una Sicilia che non c'è più.