Aderenza al vero
Il vice commissario Ambrosi- quarantanovenne divorziato, irrimediabilmente solo, benché abbia appena iniziato una nuova storia- si trova invischiato in un'indagine su una presunta morte naturale per collasso diabetico, che però tanto naturale non è e che si lega a quella smaccatamente inferta di un uomo-verme (giustamente) pugnalato al cuore, che fino a quel momento avevo sospettato non avesse.
Sulla vicenda aleggiano donne fragili e seducenti- l'elegante Valeria, l'infelicissima figlia Lia, la pantera di cristallo Alima- o popolane, comprimarie costrette dalle esigue risorse economiche a passare il Ferragosto nell'infuocata Milano deserta (io sono una, però, che ama passare il 15 agosto in città...la riconosco e la sento vera e sincera, come avesse dismesso gli abiti di scena e si mostrasse nuda e reale al mio sguardo innamorato).
Della saga legata alle vicende dell'Ambrosi mi piace l' estrema concretezza della lingua e dell'azione: mai una parola in più del necessario; nessuna preoccupazione altra che non sia quella di raccontare una storia di anime morte, annientate dalla tristezza e dall'isolamento; i malinconici interrogatori informali del vice commissario, che scarrozza gli indagati in giro per la città sulla sua Golf e che al commissariato ci va solo se costretto, sempre a disagio.
Mi piace la Milano di Ranieri- umida e nebbiosa anche quando c'è il sole- una Milano degli anni '70, prima di tanti cambiamenti, prima delle apericene e dell'Expo- una città fatta di nomi di strade, di gente sospettosa che occhieggia dagli usci, di asfalto, di drammi e ferite che si rimarginano male. Non c'è sfavillio, glitter, cipria a coprire le magagne; non ci sono anglismi reiterati a confondere e rendere 'brand' qualsivoglia cosa.
Mi ha fatto un po' pensare alla Parigi di Maigret (un pochino, eh...) e mi ha fatto venir voglia di avere un Tardis personale perché, da figlia degli anni '80, di certi scorci di strade e di vite posso leggere solo nei libri.