Pier Paolo Pasolini definì Chelli, dopo Verga e prima di Svevo, il più grande narratore italiano dell’Ottocento. Impersonale quanto lucidissimo osservatore della realtà politico-sociale, lo scrittore costruisce una straordinaria sceneggiatura in cui si intrecciano abilmente il romanzesco, l’avventuroso e la spietata analisi psicologica. Irene, l’affascinante ed ambigua protagonista della storia, è la tenace interprete della voracità e dell’intraprendenza generate dal desiderio malefico ma irresistibile della roba.
L’Eredità Ferramonti è un romanzo del 1884 scritto da Gaetano Carlo Chelli [1847- 1904], ambientato a Roma all’epoca di Re Umberto I e racconta gli intrighi dei figli di Gregorio, il capofamiglia, già fornaio e accorto amministratore delle sue fortune commerciali, nell’intento di assicurarsi la sua eredità in beni immobili e contanti.
Ma il rapporto tra Gregorio, ormai pensionato e vedovo e i tre figli è pressoché inesistente: Mario il primogenito di non certa discendenza, scavezzacollo e vizioso, conduce vita dissipata, Pippo, caratterialmente fragile ha sposato Irene, bella, intelligente e astuta, e con lei porta avanti un magazzino di ferramenta e Teta l’unica figlia femmina andata in sposa a Paolo, funzionario dello Stato, abile e maneggione.
E il racconto si fa via via più interessante con i tentativi a volte maldestri ed altre accorti e sottili di riavvicinare l’anziano Gregorio, circuirlo, assicurarsi la sua benevolenza e la certezza dell’eredità da parte dei tre fratelli e coniugi i cui rapporti son alternativamente di complicità e di avversità in un carosello di alleanze e rotture, riappacificazioni e litigi che mette a nudo la vera entità di ognuno di loro, l’avidità che non dà loro pace, la pochezza dell’onestà di fronte al potere dei soldi.
Un romanzo avvincente fin dalle prime pagine, una piccola perla letteraria ormai dimenticata.
L’eredità Ferramonti, opera più importante di Gaetano Carlo Chelli, è stato un romanzo a lungo dimenticato dall’editoria e dalla critica italiana. Pubblicato originariamente nel 1883, con un buon successo di pubblico, tanto che ne divenne subito necessaria una ristampa, fu riscoperto da Einaudi solo nel 1972, grazie a Italo Calvino e all’attività critica di Roberto Bigazzi, che già nel 1964 aveva pubblicato un saggio sull’autore massese. Nel 1976 Mauro Bolognini ne trasse, da una sceneggiatura cui aveva contribuito lo stesso Bigazzi, un film che, nonostante un cast importante (tra gli altri Antony Quinn, Franco Nero, Gigi Proietti, Paolo Bonacelli e Adriana Asti), la splendida interpretazione di Dominique Sanda nel ruolo di Irene – per la quale vinse la Palma d’oro a Cannes come migliore attrice – e la colonna sonora di Ennio Morricone, non è rimasto nella storia del cinema italiano, a causa soprattutto di una buona dose di leziosità calligrafica del regista. In ogni caso, forse anche grazie al film, oggi il romanzo non è più dimenticato, se è vero che è possibile reperirne in libreria ben cinque edizioni, e in questi decenni è stato tradotto prima in ceco (1977) quindi in spagnolo e francese. Il lettore interessato può reperire anche altre opere dello scrittore, autore di otto romanzi e una trentina di racconti. Nel 2007 la casa editrice romana Bulzoni pubblicò infatti l’opera omnia di Chelli in due corposi volumi, dei quali almeno uno ancora oggi acquistabile, come pure disponibile risulta il volume di racconti chelliani curato da G. Oliva e pubblicato nel lontano 1997 a Bari da Palomar. Vediamo ora chi fosse questo minore del verismo italiano, interessante figura di scrittore e giornalista e di fatto primo intellettuale ad occuparsi letterariamente dell’ambiente sociale di Roma capitale. Gaetano Carlo Chelli nacque a Massa nel 1847 in una agiata e numerosa famiglia. Giovanissimo, divenne direttore e in pratica unico redattore del foglio locale L’Apuano, che in breve trasformò da bollettino di atti giudiziari a periodico di politica e cultura. Schierato sulle posizioni liberali, anticlericali e antisocialiste della Destra storica, il giovane Chelli è un fervente patriota, intriso di ideali risorgimentali. Quando alla fine del 1874 si trasferisce a Roma per lavorare alla Regìa dei Tabacchi, all’iniziale entusiasmo per la città eterna finalmente capitale d’Italia subentra presto la constatazione del degrado morale delle classi dirigenti dell’Italietta umbertina, fatte di affaristi che preparano il primo sacco urbanistico della città in combutta con gli esponenti del vecchio potere papalino e di una politica che ha il compito di legiferare per agevolare gli affari dei gruppi e delle bande di cui è spesso diretta espressione. Negli anni ‘70 pubblica a puntate su periodici della capitale alcuni romanzi di scarso rilievo; all’inizio del nuovo decennio scrive - per le riviste La Domenica Letteraria e Cronaca Bizantina, che raccolgono attorno a loro e alla figura del loro geniale editore, Angelo Sommaruga, il meglio del mondo letterario italiano – un paio di racconti nei quali analizza spietatamente i mali della borghesia capitolina: è lo stesso Sommaruga a pubblicare, pressoché in contemporanea alla fine del 1883, i due romanzi La paura di Bianca e L’eredità Ferramonti, che costituiscono il cuore della sua opera ed hanno un buon successo di pubblico. Nel dibattito letterario tra fautori di un colto quanto esausto tardoromanticismo e sostenitori di un realismo che si ispiri al naturalismo francese, tra cui Verga, Capuana e Serao, si schiera decisamente con questi ultimi. Travolto nel 1885 Sommaruga da una condanna per truffa, l’attività letteraria di Chelli diviene più sporadica: per molti anni pubblica solo alcuni racconti e poco prima della morte, sopraggiunta nel 1904, due ulteriori romanzi, peraltro accolti molto favorevolmente dalla critica del tempo. Poi, l’oblio per quasi settant’anni, che sarebbe probabilmente continuato se nella sua produzione non spiccasse il piccolo gioiello rappresentato da L’eredità Ferramonti. Il romanzo narra le vicende di una famiglia della borghesia bottegaia romana nel decennio successivo alla breccia di Porta Pia, famiglia canonicamente presentata al lettore nel primo capitolo. Padron Gregorio Ferramonti ha venduto, subito dopo il 1870, il negozio di fornaio tenuto per decenni nei pressi di Campo de’ Fiori, che gli ha permesso, partendo dal nulla, di arricchirsi grazie alle forniture di pane a ”seminari, conventi, educandati e caserme”. Vedovo da poco di una signora già vedova del cameriere di un monsignore, ha tre figli. Mario, il primogenito, che si sussurra essere figlio del monsignore, è dedito alla bella vita: ha rotto i ponti con il padre da tempo, ma spesso questi ne ha ripianato i debiti, per evitare scandali. Pippo e Teta sono più simili a lui: ”essi erano cresciuti con gli istinti dell’ambiente bottegaio, che spingono una famiglia ben provveduta a privarsi del necessario per accumulare”. Questi stessi istinti li hanno però fatti entrare in rotta di collisione con i genitori per via del denaro sprecato per i debiti di Mario, che i due odiano ed appellano apertamente come bastardo. Così Padron Gregorio ha assegnato tremila lire a Pippo perché si levasse di torno aprendo un forno per conto suo, e la stessa cifra a Teta perché si sposasse dopo essersi fatta rapire da un impiegato ministeriale veneto, Paolo Furlin. Naturalmente lo scandalo ha approfondito le fratture familiari e Pippo ha rotto anche con la sorella, formalmente per l’offesa recata alla morale, ma nell’intimo perché è convinto che Furlin abbia sposato Teta per puntare alla sua parte dei soldi del patriarca. All’apertura del romanzo tra il padre e i tre figli e tra questi fra di loro non vi è più alcun rapporto, ed un odio sordo, basato sulla concretezza della roba, cova in famiglia. Pippo ha inoltre dato un altro dispiacere al padre: con le tremila lire ricevute, invece di aprire una forneria ha acquistato, pagandolo più del dovuto, un negozio di ferrarecce a Sant’Eustachio, che per inesperienza non è in grado di gestire. Quando chiede aiuto ai Carelli, i vecchi proprietari, si offre di dargli una mano la loro giovanissima figlia, Irene, che si rivela subito un’abile commerciante. Pippo si innamora di lei, che dopo qualche incertezza acconsente a sposarlo. Ritengo utile riportare come Chelli presenta la figura di Irene, che sarà la protagonista del romanzo ed a mio avviso uno dei pochi grandi personaggi femminili della letteratura italiana dell’800: ”Era un tipo di bruna; ma di bruna calma, senza linee capricciose, senza bagliori provocanti. Una di quelle bellezze tutte simpatia, che suscitano pensieri di voluttà miti, desiderî vaghi, soavi, pieni di serenità. Soltanto i suoi occhi bruni restavano impressi talvolta: due grandi occhi profondi, che si velavano sotto le palpebre, che illanguidivano all’ombra delle ciglia lunghissime; ma che, in certi momenti d’oblio e di animazione, scintillavano di fierezza e di energia. Era una trasformazione rapida, che faceva presentire un essere ignoto sotto le calme apparenti della fanciulla”. Nel corso del romanzo la figura di Irene si connoterà soprattutto per il suo sorriso: per ben 18 volte l’autore lo sottolinea, e l’aggettivazione che usa accompagna i suoi stati d’animo ma soprattutto la progressione della sua vicenda umana e della conoscenza da parte del lettore della sua personalità, preannunciata nella presentazione. Così, se nei primi capitoli il suo sorriso è buono o angelico, in seguito diviene di volta in volta freddo d’ironia, triste, intraducibile, provocante, inesprimibile, strano, di disprezzo e infine sinistro. Sul linguaggio di Chelli tornerò più approfonditamente in seguito, perché rappresenta un elemento importante del valore del romanzo. Irene Carelli entra dunque nella famiglia Ferramonti nella veste di angelo. Oltre a istruire il marito nell’arte del commercio delle ferrarecce, ne dirozza in breve i modi e fa della sua casa un luogo di ritrovo di rispettabili esponenti della piccola borghesia rampante capitolina. Presto vince le resistenze di Pippo verso un riavvicinamento con la sorella e il cognato, e i due uomini scoprono presto di condividere una gretta venalità, volta per il primo all’accumulo di ricchezza, per l’altro alla carriera burocratica, sia pure come ripiego rispetto ad ambizioni più elevate. Poco dopo Irene convince marito e cognati, vincendo la loro diffidenza col far leva sulla necessità di concordia familiare, a riprendere i contatti anche con Mario, il fratello bastardo, ora immerso nelle speculazioni finanziarie che accompagnano i primi progetti di sviluppo urbanistico di Roma. Mario, che associa ad una speculazione anche i parenti, facendogli guadagnare cifre significative, intuisce subito la forza di Irene e ne subisce il fascino: oltre a farla diventare una sorta di socio in affari, vince le sue iniziali resistenze di moglie e i due divengono amanti. Con tali mosse Irene si è conquistata la fiducia e l’ammirazione di tutta la famiglia, ed è allora che lancia la proposta più ardita: i figli devono riappacificarsi con padron Gregorio, anche per impedire che egli si risposi o destini la cospicua eredità ad opere benefiche. Chiede ed ottiene carta bianca alla famiglia: sarà lei a vedere il vecchio ed a tentare di convincerlo ad incontrare i figli. L’ultima parte del romanzo è dedicata all’ambiguo rapporto che si instaura tra anziano suocero e nuora, ed è sicuramente, insieme al finale che ovviamente non svelo, la parte più affascinante e serrata del romanzo, nella quale si amplificano in massimo grado le notevoli capacità di introiezione psicologica dei personaggi e di costruzione di un meccanismo narrativo oggettivamente appassionate già messe in campo dall’autore nella prima parte. L’analisi che Chelli, attraverso le vicende dei Ferramonti, compie della società romana del periodo immediatamente post-unitario, ed in particolare della sua borghesia, è spietata. Nessuno si salva. Padron Gregorio è un arricchito grazie agli appalti pubblici, che ha accettato capitali di misteriosa origine (ohibò, ricorda qualcuno?) per sposare una donna incinta di un prete e dare il proprio cognome al nascituro; avaro e meschino, regredisce ad un livello fanciullesco e paraincestuoso di fronte al fascino e alle attenzioni della nuora e morirà (secondo la migliore tradizione piccolo-borghese) crapulando. Pippo e Teta sono i suoi degni figlioli, come esplicitato da Chelli all’inizio del romanzo, pronti ad accettare ogni compromesso (Pippo perfino il tradimento della moglie) per mettere le mani sui soldi paterni. La figura di Mario, che pure pare avere un suo fascino tragico, è in realtà quella di un vile affarista (cit.) di secondo piano, che finirà schiacciato