Roma, 46 d.C. Durante un inverno particolarmente freddo, la domus di Publio Aurelio Stazio diventa il terreno di caccia di un assassino feroce e crudele, che colpisce con intelligenza e sprezzo del pericolo, lasciando una vera e propria scia di sangue tra le stanze della villa. Sembra prediligere vittime omosessuali, ma comprendere la logica, il movente del killer, è impossibile. C'è un disegno dietro quelle morti, o si tratta solo di brutale follia omicida? Quale legame c'è, se c'è, tra le vittime? E, soprattutto, cui prodest?, "a chi giova?" si chiede addolorato Publio Aurelio. Persino il suo acume investigativo vacilla davanti agli unici due indizi che riesce a ritrovare: un'orma insanguinata e una pedina di latrunculi, una sorta di antichi scacchi. E così, per dare un nome e un volto all'assassino prima che torni a colpire, e fermare in questo modo la strage, il senatore ha un'unica possibilità: stanare l'astuto criminale, portarlo allo scoperto offrendo se stesso come esca.
"Se si cerca la verità su un omicidio bisogna sempre iniziare le indagini ponendosi una domanda: cui prodest? A chi giova? " Un altro capolavoro! È una serie veramente avvincente e fino alla fine non riesci a capire chi è il vero colpevole e segui insieme al senatore Publio Aurelio il susseguirsi degli indizi e dei sospettati! Inoltre ti fa addentrare nella vita quotidiana dell'antica Roma: con le sue terme, il popolo, i templi, i vizi e i pregi di questa società da cui discendiamo e che non è tanto diversa dalla nostra!
3 e 1/2 Primo che leggo di questa serie, ricostruzione accurata e mai pedante, trama convincente e finale coerente, mi è piaciuto davvero molto, peccato per l'uso continuo del pronome maschile rivolto alle donne.
Questa volta ci troviamo fra gli schiavi dell'Antica Roma. Esploriamo con Publio Aurelio tanti diversi tipi di schiavitù, ed anche la dignità dei vari popoli da cui i servi provengono, ciascuno con il proprio ampio bagaglio culturale, che è stato spazzato via dalla scarsa considerazione del conquistatore Romano. Conosciamo meglio il carattere di Publio Aurelio e la sua grande umanità, egli infatti tratta i suoi servi come persone di famiglia, non come schiavi.
Aurelio era consapevole di quanto la sorte lo avesse favorito nel farlo nascere libero, romano e padrone, ultimo frutto di una stirpe di vincitori che aveva asservito i vinti al suo dominio. Sapeva anche di non averne alcun merito, ma poiché questo, giusto o non giusto, era il solo mondo che conosceva, ringraziava la cieca Fortuna di essersi dimostrata tanto benevola nei suoi riguardi. Ad altri era toccato un destino diverso: sulle sue terre, ogni giorno, decine di schiavi nascevano, e altrettanti morivano. Quanti ne possedeva, con precisione? Avrebbe dovuto chiederlo a Paride... Tuttavia, i domestici che vivevano sotto il suo tetto erano molto più che una semplice proprietà. Al patrizio piaceva pensare che nutrissero dell’affetto nei suoi riguardi e li ricambiava con lassismo indulgente: forse non poteva additarli come esempi di ferrea disciplina o di specchiata onestà, ma li aveva visti, nel momento del bisogno, schierarsi al suo fianco senza esitare.
E Publio Aurelio cercherà di alleviare le sofferenze di tutti coloro che incontra nel corso delle indagini, realizzando i modesti sogni di Afrodisia, rendendo il piccolo Publio a Nerio e Carmiana, regalando la preziosa scacchiera di Mitridate ad Arsace, e tanti altri piccoli gesti gentili. Ma, naturalmente:
<< Non puoi cambiare il mondo, padrone, e anche se potessi , non lo faresti: significherebbe perdere tutto quello che ami, la tua casa, i tuoi servi, le tue donne, il tuo orgoglio.>> << È vero >> ammise Aurelio. << Irrido la virtus sbandierata dai miei concittadini, ma sono sempre un romano, nel bene e nel male.>>
Molto bello anche il racconto in appendice Una Moglie per Publio Aurelio Stazio, in cui viene affrontato lo scabroso tema dello stupro. Anche in questo caso viene messo l’accento sulla diversa condizione di donna libera e schiava.
<> << A dire il vero, le conseguenze per l’ancella saranno meno gravi; in fondo è stato soltanto un uomo in più ad approfittare di lei, oltre al padrone, ai maschi di casa, all’intendente e a chissà quanti altri>> fece Pomponia, amareggiata. << Di fatto, però, quella disgraziata ha sofferto le stesse pene di Regilla, senza che nessuno se ne preoccupi minimamente…>>
E ancora, le parole della schiava Balsamina:
<< Oh, certo, io sono in grado di ricordare assai meglio della padroncina, e ciò non desta meraviglia: della mia sensibilità ho dovuto liberarmi anzitempo, fin dal primo giorno in cui il padrone mi ha ribaltata su un cubile.>>
E ancora una volta Publio Aurelio si comporta da gran signore, risolvendo il delitto nel migliore dei modi, soprattutto per le donne oltraggiate!
Secondo me Cui Prodest è il migliore tra i casi di Publio Aurelio, merita le 4 stelline e mezza!
In questa nuova indagine vediamo più nel dettaglio il rapporto tra il nostro Senatore e il suo parco schiavi e liberti. Prima viene convinto ad acquistare un nuovo schiavo poi, dopo l'inevitabile delitto, ad indagare sul suo omicidio. Come sempre l'indagine serve anche da pretesto per raccontare del rapporto tra i Romani e i loro schiavi, delle tradizioni e dei rapporti con i popoli vicini, vinti e messi in catene. Indagine con tanti indizi, vari sospetti e i soliti amorazzi. Non è facile indovinare il colpevole, mentre è evidente chi finirà nel torus di Publio.
Ben due storie. La seconda, molto breve, molto più simpatica. Come sempre piacevole l0uso dei termini latini con la dovuta spiegazione. Per il resto .. un po' ripetitivo.
Sesta avventura del senatore Publio Aurelio Stazio, che questa volta si trova a indagare sull’omicidio di uno schiavo che ha appena comprato al mercato. Molti i sospettati, tra cui gli altri schiavi del lotto e la famiglia che li ha venduti. Chi voleva Glauco morto? E perché? Sarà Stazio a dare una risposta a questi interrogativi, aiutato come sempre dal suo fedele, e furbastro, segretario Castore. Se vi piacciono i gialli alla Agatha Christie, e magari anche l’ambientazione storica, dovete assolutamente dare una possibilità a questa serie. È la seconda volta che rileggo questi romanzi e sono uno più carino dell’altro. Gli intrighi e i colpi di scena non mancano, le ambientazioni sono descritte alla perfezione e si scoprono moltissime chicche sull’antica Roma grazie alle note finali dell’autrice. Questo romanzo, ad esempio, esplora il mondo dei giochi da tavolo dei Romani e in particolare dei latrunculi, dal momento che accanto al corpo di Glauco viene trovata proprio una pedina di questo gioco di strategia, composto da scacchiera e pedine. La cosa più bella di questi libri è lo stile, scorrevolissimo e piacevole, e ti ritrovi alla pagina finale senza neanche rendertene conto. Stazio è un protagonista ammaliante, un dongiovanni incallito, e adoro il caos che regna nella sua domus, dove gli schiavi fanno ciò che vogliono. Castore, soprattutto, tenta in ogni modo di imbrogliarlo e la maggior parte delle volte ci riesce. Insomma, se avete voglia di gialli avvincenti eppure leggeri, con un numero limitato di sospettati, per mettervi in gioco anche voi e scoprire se riuscite ad arrivare alla soluzione, leggete la serie di Publio Aurelio Stazio.
E' difficile rimanere delusi da un giallo del senatore Stazio, perché l'autrice ha trovato una formula semplice ma vincente da cui si discosta pochissimo: ambientazione curata fin nei minimi dettagli e ottima costruzione della suspense, pur senza rinunciare ai toni vivaci da commedia brillante. A cambiare è solo il contesto, che ci porta ad approfondire di volta in volta un aspetto specifico della Roma imperiale. In questo caso l'ambiente in cui deve districarsi Aurelio è quello degli schiavi e dei liberti, di cui l'Urbe pullulava e che formavano un insieme assai eterogeneo: potevano trovarsi tra le più alte cariche del regno così come nelle più infime topaie della suburra. Il tema della schiavitù non è facile da affrontare con leggerezza, infatti ogni tanto si avverte qualche forzatura e qualche caduta nel sentimentale-retorico, però nel complesso l'opera conserva quel brio a cui siamo abituati. Peccato per l'immancabile excursus sulle avventure amorose del gagliardo senatore (puntualmente coronate dal successo), ma ormai dopo sei volumi lo considero parte del pacchetto. Il mistero e la sua relativa soluzione non mi hanno appassionato come altre volte, probabilmente perché preferisco trame più cervellotiche e meno melodrammatiche. Al di là delle mie preferenze personali Danila Comastri Montanari ha confezionato l'ennesimo gioiellino da aggiungere alla collezione, intrattenimento nella sua forma più pura.
Molto meglio del primo romanzo che ho letto della saga, cioè "Olympia". In questo libro mi è risalito parecchio il personaggio principale Publio Aurelio Stazio. Ha i suoi difetti, come quello di essere un po' troppo lascivo con le donne, ma ha anche molti valori. Non abusa della servitù e arriva persino ad aiutarla a scoprire che sta seminando panico e omicidi. Per arrivare a ciò diventa per un breve periodo a sua volta uno schiavo per indagare e, quando vede come vengono trattate certe persone, non esita ad alzare le mani sul padrone. Spalla fidata di Publio Aurelio è il liberto alessandrino Castore, che con i suoi modi bruschi e provocanti lascia di sasso il lettore. Ironico e arguto, qualche volta arriva a commettere azioni che uno del suo rango non dovrebbe fare, tipo rubare il sigillo del padrone per firmare un documento. Ogni volta che questi due avevano una pista da seguire, veniva prontamente smentita. Un buon libro molto leggero per chi ama l'Antica Roma.
Roma, inverno dell'anno 46 dopo Cristo. Un efferato assassino si accanisce sugli schiavi della domus di Publio Aurelio. È un assassino feroce e crudele che colpisce con intelligenza e sprezzo del pericolo e sembra prediligere vittime omosessuali. L'acume investigativo di Publio Aurelio Stazio vacilla davanti agli unici due indizi che riesce a ritrovare: un'orma insanguinata e una pedina di latrunculi, gli antichi scacchi romani.
Un'altra indagine per l'arguto senatore Stazio, un altro mistery alla Agatha Christie ambientato però nella Roma imperiale. Un romanzo in cui l'attenzione non cala mai grazie all'incalzare degli eventi, al susseguirsi di omicidi e all'apparente estraneità di tutti i sospetti che vengono scagionati uno dopo l'altro mettendo in difficoltà Stazio e il suo fidato (a volte sì, a volte no) segretario Castore che si lambiccano il cervello cercando un collegamento tra i vari omicidi. Giunti ormai alla sesta indagine siamo di casa nella meravigliosa domus del senatore sul Viminale. I personaggi sono vecchi amici che ritroviamo con piacere e che la scrittrice caratterizza perfettamente approfondendone anche il lato psicologico, anche i personaggi minori sono resi perfettamente e ci vengono presentati in maniera chiara e approfondita. Di Stazio pensavamo di conoscere tutto ma in questa avventura conosciamo anche una parte molto dolorosa del suo passato; è un uomo empatico e buono sotto quella scorza di patrizio romano, per quello che gli è possibile cerca di alleviare le sofferenze di coloro che incontra e durante questa indagine viene proprio fuori in maniera prepotente la parte più umana del senatore che ha decine di schiavi che vengono però trattati come persone e non come oggetti. Castore, il segretario è sempre il solito truffatore che però si getterebbe nel fuoco per il suo padrone e la sua vena canzonatoria nei suoi confronti è proprio quello che dà pepe e ironia ai loro battibecchi sempre molto gustosi da leggere. In questo romanzo conosciamo un nuovo personaggio, Delia, una schiava acquistata da Stazio e che gli darà filo da torcere, un personaggio che mi ha intrigato fin all'inizio e che spero di ritrovare nelle prossime avventure della serie. Come per gli altri romanzi le descrizioni storiche sono perfettamente integrate nel racconto e molto interessanti da leggere. Nonostante i protagonisti siano sempre gli stessi le storie non risultano mai ripetitive. Punto di forza di questi romanzi è il carisma dei personaggi principali e l'ironia, l'arguzia e l'umanità con cui sono scritti. Probabilmente adoro questi romanzi perché mi piace il periodo storico in cui sono ambientati, il senatore Stazio è una di quelle persone che vorresti come amico fidato e confidente sempre pronto a guardarti le spalle e a tenderti una mano nei momenti di difficoltà, ma il personaggio di cui adoro leggere è Castore, l'infido alessandrino, come lo chiama Stazio per stuzzicarlo, quasi sempre i suoi comportamenti sono al limite della legalità ma come al solito quelli che fanno colpo su noi donne sono i mascalzoni. Continuerò a leggere i romanzi della serie perché i misteri sono sempre ben architettati e la scrittrice ci dà sempre tutti gli indizi per arrivare al colpevole da soli.
Adoro questi romanzi storici, dove si mescolano il "poliziesco" e l'umorismo. Danila Comastri Montanari è un'autrice preziosa, di cui noi Italiani dobbiamo essere fieri!