« Finii col trovare sacro il disordine del mio spirito. »
Stamattina devo aver appoggiato il piede sbagliato sullo scendiletto. Altrimenti non si spiegherebbe perché la mia testa abbia associato una tazza di latte coi cereali (la crusca, detesto la crusca) ad Arthur Rimbaud. Non si spiegherebbe perché sono entrata in punta di piedi nella stanza-studiolo, ho aperto l’anta dell’armadio-libreria con un timore quasi reverenziale e ho tirato giù dallo scaffale il volume grosso e blu che giace lì da tempo immemore. In copertina, lo scatto in bianco e nero del nostro diciassettenne terribile, gli occhi grigietti, l’espressione tra assorta e beffarda.
La verità è che ho sempre avuto un po’ paura di Arthur Rimbaud. Cioè, uno che a quindici anni è capace di scrivere una cosa come l’Ofelia non vi fa prudere le mani per la vergogna? Mi fa sentire idiota, perché so di non poterlo capire. No, non capire: capire è la parola sbagliata. Perché la poesia non si capisce, si sente. E io che voglio sempre capire tutto smarrisco gran parte del piacere lungo il percorso.
Perciò, se non posso raccontare quel che ho capito, fatemi almeno dire quello che ho sentito o appreso. Cosa insomma ho trattenuto e distillo con le mani come una sorsata di verità.
Eccolo qui.
Il signorino Rimbaud era veramente così terribile, scavezzacollo e canagliesco come le antologie ce lo descrivono. Dopo una full-immersion di cento pagine nelle sua biografia, ho concluso che, umanamente, non c’è nulla che possiamo salvare. Era forse dolcissimo, un pezzo di pane, con coloro che amava (poi, amava veramente qualcuno?), ma un autentico testa di cazzo con tutti gli altri. Passatemi la licenza poetica. Non sapeva stare al suo posto, tenere a freno la lingua. Non aveva uno straccio di moralità. Canzonava gli affetti. L’istruzione, puah: io sono il più intelligente di tutti, adesso toglietevi dai piedi. La religione: oh, porco ***. Era un vagabondo, adorava rotolarsi nel sudiciume, alcol, droghe, orge non ne parliamo. Il disastro era il suo elemento, il disordine la sua prima necessità. A vent’anni aveva già macinato tante esperienze estreme quante noi mortali non possiamo neanche immaginarne. A vent’anni era già vecchio, spompato, aveva già consumato tutta la sua vita. A vent’anni aveva già smesso di far poesia.
Ed è questa eccezionale, estrema, eccessiva forza vitale, portata fino alla distruzione, che si ritrova nella sua poesia. Nella prosa e nella poesia, perché ‘Una stagione all’inferno’ è un’opera ambigua, che rimane nel mezzo.
Ma non possiamo trascurare un dettaglio fondamentale dell’esperienza poetica di Rimbaud: che la sua vita è la sua poesia, che egli vive per far poesia e vive così per fare una poesia così. L’abisso che contempla non è fine a se stesso: è per fare della sua poesia un abisso che nell’abisso si precipita. E scopre di trovarcisi di lusso. « Voglio essere poeta, e lavoro a rendermi veggente: lei non capisce di certo e io non saprei quasi spiegarle. Si tratta di arrivare all’ignoto attraverso la deregolamentazione di tutti i sensi. Le sofferenze sono enormi, ma bisogna essere forti, essere nati poeti, e io mi sono riconosciuto poeta. Non è davvero colpa mia », scrive in una lettera all’ex professore Izambard. E ancora, nella celebre ‘Lettera del Veggente’:
« Il primo studio dell’uomo che vuole essere poeta è la conoscenza di sé, intera; egli cerca la propria anima, la investiga, la saggia, la impara. […] Ma si tratta di rendere l’anima mostruosa. Immagini un uomo che semini e coltivi verruche sulla propria faccia. Dico che bisogna essere veggente, rendersi veggente. Il poeta si rende veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata deregolamentazione di tutti i sensi. Tutte le forme di amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, attinge in sé tutti i veleni, per conservarne solo la quintessenza ».
Lo scempio che Rimbaud fa di sé non è dunque lo smarrirsi del ragazzino stordito da Parigi. Non è semplicemente cedere alle tentazioni. Rimbaud si scaraventa volontariamente in una vita di eccessi perché pensa che solo nell’eccesso ci si possa conoscere e, una volta conosciutisi, essere poeti. Rimbaud non si mette alcun limite perché non vuole che la propria arte abbia un limite. Ed è questo a renderlo così straordinario, inimitabile, diverso da tutti. Ha il coraggio, il talento, la follia di essere costantemente sopra le righe. « Un uomo che vuol mutilarsi è dannato sul serio, vero? Credo d’essere in inferno, dunque ci sono. È l’adempimento del catechismo. Sono schiavo del mio battesimo. Genitori, avete fatto la mia infelicità e la vostra. Povero innocente! L’inferno non può intaccare i pagani. È ancora la vita! Più tardi, le delizie della dannazione saranno più profonde. Su, presto, un delitto, che io possa precipitare nel niente secondo la legge umana » è il suo grido guerresco in ‘Una stagione all’inferno’, il grido invasato di un bambino per cui « La morale è la debolezza del cervello ».
Nell’inferno creato da Rimbaud finisce coinvolto anche il poeta Verlaine, che per quel ragazzino terribile perderà la testa, la casa, la moglie, i bambini e lo seguirà in una rocambolesca fuga qui e là per l’Europa. Una storia d’amore di grandi slanci e furiosi litigi, per un pelo non finita in tragedia fisica ma sicuramente risoltasi per entrambi in catastrofe spirituale.
Giusto per darvi un’idea, ecco cosa scrive Constable Lombard, della Quarta Brigata del servizio segreto della polizia parigina, a proposito dello ‘strano ménage’:
« Poco tempo fa, M.me Verlaine è andata a cercare suo marito tentando di riportarlo indietro. Verlaine ha replicato che era troppo tardi, che non potevano tornare a vivere insieme e che in ogni caso non era più il suo uomo. ‘La vita matrimoniale mi fa orrore!’ gridò ‘Ci amiamo come due tigri!’ E, così dicendo, si era denudato il petto di fronte alla moglie: era pieno di lividi e di ferite fatte con la lama di un coltello dal suo amico Rimbaud. Queste due creature avevano l’abitudine di lottare e ferirsi l’un l’altra come animali selvatici in quanto solo così potevano avere dopo il piacere di fare di nuovo la pace. »
È così che Verlaine finisce smarrito in Rimbaud e nel suo inferno, che forse è troppo fragile per sopportare. Lo ritroviamo imbrigliato nel primo dei Deliri di ‘Una stagione all’inferno’, nei panni della Vergine Folle. Lui la Vergine Folle, Rimbaud lo Sposo Infernale. Pochi paragrafi, ma che ci danno la misura di quanto profondamente anche Rimbaud sentisse la misura della propria dismisura.
« Accanto a quel caro corpo addormentato » dice la Vergine dello Sposo « quante ore della notte ho vegliato, chiedendomi perché volesse tanto evadere dalla realtà. Nessun uomo formulò mai un desiderio simile. Riconoscevo, - senza temere per lui - , che poteva rappresentare un pericolo grave per la società. Ha forse qualche segreto per cambiare la vita? No, mi rispondevo, li cerca soltanto ».
Cambiare la vita, cambiare il modo di vivere, la poesia, il modo di fare poesia. Rimbaud l’incendiario. Rimbaud il più solo e il più folle dei rivoluzionari. Forse, uno dei più tristi. « Scrivevo silenzi, notti, segnavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini ».