L'opera poetica di Fabio Pusterla prende avvio dal grande modello di Sereni, ma trova fin dai primi libri un tono originale che travalica la cosiddetta linea lombarda. I temi più ricorrenti si concentrano sulle tracce del passato, siano ere geologiche o generazioni di uomini, e su quelle del futuro («Sperando in una luce lontana guardavano i figli | e i figli dei figli perduti di lingua e costume») alla disperata ricerca di una comunità tra vivi e morti, tra vivi e vivi, tra vivi e futuri viventi che è sempre più difficile da «sentire», da individuare, da pronunciare. Questo volume è un'antologia d'autore, una sorta di autoritratto in versi che riassume più di vent'anni di lavoro poetico, con l'aggiunta di una sezione di poesie recenti e inedite. Un libro sintetico ma sufficientemente ampio per rappresentare complessivamente un poeta fra i più importanti e di valore più sicuro nella poesia italiana degli ultimi decenni.
Avevo letto le singole raccolte, quindi non ho mai letto di seguito questa auto-antologia. Però è sempre bello in questi casi andare a vedere se quella singola poesia c'è o non c'è, e se non c'è chiedersi perché non l'ha scelta, e se c'è chiedersi perché sì visto che forse ne preferivamo un'altra, e provare a sentire che effetto fanno i nuovi accoppiamenti che si creano togliendo qualcosa in mezzo, e come cambia il ritmo generale di pieni e vuoti.
Questa, ad esempio, c'è:
Paesaggio
Qui piove per giorni interi, talvolta per mesi. I sassi sono neri d’acquate, i sentieri pesanti.
Sul bordo delle rogge: girini, latte scure. Una valigia incatramata.
Un filo d’olio cola sulla ghiaia. Sopra, cemento. Se gratti la terra: detriti, mattoni scagliati, denti di coniglio.
Si possono pensare rumori umani, passi, palle da tennis. Voci eventuali. Ogni frantume è ammesso purché inutile.
Siccome questo è il vuoto c’è posto per tutto, e quel poco che c’è, è come se non ci fosse. Anche i binari sono perfettamente inerti, le lucertole immobili, i vagoni dimenticati.
E poi il pollaio. Le cose senza storia. O fuori. Una carriola che non ha ruote. Un pozzo. Un secchio marcio privo di fondo. Il nome di uno scemo: Luigino. Piume dentro la rete, di gallina. Buchi dentro la rete. Trame rotte. Quello che non chiamate crudeltà.
Io sono questo: niente. Voglio quello che sono, fortemente. E le parole: nessuno adesso me le ruberà.