Fiore di poesia è una antologia di poesie di Alda Merini attinte da diverse raccolte e composte nell’arco di più decenni, chiude l’antologia una serie di aforismi.
Si legge un libro e si vorrebbe valutare ciò che si ha letto, ancora più difficile quando si tratta di poesie personalissime che rappresentano il nocciolo dell’anima di chi le ha scritte. Chi sono io per valutare le anime altrui?
Se conoscessimo a fondo i drammi degli altri, anche dei nostri nemici di quelli che ci fanno nulla o poca simpatia, li ameremmo di più.
Confesso però che nella poetica di Alda Merini qualcosa non mi ha convinto pienamente, forse l’esibizione quasi fiera del proprio dolore?
La poetessa presenta se stessa:
ALDA MERINI
Amai teneramente dei dolcissimi amanti
senza che essi sapessero mai nulla.
E su questi intessei tele di ragno
e fui preda della mia stessa materia.
In me l'anima c'era della meretrice
della santa della sanguinaria e dell'ipocrita.
Molti diedero al mio modo di vivere un nome
e fui soltanto una isterica
Versi agghiaccianti che Alda Merini dedica all’esperienza del manicomio:
IL MANICOMIO E' UNA GRANDE CASSA DI RISONANZA
Il manicomio è una grande cassa di risonanza
e il delirio diventa eco
l'anonimità misura,
il manicomio è il monte Sinai,
maledetto, su cui tu ricevi
le tavole di una legge
agli uomini sconosciuta
LAGGIU' DOVE MORIVANO I DANNATI
Laggiù dove morivano i dannati
nell'inferno decadente e folle
nel manicomio infinito,
dove le membra intorpidite
si avvoltolavano nei lini
come in un sudario semita,
laggiù dove le ombre del trapasso
ti lambivano i piedi nudi
usciti di sotto le lenzuola,
e le fascette torride
ti solcavano i polsi e anche le mani,
e odoravi di feci,
laggiù, nel manicomio
facile era traslare
toccare il paradiso.
Lo facevi con la mente affocata,
con le mani molli di sudore,
col pene alzato nell'aria
come una sconcezza per Dio,
laggiù nel manicomio
dove le urla venivano attutite
da sanguinari cuscini
laggiù tu vedevi Iddio
non so, tra le traslucide idee
della tua grande follia.
Iddio ti compariva
e il tuo corpo andava in briciole,
delle briciole bionde e odorose
che scendevano a devastare
sciami di rondini improvvise
Questi invece sono versi d’amore che Alda dedica al secondo marito medico e lui stesso poeta, sposato quando lui era già anziano di 85 anni, un matrimonio discusso, un’amicizia nata per corrispondenza un’amicizia telefonata, lì unì entrambi la passione divorante per la poesia.
A MICHELE PERRI
Amore, perdonami: sono brutale e vorrei ungerti d'olio,
ti perseguito e vorrei
che davanti a te io fossi un tappeto,
ti amo e mi recludo nel mio silenzio,
ma ho paura, paura di me stessa,
di questi gigli orrendi di fame e di fango
che crescono nella mia mente.
I tuoi figli non mi perdonano
e divorano la mia anima, i tuoi figli sono divoratori,
eppure io che sono madre
sazierò le loro bocche violente
perché non arrivino mai al nostro amore,
a dividere la nostra infamia segreta
di poeti malevissuti nel mondo
Queste brevissime le ho trovate terribilmente toccanti, sono dedicate a due indumenti rispettivamente di un padre e di una madre. E’ una esperienza che alcune volte ho vissuto: abbracciare un indumento di una persona amata, indumento che giace sul letto o sullo schienale di una sedia, vuoto del corpo che ha rivestito, sformato dalla sua assenza, impregnato del suo odore e della sua essenza.
IL PASTRANO
Un certo pastrano abitò lungo tempo in casa
era un pastrano di lana buona
un pettinato leggero
un pastrano di molte fatture
vissuto e rivoltato mille volte
era il disegno del nostro babbo
la sua sagoma ora assorta ed ora felice.
Appeso a un cappio o al portabiti
assumeva un'aria sconfitta:
traverso quell'antico pastrano
ho conosciuto i segreti di mio padre
vivendolo così, nell'ombra
IL GREMBIULE
Mia Madre invece aveva un vecchio grembiule
per la festa e il lavoro,
a lui si consolava vivendo.
In quel grembiule noi trovammo ristoro
fu dato agli straccivendoli
dopo la morte, ma un barbone
riconoscendone la maternità
ne fece un molle cuscino
per le sue esequie vive