"Suo Marito", romanzo di Luigi Pirandello, si può forse considerare un'opera minore, se paragonata ai più celebri "Il Fu Mattia Pascal", "Uno Nessuno e Centomila", o "L'Esclusa".
Eppure, nonostante l'apparente semplicità di questa tragica storia, lo scrittore siciliano si rivela, una volta di più, una grande penna. E devo dire che il mio apprezzamento nei suoi confronti cresce ad ogni nuovo libro che leggo. Inizio anche a credere che più invecchio e più lo apprezzo. Tant'è che sono tentato, in futuro, di rileggere alcune sue opere lette da giovane. Già mi piacquero, ma sono convinto che oggi potrei portare l'apprezzamento a nuovi livelli.
"Suo marito" è un'opera ricca di spunti e personaggi ben delineati. Ma d'altra parte - qui - Pirandello gioca in casa. La vicenda riguarda, infatti, il mondo della letteratura, del teatro e degli scrittori. E l'autore sa bene di cosa parla, quando descrive le speranze e i sogni di gloria dei personaggi di contorno, così come ben sa di che parla, quando affronta i più complessi sentimenti della protagonista.
In questo romanzo Luigi Pirandello sceglie di raccontarci le vicissitudini di una giovane donna, Silvia Roncella: scrittrice fuori dal comune, che in poco tempo è riuscita ad ottenere un successo inaudito, di pubblico e critica, grazie all'invadente opera manageriale del marito, Giustino Boggiolo.
Il punto è che Silvia non ha cercato nulla di tutto questo. E' stato il marito che, entrando a gamba tesa nell'universo creativo della moglie, ha cercato di prenderne possesso e manipolarlo, in base alle proprie esigenze, per trarne quanti più vantaggi materiali possibile. E se Silvia in un primo momento, spiazzata e timida, ha lasciato fare, perché ha creduto che, in fondo, le attività di Giustino cercassero solo di valorizzare la sua opera, si è poi presto dovuta ricredere, constatando con dolore, che il consorte attraverso i suoi scritti cercava solo di valorizzare se stesso e di guadagnare quanto più poteva, come il più freddo e lucido dei capitalisti. Anche l'amor proprio e la dignità per Giustino erano sacrificabili sull'altare del successo.
Constatate queste cose, Silvia - che sostanzialmente ha sempre e solo desiderato una vita serena e tranquilla, con la protezione dell'amore dei propri cari e del marito - ha un viscerale moto di repulsione. E così abbandona Giustino e si costringe a diventare lei stessa manager delle proprie opere - dimostrando di sapersela cavare, se non meglio, almeno in egual misura.
E' una libertà che costa cara. Non tanto perché all'epoca una separazione era mal vista dalla società, quanto perché, per ritrovare una serenità e per emanciparsi, Silvia è effettivamente costretta ad abbracciare in parte la visione del proprio marito. Per vivere, dal momento della separazione in poi, dovrà accettare il fatto che le sue opere necessitano di essere monetizzate e che - a volte - dovrà essere lei stessa a forzare la propria ispirazione. Ma d'altra parte meglio così. Vivere più nel mondo ed in prima persona questo aspetto del lavoro letterario non potrà che portarle nuove esperienze e ispirazioni: ottimo contraltare alla perdita della totale purezza creativa. Perché questo era, per la protagonista, la scrittura: un parto dell'anima, uno sfogo libero e puro, che l'aiutava ad affrontare i propri tormenti interiori.
Non potrà più essere solo questo. Ma almeno non si vedrà spennata, come una gallina dalle auree uova, dal proprio stesso marito, che mai ha considerato la sua opera per il suo vero valore umano. Lui l'ha sempre e solo valutata in base a quanto poteva fruttare.
Ecco, credo che Pirandello - in quanto rinomato scrittore - abbia conosciuto bene questi dilemmi e questi tormenti. Quanto spazio dare alla libera ispirazione? Quali compromessi accettare, per vivere del proprio lavoro letterario? Fare un romanzo su questo è stato un colpo di genio. Ed è davvero interessante conoscere - attraverso i pensieri e le vicende dei personaggi - i punti di vista di questo eccezionale scrittore. "Suo Marito" è davvero da leggere, lo consiglio!