Teso come un thriller, barocco come una cattedrale, violento come il morso di un pitbull, Uomini e cani è una furibonda cavalcata nel cuore nero del Sud. In un Salento lontano anni luce da quello da cartolina, il comune di Languore progetta di trasformare una salma in parco naturale. E gli eventi si mettono in moto. Il sindaco è giovane e ottimista, Milena bella e spaventata. Nico ha perso tutto, tranne se stesso. Don Titta Scarciglia maneggia e corrompe. I Minghella addestrano cani e figli da combattimento e Pietro Lu Sorgi, l'eremita, annienta chiunque invada il suo territorio.
Negli estratti riportati nella copertina del libro si sbizzarriscono i paragoni più astrusi, letterari e cinematografici: da Inarritu a Tarantino (ogni volta che si spara un po’ più della media e a bruciapelo salta fuori Tarantino…!) , da Ballard addirittura a Faulkner (quest’ultima perla è tratta da La Gazzetta del Mezzogiorno! )
A me tutt’al più ha ricordato qualcosa che ho letto di Ammaniti, autore che peraltro non rientra fra le mie predilezioni (eufemismo); comunque sia, proprio tutte queste analogie, vere o presunte, testimoniano prima di qualsiasi analisi quanto poco “Uomini e cani” sia originale e dotato di una propria identità, se non per il fatto di avere trasferito un canovaccio western nel contesto del Salento, colto nella sua parte più degradata e allo stesso tempo primordiale.
Dicono che Uomini e cani abbia un buon ritmo, e probabilmente è vero poiché anche al lettore meno coinvolto da un racconto zeppo di stereotipi non viene la tentazione di piantarlo lì a metà, o meglio: viene ma si procede ugualmente, senza fatica ma con grande distacco che, per letture “di pancia” come questa, costituisce un limite esiziale.
Forse nel mio giudizio negativo pesa la saturazione e il rifiuto di un genere che affonda nel compiacimento della descrizione del degrado italiano, umano e ambientale. O sei Pasolini o Garrone (e dagli con i paragoni…!) e sai sublimare il lercio e la corruzione nella poesia, oppure resta un’operazione che al massimo provoca un sentimento di amarezza; un’amarezza che tuttavia, grazie alla patente artificiosità delle situazioni, coinvolge meno di una delle ricorrenti inchieste giornalistiche sull’irreversibile autodistruzione del Belpaese.
L'ho letto pochi giorni dopo un altro di Di Monopoli: Nella perfida terra di Dio. Stessi temi e stesso stile. Anche questo, come l'altro, una gran lettura.
Un libro che dai commenti che ho letto divide, chi li è piaciuto e chi nò.
Io mi trovo nel mezzo, i personaggi grigi che attraversano la linea del bene e il male sono molto interessanti, e in più quel crudo che per ora ho trovato solo nei libri di king mi è piaciuto e a tratti disgustato. L'unica pecca è la guardia foresteria che non sò perché non mi è piaciuta per niente come personaggio....è un anti-eroe molto ben fatto ma " non è scattata la scintilla"🤷♀️.
Se volete leggerlo vi avverto che c'è molta violenza sugli animali.
il salento- appena pittoresco, parecchio crudo. personaggi senza sconti, dialetto che si mischia all'italiano, toni cupi, morti ammazzati. c'è il sole, ma ogni cosa pare cupa.
