Questa settimana si è parlato parecchio, in senso critico e con tutte le ragioni, di curriculum extrascolastico. E mi sono ricordata di un libro che amo, sebbene non lo consideri particolarmente scorrevole. Ossia “Bisogno di libertà”, di Björn Larsson.
Sono abbastanza sensibile all’argomento, perché a 43 anni suonati mi sento carente delle tante cose che avrei voluto apprendere da bambina ma che ancora inseguo, con mediocri risultati. Di solito crescendo uno si mette l’anima in pace, invece a me la “fame” è rimasta. In Italia ne avrebbe sofferto anche Björn Larsson.
In “Bisogno di libertà” racconta le scelte che l’hanno condotto a diventare professore di francese itinerante e scrittore, con una barca al posto della casa.
Confessa il suo rapporto complesso e controverso con la paternità e con i legami.
E racconta la sua infanzia, cosa che mi ha molto colpito.
Il padre era alcolista e maltrattava la madre, all’epoca disoccupata. Quando il padre, ubriaco, affoga in quei bei laghetti glaciali che costellano la Svezia, lui prova un profondo sollievo e ha, ingenuamente, l’istinto di confessarlo a un compagno di banco.
Il piccolo Björn viene affidato ai nonni, perché la madre si dedica a corsi di riqualificazione e inizia a lavorare. Ma cresce felice. Scopre la lingua francese e si appassiona al punto da studiarla da solo. La scuola gli dà la possibilità, appena adolescente, di seguire corsi universitari di francece purché mantenga una buona media in tutte le altre materie. Gli viene finanziato un periodo di studio dell’inglese negli Stati Uniti. Si laurea in lingua francese più o meno quando si diploma, ma ha già visto il mondo e acquisto competenze che vanno oltre i voti. Questo gli permette di iniziare a diciotto anni un cammino che gli somigli. E che è totalmente diverso dal convenzionale.
Leggendo me lo sono immaginato in Italia, nella mia classe. Sarebbe stato “il figlio dell’ubriacone”, non il ragazzino appassionato di francese. Poi sarebbe divenuto lo snaturato che non vuole donare prole alla patria. Infine, quello che non ha voglia di lavorare, perché reputa tempo sprecato quello trascorso a fissare uno schermo quando non c’è nulla da fare.
E io a Bjorn Larsson tutto questo l’ho detto, una sera del 2012, a Trastevere, dopo una presentazione.
Ero inzuppata di henné e pronta a dirglielo in svedese, lingua che ho studiato per due anni e purtroppo ho perso (appunto, mica ho più sei anni ), proprio per la fascinazione dei suoi racconti. Ma lui mi ha risposto, in un italiano pulitissimo, che le stesse cose gliel’hanno dette in molti, in Italia, soprattutto donne. Il che fa pensare…
Non è un libro scorrevole, né comodo. È spinoso e adatto a quelle teste di fragola che non si sentono in colpa a rompere vincoli sociali. Io faccio parte di queste fave, ma quel che più mi ha colpito è come le possibilità offerte precocemente abbiano fatto la differenza tra un disadattato e uno scrittore di successo.
Non c’è tesoro più grande di qualcuno che ti ascolti e ti veda per quel che sei, che scorga il diamante nel carbone. Ma non dovrebbe essere un colpo di fortuna o un caso.
(SONIA MORGANTI)