«Quanta stella c'è nel cielo» non è un errore, è il primo verso di una ballata amara del giovane Petöfi, il grande poeta ungherese. Quei versi sono tra le poche cose che Anita porta con sé, insieme a molti ricordi laceranti. Anita non ha ancora sedici anni. È una sopravvissuta ai campi. È bella, è sensibile, le prove della vita le hanno tatuato l'anima. Sta fuggendo da un orfanotrofio ungherese per andare a vivere a casa di una zia, Monika. Eli, il giovane cognato di Monika, è venuto a prenderla al confine per accompagnarla nel viaggio in Cecoslovacchia, dove si ritrova clandestina in un mondo ancora in subbuglio. Ma tutto questo a Eli non interessa: lo attira solo il corpo di quella ragazza e già sul treno, affollato di una moltitudine randagia, inizia a insidiarla in un gioco cinico e crudele. Quanta stella c'è nel cielo è un romanzo dai risvolti inattesi. Racconta come si possa tornare dalla morte alla vita. E come, a volte, il cammino per ritrovare la speranza possa seguire trame imprevedibili. Protagonista, intorno ad Anita, è un'umanità dolente, alla ricerca di una nuova esistenza: c'è chi vuole dimenticare e chi vuole ricordare, chi mette radici e chi si imbarca per la terra promessa, chi vuole rifiutare per sempre ogni violenza e chi invece pensa che l'unico dovere è, dopo tutto, imbracciare il fucile per non essere mai più vittima. Edith Bruck offre in queste pagine la storia palpitante di un'epoca cruciale del dopoguerra, quando tutto era in fermento tra mille difficoltà. Un'altissima meditazione sulla speranza, sulla straordinaria forza e fragilità di chi va verso una rinascita. E la grande capacità della Bruck è il risvegliare violente emozioni nel lettore.
Edith Bruck nome d'arte di Edith Steinschreiber (Tiszabercel, 3 maggio 1931), è una scrittrice, poetessa, traduttrice regista e testimone della Shoah, ungherese naturalizzata italiana. È l'ultima dei sei figli di una povera famiglia ebrea. Conosce, fin dall'infanzia, l'ostilità e le discriminazioni che nel suo Paese, come nel resto d'Europa, investono gli ebrei. Nella primavera del 1944, a tredici anni, dal ghetto di Sátoraljaújhely viene deportata ad Auschwitz e poi in altri campi tedeschi: Kaufering, Landsberg, Dachau, Christianstadt e, infine, Bergen-Belsen, dove verrà liberata, insieme alla sorella, nell'aprile del 1945. Nel settembre del 1948 raggiunge Israele, a ridosso della nascita del nuovo Stato. Qui - per evitare il servizio militare - si sposa e prende il cognome che ancora oggi porta: Bruck. Nel 1954, spinta dall'impossibilità di inserirsi e di riconoscersi nel Paese immaginato "di latte e miele", non riuscendo ad accettare la realtà segnata da conflitti e tensioni, giunge in Italia e si stabilisce a Roma, dove ancora oggi risiede. Inizia una vasta produzione letteraria, che non si limita ai temi dell'Olocausto.
Molto bello, sopratutto ho apprezzato come vengono trasmesse in modo vero e semplice le emozioni di una persona normale che si trova catapultata in situazioni non normali e assurde e cerca di viverle per come può. La seconda cosa che ho pensato è che mi dispiace tanto per l'autrice, anche lei ungherese e anche lei passata per i campi di Auschwitz, Dachau e Bergen-Belsen, guarda caso come la ragazza nella storia. La terza cosa che mi è rimasta è questa aspettativa enorme che tutti hanno per la Palestina, praticamente un sogno bellissimo da raggiungere, per il quale sono anche pronti a lottare. Certo non potevano sapere che dopo 60 anni saremmo stati ancora a questo punto e che ci avrebbero rimesso figli e nipoti in questo sogno di paese, con il mare, le spiagge...