Uomini e cani sono sei giorni nella vita di Languore, piccolo centro cittadino pugliese, dove si scatena più o meno l'inferno. Se per stessa dichiarazione di Omar di Monopoli una delle influenze è il western (qua declinato in un'ottica pugliese), e lo si capisce bene fra ranger, ragazze in pericolo, e soprattutto quella frontiera che è confine e sospensione di tutte le leggi, l'altro grande genere che racchiude Uomini e cani è il southern gothic, ovvero quell'horror meridionale, di cui scrissero gli scrittori americani. Monopoli racconta la storia di uomini che sono poco più che bestie, incattiviti e crudeli (ma non malvagi, è importante). Non a caso quasi ogni personaggio ha un suo corrispettivo canino - e 'sta cosa non è simpatica o divertente. Tutt'altro. E' come se a Languore (ovviamente già il nome del paese è metafora) il confine fra umanità e animalità sia venuto meno, come se le regole che governano il mondo animale - il sopruso, la forza, la violenza - fossero le stesse che governano gli uomini. Diversi personaggi finiscono/rischiano di essere sbranati proprio perché i confini sono labili e inesistenti: è una lotta fra uomo e uomo, fra cane e cane, e fra cane e uomo perché ogni termine è uguale all'altro. La natura di Languore è una natura quasi primeva, che spaventa per il suo abisso e la sua radicalità. L'uomo che la abita è sperduto in essa quanto i cani. Le case, vere e proprie baraccopoli, sono poco più che tane. E' una natura, bellissima quanto si vuole, ma che, quasi, pare ti entri dentro e rischi di farti impazzire, di farti incrudelire ancora di più - le scene più spaventose sono quelle riguardano Pietro Lu Sorgi, che vive emarginato fra gli emarginati, al limite quasi dello stregonesco, con una furia, una violenza che ha perduto tutta la sua umanità, per divenire animalità. Ma, sia chiaro, Languore proprio perché al confine fra uomo e animale è terra dove il mafioso riesce a vivere e prosperare (ma comunque mai riuscendo a innalzarsi oltre quel confine). Le istituzioni o sono corrotte o sono incapaci di riuscire a gestire il territorio. Vuoi perché manovrate da chi è più forte (di nuovo: la legge animale), vuoi perché incapace di comprendere chi quel territorio lo vive. Perché, parliamoci chiaro: bellissimo il parco naturale, bellissime le specie protette, bellissimo tutto, ma "qua abbasciu, dove ormai pure le lacrime e i sorrisi ciànno arrubbato, non ci possiamo proprio credere che qualche papera spennacchiata tiene più diritto di noi a vivere una vita degna di questo nome". Per questo il finale, nonostante l'apparente sconfitta dei cattivi, non è una vittoria, non ha nemmeno lontanamente il sapore o la catarsi di una vittoria. A Languore c'è soltanto amarezza, stanchezza e tanta, tanta, tanta rabbia.
Di Monopoli ha uno stile di scrittura particolare: mescola con sapienza il dialetto salentino con un italiano arcaico, ne esce fuori qualcosa di unico che mi ha davvero colpito. A mio parere anche la caratterizzazione dei personaggi è ben riuscita. L'autore non entra mai nella testa dei personaggi ma, attraverso i loro gesti e i loro sguardi, riusciamo a capire molto del loro carattere. Poi, con le sue descrizioni, Di Monopoli, ci fa immergere totalmente in quei paesaggi aridi e duri dell'entroterra pugliese.
Il mio primo libro di Omar Di Monopoli. Acquistato per curiosità e abbandonato solo dopo averlo ingoiato, tutto d'un fiato in pochissimi giorni. La sua scrittura, unica e personale, già fa capolino, allusiva, affascinante. I personaggi sembra vederli sbucare, fin troppo ingrati, e talmente inconsapevoli da essere crudeli. Splendido.
C'è una storia cattiva, personaggi cattivissimi, una terra senza pietà, un linguaggio ricco e poi c'è lui, l'antieroe che diventa il Clint Eastwood della situazione, a delineare un'epopea del West in salsa pugliese. L'ho divorato e adorato.
Stile eccezionale come sempre, ma questo che è uno dei suoi primi lavori, forse un pochino ancora acerbo.. La prosa è alta, i personaggi magnifici, le vicende un po stentano invece.. Il finale soprattutto è un po frettoloso.. Rimane comunque un fantastico noir pugliese
Letto sulla scia di entusiasmo che avevo provato dopo “Nella perfida terra di Dio” sempre di Monopoli. Purtroppo in questo caso, non saprei dire bene il perché, l’entusiasmo si è spento dopo le prime 40 pagine…ho fatto fatica a finirlo.
Scrittura pesante e poco fruibile. Soprattutto nei dialoghi, dove la prima e la terza persona si confondono. Anche i segni di interpunzione sono indispensabili per una sana lettura…
Bellissimo. Sanguigno. Arcaico. Terrone, meravigliosamente terrone. Amo questo Autore della mia terra che scrive della mia terra. È il secondo che leggo, li leggerò tutti.