Un bambino pastore sui monti di Sardegna, il padre amato lontano e perduto, tradito da una falsa lettera d'accusa. Il ragazzo sa e cresce, educato dal nonno all'osservanza di un codice primitivo. In un giro di vite implacabile, quel codice lo porta a scegliere di essere bandito. Un ritmo che mozza il respiro, un romanzo secco e nervoso che è insieme azione, western, struggente storia d'amore. Con la Sardegna bella com'era, intatta e scabra, tra nebbie e squarci altissimi di azzurro, mentre sopra suoni di greggi e raffiche di mitra trascorrono gli elicotteri dell'antimalaria, e sui casolari e i paesi del dopoguerra si accende il miracolo dell'energia elettrica. Ciò che Fiori racconta, dietro le scene indimenticabili di vita da bandito, è anche la tragedia di un ragazzo qualunque e della sua energia vitale volta al bene e sprecata, distrutta: e proprio la scrittura è la cifra, ambigua e chiarissima, di questo dramma.
“Sonetaula” pubblicato da Giuseppe Fiore [1923-2003] una prima volta nel 1960 e più recentemente nel 2000 accorciato dall’autore, è un romanzo aspro e pessimista che racconta la vita breve e tragica del giovane sardo Zuanne Malune, soprannominato “Sonetaula”, al quale una faida paesana, che coinvolge inizialmente suo padre dapprima carcerato ingiustamente e poi inviato al confino e infine morto in Africa durante la II Guerra Mondiale, costringe alla latitanza in montagna, alla rinuncia di una vita normale e all’amore della donna amata, all’abbruttimento fisico e morale fino all’inevitabile conclusione.
Come scritto all’inizio un racconto tanto appassionante quanto pessimista che non lascia via d’uscita o di redenzione al protagonista Sonetaula che fino all’ultimo tuttavia crede nella possibilità di un riscatto lontano dalla sua terra natale e pur inselvatichito da una vita di solitudine fisica e morale, trova in sé la volontà di dare un addio alle persone che gli sono più care e che sente più vicine al suo cuore.
Romanzo breve apparso per la prima volta presso i tipi dell’editore Canesi nel 1962, vincitore del premio Deledda 1960, riappare nel gennaio 2020, alleggerito di circa centocinquanta pagine, nel 2008 in riduzione cinematografica, a firma Salvatore Mereu, opera interamente in lingua sarda.
Giuseppe Fiori è stato sicuramente un abile biografo, sue le narrazioni della vita di Emilio Lussu e di Antonio Gramsci, nonché quella di Enrico Berlinguer, e la capacità di scrittura non viene meno nella narrativa pura. “Sonetàula” è infatti un ottimo romanzo breve: narra la storia di un bambino che si fa uomo e bandito latitante negli anni tra il 1937 e il 1946. Dentro c’è la storia nazionale che si infila timida in una storia regionale, avvertita da me che leggo - ma presumo anche da Fiori che scrive e dagli stessi personaggi che fioriscono dalla sua penna - come sovranazionali. Storia della Sardegna e dell’eccidio di Buggerru ( uno dei primi scioperi dell’Italia Unita- 4 settembre 1904- ribellione di minatori che fece scatenare il primo sciopero a livello nazionale); storia europea della guerra civile spagnola che richiama numerosi volontari, storia infine mondiale con lo scatenarsi del secondo conflitto su scala planetaria e del suo propagarsi in un’onda lunga di lutto anche nelle famiglie sarde, perse in un territorio appena sfiorato dagli aerei, intangibile nella sua atavica appartenenza al mondo naturale in un irremovibile e unico panismo.
Una storia dolorosa, a tratti necessaria, che tutta animata da un senso primitivo di giustizia non contempla altra possibile soluzione se non la vendetta privata sempre al limitare di una nuova faida. A nulla vale l’amore, il senso di appartenenza alla propria comunità, si finisce soli e braccati, le mani già sporche di sangue, indelebile.
Stile conciso, perfettamente scandito da scorci paesaggistici, sapiente uso dell’ellissi, asciutti dialoghi di vivida impronta teatrale, un realismo doloroso, rotto solo alla fine da un sentimento così vivido e capace di commuovere nel profondo con poche parole: in pochi lo sanno fare.
Sonetaula racconta un mondo che quasi ha smesso di esistere. Lo racconta ambientandolo in una terra che invece esiste ancora e ha lo stesso profumo, o quasi. Buffo: durante la lettura continuavo a ripetermi “ma io questa scena l’ho già letta, la conosco”. Ecco, anni fa avevo visto il film (omonimo) di Mereu. Una storia breve, dai contorni netti, raccontata in maniera asciutta. Fiori ci riporta in quel mondo di che mai abbiamo vissuto, ma di cui abbiamo sentito parlare.
Pubblicato per la prima volta nel 1960 e poi rimaneggiato e sfoltito dall'autore 35 anni dopo in occasione della ripubblicazione con Einaudi, Sonetàula racconta la storia di Zuanne Malune - noto Sonetàula - dal 1938 al 1950, anni in cui Zuanne da ragazzino tutt'ossa diventa uomo e "vittima" di un destino che è l'eco di quello di suo padre e di suo nonno. Sebbene tutti i luoghi siano inventati, è semplice riconoscere la Barbagia (ed il suo "codice") nella narrazione di Fiori, una storia che fa tornare alla mente il contemporaneo "Banditi a Orgosolo", piena dello stesso rassegnato disincanto. Zuanne non è 'condannato' per nascita, ma per le sue scelte, frutto di un'educazione che vede nella vendetta il mantenimento dell'onore, nel ricorso alla legge un atto di vigliaccheria. Un po' come nelle Due città di Dickens, Zuanne ha una sua controparte - Giuseppino - che rappresenta tutto quello che Sonetàula avrebbe potuto essere e a cui avrebbe potuto aspirare (incluso il vedersi ricambiato dalla donna amata, che ovviamente è la stessa per entrambi). Gli episodi della vita di Sonetàula, la sua discesa verso il lato oscuro, sono raccontati con una prosa elegante che si alterna all'asprezza del sardo "tradotto" in italiano, ma conservato nelle sue forme e nelle sue espressioni. È un racconto privo di qualsiasi tentativo di tramandare un 'mito del buon selvaggio', di qualsiasi nostalgia del passato, di qualsiasi rimpianto delle cose cambiate dalla modernità; insomma - per me che non la amo - è un racconto che si distanzia dalla prosa e 'mitologia' deleddiane. È la storia di un vinto, disincantata, essenziale, rassegnata; una storia che non ispira pietà, ma tristezza per un ragazzo costretto(si) a diventare "marinaio di foresta, senza sonno e senza canzoni".
Romanzo breve, dal ritmo serrato e dalla prosa spoglia ma efficace, quasi che la rarefazione degli aggettivi serva a restituire il brullo paesaggio che fa da sfondo alla vicenda: una Sardegna aspra e ostile che diviene metafora stessa della vita del protagonista: la Sardegna ai margini dello stato sociale, una terra nella quale la giustizia è amministrata secondo le leggi del codice barbaricino, ma che aspira, per altri versi, ad entrare a pieno titolo nel flusso della Storia e del progresso, anche se spesso ne viene respinta. Lo stile di Fiori, così debitore della scrittura giornalistica, tale da simulare un'apparente neutralità nella narrazione, si rivela vibrante ed efficace nei suoi intenti neorealistici.
È un bel e breve romanzo, pieno di inaspettati colpi di scena. Inoltre, la vita dei pastori sardi viene descritta in maniera così evocativa: i suoni, gli odori, i sapori, le viste... insomma, un piccolo gioiello da leggere.