dal sistema che crede di dominare. Ma oltre a ciò i Ferramonti sono dei mediocri, che si lasciano soggiogare per interesse dalla personalità di Irene, come ella afferma con disprezzo durante un drammatico colloquio con Mario: ”Vi ho raccolti intorno a me per sorvegliarvi e per raggirarvi meglio. Avrei voluto incontrare qualche difficoltà, che lusingasse il mio amor proprio. Invece, non sapete neppure odiare”. Mediocri e gretti sono anche i pochi altri personaggi che compaiono nel romanzo, come i Barbati - lui faccendiere e la moglie alla perenne caccia di uomini – e il loro socio, vicino all’aristocrazia nera papalina ma in affari con gli usurpatori; gretto è il parroco che recita orazioni funebri ”con una solennità di convenzione affatto meccanica"; tartufesca e gretta è la morale borghese, pronta a condannare Irene dopo averla a lungo portata in palmo di mano; gretta è anche la folla dei pietosi e dei curiosi che commenta la morte del vecchio Gregorio solo per domandarsi quanto verrà speso per il funerale e che ne sarà della favolosa eredità. La sola Irene, come rivelato anche dalla citazione sopra riportata, ha una sua diabolica grandezza di personaggio complesso e sfaccettato, capace di imbastire una sorta di progetto di vita in cui mette tutta sé stessa, sempre comunque a fini di accumulazione e di scalata sociale. L’autore, sin dalla premessa, parla di una storia fitta di ombre e di putredine, splendido e desueto termine che meravigliosamente descrive i personaggi e l’ambiente del romanzo, nel quale probabilmente ha riversato tutta la sua disillusione rispetto agli ideali che lo accompagnavano al tempo della sua discesa a Roma. Solo pochi anni più tardi una putredine molto più maleodorante, - legata proprio alle speculazioni immobiliari e finanziarie e agli oscuri connubi affaristici tra alta finanza e politica - sarebbe venuta a galla sino a lambire la casa reale, per essere naturalmente immediatamente insabbiata, in quello che è noto come lo scandalo della Banca Romana. Forza profetica della letteratura! La tecnica narrativa utilizzata da Chelli per raccontare la putredine romana testimonia la sua piena adesione al verismo: narratore che si limita a riportare quanto accade, senza mai esprimere giudizi di merito, e largo impiego del discorso indiretto libero, come modo per oggettivizzare il punto di vista dei protagonisti. Più articolata è a mio avviso la riflessione sul linguaggio utilizzato nel romanzo. Come noto, i veristi siciliani, narrando generalmente storie di popolo, fanno largo impiego di termini vernacolari nonché della regressione verso il modo di pensare dei personaggi. Chelli apparentemente rifiuta la tecnica della regressione, utilizzando un italiano per l’epoca medio, che risente delle sue origini toscane. È stato Pierpaolo Pasolini, in un commento all’indomani dell’uscita del romanzo presso Einaudi nel quale tra l’altro definisce Chelli ”dopo Verga e prima di Svevo, il più grande narratore italiano dell’Ottocento", a definire la scrittura di Chelli, in sé piuttosto povera quanto a materiale linguistico, ”una funzionalità che non conosce ridondanze”. Per quel che può valere, concordo pienamente con Pasolini: Chelli scrive di ambienti borghesi urbani, e non aveva altra scelta, per aderire al vero che utilizzare la lingua media utilizzata in quegli ambienti. L’alternativa era l’impiego di termini romaneschi (ammesso che sapesse padroneggiarli), ma ciò avrebbe ricacciato platealmente i poveri Ferramonti verso quel popolino da cui cercano disperatamente di distinguersi grazie al potere del denaro. Per questo ritengo congrua la scelta dell’autore e credo che la parlata romanesca scelta da Bolognini nel film sia una sorta di tradimento del testo. Termino avvertendo che ovviamente nel romanzo un vincitore c’è: non svelo chi sia, ma consiglio vivamente il lettore di riflettere sul personaggio, per concludere sicuramente, con Pasolini, che ”la sua figura avrebbe costituito il modello reale degli uomini che avrebbero fatto la storia italiana”; e si consideri in proposito che egli, con la sua tragica morte, si è risparmiato quest’ultimo trentennio di storia patria, durante il quale la situazione è drammaticamente precipitata anche a questo riguardo.