Perché in Italia esiste una grande diversità linguistica? Che cos’è un dialetto e in cosa è diverso da una lingua? Com’è fatta l’Italia dei dialetti e quali sono le principali caratteristiche linguistiche delle diverse zone? Cosa parlano oggi i giovani e gli anziani? Il libro risponde a queste e altre domande in modo rigoroso ma al tempo stesso agile e chiaro, rivolgendosi in primo luogo agli studenti universitari e al lettore che intenda documentarsi su una delle più spiccate caratteristiche culturali dell’Italia contemporanea.
Un bel libro per scoprire la diversità linguistica enorme della penisola italiana. Un buon inizio per ogni ricerca sulla dialettologia romanza e quella italiana.
"I nostri dialetti non sono figli dell'italiano ma suoi fratelli. Sono varietà linguistiche romanze allo stesso titolo di lingue come il francese o il portoghese".
"La reale differenza fra l'uomo e gli altri esseri viventi sta nel possesso del metalinguaggio".
Sono due fra le tante interessanti tesi di questo libretto, che in poche pagine affronta problematiche sia pratiche che teoriche relative a lingua e dialetti dell'Italia.
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Riporto la risposta dell'autore ad alcune mie domande.
"...ho scritto che la tenuta del dialetto è buona proprio considerando la questione su scala interregionale, cioè prendendo in esame anche le varie situazioni determinatesi nel Centro-Sud, dove vivo. Del resto, subito prima osservavo che “sono molte le attività tradizionali scomparse con tutto il loro bagaglio di terminologie e di conoscenze”, proprio per sottolineare come conservazione e depauperamento non si escludano a vicenda. Sono però assai scettico nei confronti di tutte le operazioni di “salvaguardia” più o meno pilotate o calate dall’alto. Solo la scuola può, operando fin dagli anni della materna ed elementare, instillare, come diceva Giovanni Crocioni, il “rispetto per il dialetto” e l’indifferenza verso pregiudizi dialettofobici o, all’opposto, improntati alla “dialettomania”. Diversamente, si può forse compiere, quando va bene, un’operazione di “documentazione”, ma non certo di “salvataggio” nella quotidianità.
Per quanto riguarda l’espansione del toscano, essa è avvenuta prima (nel ’400) sull’onda del successo letterario delle Tre Corone, poi, in seguito a una codificazione cinquecentesca che proprio in quelle ha visto un modello di lingua prestigioso e facilmente riproducibile in altri ambiti, anche se ciò non ha certo avuto l’effetto di bloccare giudizi critici o di impedire che gli autori più diversi (da Basile a Goldoni, da Belli a Porta e a De Filippo), usassero, con finalità specifiche, gli altri dialetti della penisola.
Infine, la legge 482 (che personalmente ho criticato, al momento della sua approvazione) ha inserito fra le lingue di minoranza anche “sardo” e “friulano” perché il suo iter è stato condizionato da alcune trattazioni manualistiche che vedono queste due aree più differenziate e lontane dall’italiano rispetto alle altre. Tuttavia, non si è forse riflettuto con la necessaria attenzione su un fatto “tecnico”: certe nozioni, se passano di peso da un testo argomentativo (un manuale o un saggio) ad uno normativo (come una legge nazionale), cambiano inevitabilmente la loro natura, dando così luogo a conseguenze indesiderate: nello specifico, tali conseguenze consistono in una disparità di trattamento dei cittadini in base alla lingua, fatto esplicitamente vietato dalla nostra Costituzione (teniamo anche conto che qui si tratta di finanziamenti, cioè di distribuzione di soldi pubblici)."