Teresa de Sio è sempre stata, per me, una delle voci più interessanti del panorama musicale italiano. Una delle artiste più complete, che compone musica e testi di canzoni bellissime, per poi cantarle con una voce di rara espressività. La sua invenzione musicale sempre nuova, mai ripetitiva, mai monotona. Mi sono quindi avvicinato al suo primo libro, Metti il diavolo a ballare, con molta curiosità e fiducia. La storia è quella di una famiglia, originaria di Procida (isola già letterariamente conosciuta a chiunque abbia letto L’isola di Arturo, di Elsa Morante, libro su cui mi sono già espresso in altro post) che va a vivere nel Salento – la parte più meridionale della Puglia, il “tacco” d’Italia, per intenderci – dove, negli anni Cinquanta, epoca in cui il libro è ambientato, ancora si praticava il rito della Taranta, ovvero l’uso di far danzare convulsamente le donne affette da “tarantismo” fino ad arrivare ad una catartica liberazione finale. La vicenda viene raccontata sotto svariati punti di vista, dando voce a molti dei personaggi in essa coinvolti per descrivere il disagio esistenziale della figlia più giovane della famiglia, Archina, che – tra l’altro – viene sottoposta alla Taranta nel tentativo di liberarla dalle sue angustie. Il tutto assume anche un tono vagamente giallistico, considerando che, oltre al mistero della personalità di Archina c’è anche la morte di uno degli abitanti del paese, che Archina frequentava assiduamente. Tutta la vicenda è raccontata benissimo, la grande cultura e capacità narrativa che è lecito aspettarsi da un’artista come Teresa de Sio sono più che presenti. Paesaggi, vicende, stati d’animo vengono schiusi e fatti vivere al lettore con grande dettaglio e coloriture. Tuttavia c’è una cosa che mi ha parecchio deluso, e ha fatto orientare verso il basso il mio giudizio su questo romanzo, altrimenti più che bello. I grandi disturbi comportamentali di Archina hanno un perché estremamente chiaro e definito, e questo perché ha un nome bruttissimo: pedofilia incestuosa. Il che sembra orientare il romanzo verso un luogo comune molto… comune, ovvero che questo tipo di realtà siano estremamente diffuse nei piccoli centri rurali. Mancava solo di leggere di pastori che si trombano le loro pecore, e il quadro sarebbe stato completo. Ora, se si voleva parlare del tarantismo forse non c’era bisogno di arrivare a questo. Non credo che ogni donna affetta da “tarantismo” – qualsiasi cosa esso sia – debba per forza essere stata violentata da bambina da suo padre, e da lui offerta al vecchio maggiorente del paese, paralizzato su una sedia a rotelle, come succede nella discutibile vicenda di Archina. Con questo non voglio comunque assolvere nessuno. L’ignoranza, la meschinità, l’egoismo, il perbenismo, l’attaccamento spasmodico alla “roba” sono tutte realtà tipiche di certe situazioni, comunque in grado di nuocere grandemente alla psiche di chi, per le più svariate ragioni, non riesce a far propri simili modi di vita, senza far pensare che sia necessario arrivare ad eccessi tanto disgustosi. Peccato. Se il nocciolo non fosse stato questo, probabilmente avremmo avuto a che fare con uno dei più bei romanzi pubblicati in Italia negli ultimi anni.