«Se ci arrivi in inverno o nella tarda estate, e scopri nel dedalo di vicoli la sua strana e ombrosa ritrosia, capisci perché gli hanno dato questo nome. Fermo è un gioiello architettonico. Qualcosa di arcaico che riesce a conservarsi come luogo antico delle radici.»
Ferracuti scopre la sua regione come le tessere di un domino. Il racconto si inerpica dalla costiera con i suoi porticcioli di provincia, su fino ad Ascoli e Fermo, si confonde nella scia di un treno locale che sferraglia, si insinua nelle pieghe crude dell’attualità, tra morti in fabbrica e sfruttamento delle ragazze dell’Est, esplora le case e le vite di artisti, scrittori, attori che hanno attraversato gli stessi paesaggi e come per un cortocircuito della memoria si tuffa nei giorni dell’infanzia incontaminata, quando ancora non esisteva filtro tra l’io e il mondo: «tempi di paura e di natura. Lontani, bellissimi.»
Certo, è un po' così: se da quelle parti sei nato, se vivi lontano da ormai quasi dieci anni, se hai lentamente e faticosamente recuperato il senso delle tue radici, beh questo libretto ti stende. Inoltre, non avendo mai letto prima Ferracuti ho anche scoperto un autore, oltre che un fantastico raccontatore di questo mondo, piccolo ed antico e appartato: ché è sempre magico trovare qualcuno che riesce a mettere ordine nei tuoi stessi sentimenti rispetto alla terra dove sei nato e lungamente vissuto. E quei sentimenti prendono persino un senso diverso e più completo, se li vedi spaginati così bene sotto i tuoi occhi, se leggi cose che, ti rendi conto adesso, avresti potuto dire tu e ti nutri di emozioni scritte (e raccontate) che sono le tue. Un fantasmagorico gioco di specchi dove il riflesso non sei tu ma la tua anima, la tua esistenza nel luogo. Insomma, mi ha stracciato l'anima.