Una piacevole sorpresa. Non conoscevo nulla di Marotta, se non di nome e per aver in libreria un suo libro mai letto: “A Milano non fa freddo”. È uno spaccato di Napoli, della Napoli popolare del centro storico, dei quartieri da me conosciuti grazie a Totò ed Eduardo De Filippo, Sanità in primis; o altrimenti per la cronaca nera di circa quarant’anni. Non conosco Napoli se non mediata dalla lettura, cinema e teatro. Napoli mi ha sempre affascinato, per la sua parlata, per la sua cultura, per la sua storia, ma non solo. Ho conosciuto non molti napoletani in carne ed ossa (alcuni tremendi, alcuni squisiti) soprattutto durante il servizio militare; molti di più i campani. Leggere di Napoli e su Napoli è per me un richiamo irresistibile, un’attrazione magnetica fortissima; non so perché. Ho letto dunque Marotta con grandissima curiosità ed interesse. Ma la lettura si è trasformata in un vero e proprio diletto grazie al linguaggio e allo stile usato dal Marotta: barocco, fiorito, circostanziato, affabulatorio, ironico, sensuale, appassionato, lirico, tenerissimo, cinico. È la Napoli della prima metà del XX secolo (gli anni di Totò e De Filippo) a venir descritta: povera e laboriosa, misera e dignitosa, miserabile, accattona, onesta e delinquenziale, arruffona, espertissima nell’arte di arrangiarsi e di ritrovare espedienti di ogni genere, geniale, ricca e calda di affetti, tenerissima nei sentimenti, speranzosa e disperata, mutevole e adattabilissima. La sua ricchissima cultura e la nobilissima sua storia permeano di sé ogni vicolo, ogni palazzo, ogni salita e scala, ogni pietra. Cielo e mare che l’abbracciano ne fanno una città incantevole, che innamora. E dentro i vicoli e nei bassi vive e si aggira un’umanità che Marotta descrive con affetto, tenerezza, partecipazione, ironia allegra, a volte triste, a volte caustica. Vita e la morte si succedono con naturalezza e qualche volta colpiscono duramente quest’umanità con passioni fortissime e con disgrazie e tragedie, epidemie, malattie. La morte è qui di casa. “Sì, la morte è la più vera e la più antica cittadina di Napoli. Dice ogni momento “Pagatemi il piacere di essere esistiti qui e non altrove”. È una tassa di Dio, è presente nei sogni e nelle canzonette del popolo, può erroneamente sembrare che le si manchi di rispetto o che al contrario la si idolatrizzi, mentre i fondamentali rapporti dei napoletani con lei sono soltanto quelli di una sincera e civile parentela”. La religiosità (a volte un po’ pagana) permea tutto, sovrasta tutto e tutti, nei vicoli, nelle piazzette, nei bassi e negli scalcinati palazzi con il culto dei santi avvocati, patroni e padrini. Dio è dovunque, in ogni luogo, in ogni singola vicenda, e Marotta lo ricorda ad ogni piè sospinto, con ironia un po’ sarcastica e un po’ bonaria: “I Quartieri, a Napoli, son tutti i vicoli che da Toledo si dirigono sgroppando verso la città alta. Vi formicolano i gatti e la gente; incalcolabile è il loro contenuto di festini nuziali, di malattie ereditarie, di ladri, di strozzini, di avvocati, di monache, di onesti artigiani, di case equivoche, di coltellate, di botteghini del lotto: Dio creò insomma i “Quartieri” per sentirvisi lodato e offeso il maggior numero di volte nel minore spazio possibile, così facendo si legò le mani perché non di rado la sua collera, suscitata da qualche ignobile ruffiano, finiva per abbattersi erroneamente su un attiguo falegname o ciabattino, padre esemplare di cinque ragazze e organizzatore di pubbliche onoranze a San Vincenzo Ferreri”.
Non so quanto il quadro descritto da Marotta, che pubblicò il libro nel 1947, sia ancora valido, o Napoli sia stata anche violentata e stravolta nella sua umanità come lo è stata nel suo ambiente naturale. Come poi del resto è accaduto a buona parte, o tutta, dell’Italia.