Un romanzo duro che racconta la storia di Anita, sopravvissuta ad Auschwitz e ora ospite della zia paterna. Anita vorrebbe parlare, parlare del lager, di quello che è successo, della famiglia che ha perduto grazie ai campi eppure la sua nuova famiglia la zittisce. La zia vuole solo essere bella e divertirsi, far lavorare Anita in casa, suo marito la asseconda, il cognato insidia Anita e ha con lei ripetuti rapporti ma la zittisce ogni volta che lei chiede disperata conferma di un amore che non c'è. Per fortuna alla fine uno spiraglio di speranza si apre, anche grazie al mito del ritorno in Palestina.
2,5 ⭐ Peccato perché l'idea è molto bella ma non mi è piaciuto come è stata sviluppata. La protagonista è Anita che, dopo essere sopravvissuta ad Aushwitz e Bergen-Belsen, viene 'accolta' da una zia e dalla sua famiglia, dove nessuno vuole parlare della guerra o di quello che è successo agli ebrei.
È un romanzo riflessivo in cui spesso troviamo dei monologhi della protagonista, quasi dei flussi di coscienza. La storia mi è sembrata abbastanza monotona e lenta, inoltre molte cose, soprattutto gli eventi storici, non vengono spiegate ma si danno per scontate e talvolta manca la punteggiatura (non so se per errore o scelta voluta).
Diciamo che se non sapessi che Edith Bruck è lei stessa una sopravvissuta e che ciò che racconta Anita è realmente accaduto e probabilmente è autobiografico, non avrei provato particolare empatia per Anita e la sua storia.
Detto ciò, comunque, ho trovato molto belle le riflessioni e mi è piaciuta tantissimo la poesia di Sándor Petőfi che ripete Anita e da cui è tratto il titolo:
Quanta goccia c'è nell'oceano? Quanta stella c'è nel cielo? Quanto capello sulla testa dell'uomo? E quanto male nel cuore?
🇬🇧 “How much drop in the ocean? How much star in the sky? How much hair on the head of man? And how much evil in his heart?”
Devo essere onesta: ero spaventatissima dalle recensioni precedenti ma, leggendolo, ho dovuto ricredermi. Ho trovato questo libro molto delicato, scorrevole e piacevole, forse un po' ripetitivo su certi concetti ma c'è anche da comprendere la situazione della protagonista, Anita, liberata dai campi di sterminio nazisti e quindi comprensibilmente spaventata e insicura. Ma non per questo non forte, anzi. Anita cresce sia di fisico che di spirito, capisce il mondo che la riaccoglie e si adatta trasformando la ragazzina spaventata in una donna determinata. Lo consiglio? Assolutamente si!
E' un romanzo complesso, che non si limita ad affrontare il tema della sopravvivenza all'Olocausto, ma racconta anche di una donna che si innamora dell'uomo sbagliato, confondendo il di lui desiderio per il suo corpo con l'amore. Ci sono delle bellissime riflessioni che la scrittrice fa per mezzo dei pensieri di Anita sull'amore, sul l'essere una sopravvissuta all'Olocausto e sulla fede. Una delle mie preferite è stata quella sul suicidio, in cui dice che chi si uccide per scelta, uccide in parte anche chi ama.
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Mi farebbe bene se mi lasciassero parlare, anche se non c'è lingua in cui raccontare o scrivere. Le parole normali non possono far capire quello che ho vissuto e visto: dire terrore, orrore, paura, dolore, sofferenza, fame, freddo non esprime quel freddo, quella fame, quel terrore.
Anita , who's only 16, has just the great Hungarian poet Petöfi 's lines to warm her heart and little else sweet left in her mind. She keeps so many ripping memories inside herself, memories nobody wants to listen to. But why is nobody interested in her painful memories? Why does everybody wish to avoid talking about the war? She deeply suffers the situation which isolates her from the rest of the world and makes her feel extremely lonely and even guilty. She craves for love and understanding and this will bring her to accept and misjudge Eli’s attentions towards her.
Who’s Eli? The male protagonist of the story. Jewish like Anita, some years older than her. He is the bad guy in this story, and though I’m perversely attracted by fascinating rogues and rakes in tales, I only despised and hated this character and couldn’t find reasons enough for his wickedness. However, let’s go back to Anita for a while.
She survived the concentration camp, she is beautiful and sensitive, life trials have tattoed her soul forever. She's running away from a Hungarian orphanage to join her aunt, Monika, who’s selfish and self – focused, she’s vain and very attractive, only interested in Anita as useful hands in the house and with her newly born.
Eli is Monika's young brother-in-law. He lives in the same house with his older brother, Aron, and his beautiful wife. He is the member of the family sent to meet Anita at the border to accompany her in the journey by train to Czechoslovakia.
He will start harassing her since their first moments together on the train and, unluckily, they will have to share the same bedroom in Monika’s poor house. Eli is young and handsome and Anita, in her inexperience and longing for the slightest sign of affection will interpret his very selfish lust for love. That will be the only form o f attention she will be given in that house. No kind words, no dialogue, no tenderness, no real interest. Just mere sex from Eli and tenderness in the moments she ha sto take care if Monika’s baby, her nephew. Eli is just her new persecutor but she doesn't seem to realize. He on the other hand doesn’t seem to care about her past, her wounds being too concentrated on himself and his own wounds. He is only attracted by her body and what he can offer her is just a cruel, cynical game. Like Anita, we don’ t get to know much about Eli. He is a womanizer, apparently, a seducer. He speaks very little. His enigmatic, sadistic personality is quickly justified by his admitting he wants to avoid speaking about the war since he too suffered great loss: the girl he loved was killed. Is then his misoginistic attitude just a sort of revenge against destiny? Can a terrible war turn a man in love into a poor innocent girl’s torturer? Maybe.
However, the same tragic war has turned Anita into a real heroine. She has to heal from her own trauma, cope with great predicaments and with the outcomes of a totally wrong affair at a very young age and completely alone.
She finds herself a clandestine in a world still in turmoil after the war and follows her dream of going far, to the promised land, and start a new life. She will have to find the strength and the courage in herself and in her will to live on. But now, at last, she has someone to love and to fight for and she is sure she will be loved in return.
La storia ha l'intento di raccontare il ritorno ad una vita dignitosa, il difficile riappropriarsi della propria persona, l'integrarsi nella società e soprattutto, provare a dimenticare le atrocità viste e/o subite in seguito alla deportazione ad Auschwitz... Bel proposito, che però, il libro non riesce neppure lontanamente a realizzare. La protagonista, Anita, per quanto l'autrice cerchi di farcela vedere come "un avanzo di morti che non risulta vivo tra i vivi dove vive", non pare credibile e addirittura, risulta uscire quasi scalfita dal dramma personale che ha vissuto. Nel raccontare i suoi antefatti risulta impassibile, fredda, indifferente, come se le parole non le appartenessero veramente, ma fossero state riunite, sapientemente, da un confluire di testimonianze semitiche tra le più disparate. Altro stereotipo inserito nella storia è rappresentato dal protagonista maschile, Eli, enigmatico Latin Lover cecco, che inevitabilmente riesce a fare sua la protagonista. Egli dovrebbe essere un uomo ermetico, chiuso e schivo in sé stesso, magari da un passato/segreto scomodo o doloroso, la cui maschera, però, nel libro cade subito e si rivela uno scialbo e per giunta rozzo energumeno virile. Solo per la protagonista, bendata agli occhi dal fazzoletto dell'amore, egli rimane ancora "una persona come murata, separata dai sentimenti, dalle parole, dai pensieri che abitano e agitano chi gli sta accanto". Il libro, in conclusione, è abbastanza scadente se non fosse per la bellissima voce narrante, che a tratti, mi ha deliziata con la sua destrezza.
Bello ma non mi ha entusiasmato più di tanto. Mi è sembrata una lettura poco coinvolgente seppur la trama e l'ambientazione promettessero qualcosa di più.