Italia, anni il decennio più buio e violento della storia repubblicana raccontato attraverso le voci di uno stragista, di un ladro, di un magistrato e di un attore di successo. Andrea Sterling, il fiore all’occhiello dei servizi deviati, ha un piano. Ettore Brivido, l’enfant prodige della mala milanese, è pronto a fare il salto di qualità. Domenico Incatenato, giovane giudice del Sud, sgobba per fare carriera tra Roma e Milano. Nando Gatti è l’astro nascente del poliziottesco all’italiana e prende sul serio il proprio lavoro. Le loro vite s’intrecciano mentre il paese va a nelle piazze e nelle fabbriche ribolle la rivolta, le Brigate Rosse sfidano il potere costituito e la strategia della tensione continua a mietere vittime civili.
Simone Sarasso, born in 1978, lives in Novara. He is the author of Confine di Stato (The State Border), Settanta (Seventy), and the epic historical novel Invictus: Constantine, the Warrior Emperor, which will be published in English by RCS Libri and Open Road Media in late 2014. Sarasso also writes for film and television and teaches creative writing at the Nuova Accademia di Belle Arti in Milan.
E' una macchina narrativa davvero notevole che parte da dati storici per formare un intreccio indipendente, che rievoca, senza descrivere, la storia degli anni Settanta italiani.
Anche dal punto di vista linguistico è interessante: la trama ruota intorno ad alcuni personaggi cardine e lo stile utilizzato è conforme allo spirito del personaggio e alla sua provenienza geografica. La stessa voce narrante si adatta allo spirito dei propri personaggi. Ciononostante, c'è un tratto comune: lo stile paratattico, estremamente conciso e veloce, la ricerca della frase precisa e pungente, senza troppi fronzoli. E' un tipo di scrittura che deve piacere, perché potrebbe risultare scarna. Ma Sarasso, a differenza di altri, grazie ad alcune presenza capaci di colorire la sua lingua, si distacca di molto dagli altri autori che fanno dello stile paratattico una semplice moda.
I personaggi sono tutti molto interessanti, vere e proprie maschere rappresentative di quegli anni: dai brigatisti al magistrato del sud, dal malavitoso milanese all'infiltrato tra i terroristi. Tutti fanno la loro parte nel restituire lo spirito di quel tempo così complesso e sfaccettato. Tutti appaiono molto umani, con le proprie debolezze, i propri desideri, le proprie ragioni: non c'è un personaggio completamente buono o cattivo, ma figure che si ritrovano dalla parte e dall'altra della linea della giustizia per una serie di circostanze: tutti coltivano i propri lati meschini e i propri lati nobili. La violenza non viene usata mai a cuor leggero.
In questo ragionamento, però, non rientra il protagonista della trilogia: Sterling. Egli è il male, per quanto Sarasso abbia voluto renderlo più complesso in questo secondo capitolo. Sterling mostra le sue debolezze, perde qualche colpo, diventa più umano: ma è sempre caratterizzato da quell'animale affermazione di sé che lo rende completamente spregevole. Ma, se in "Confine di Stato" era il vincente, in questo secondo volume diventa il perdente: non è la mente dietro all'intero intreccio, ma una delle pedine. Quella più illusa, perché crede di avere il ruolo principale che non ha.
Settanta mostra un mondo più raffinato rispetto a quello grezzo del primo capitolo: i giochi di potere non sono più roba da soldati, ma delicati giochi equilibristi di politici e faccendieri. Anche se i Settanta sono l'epoca degli anni di piombo, questi uomini violenti risultano solo bracci armati di volontà più potenti, tutte dietro a rispettabili scrivanie.
Questo testo è molto differente rispetto al primo: non solo l'intreccio è molto più complesso, coinvolgendo più personaggi principali, ma anche più accattivante perché meno scontato. Il primo testo risultava noioso in alcuni punti, perché non riusciva a distaccarsi da una facile cronologia e da uno schema piuttosto banale: metto Sterling dietro a ogni mistero e delitto italiano. Il primo volume era più grottesco e andava gustato in quanto tale: il secondo, invece, è più "serio", più "maturo", e la trama acquista una sua verosomiglianza capace di illuminare un'epoca e non solo di sfruttarla ai fini di un gioco letterario.
Per quanto la trama sia molto complessa, ci sono alcune pecche che risaltano: ad esempio il Presidente Argento (che farà la fine di Moro) prima di morire per mano dei brigatisti, scampa a due attentati, palesemente contro di lui. Eppure, il testo non fa mai accenno al fatto che Argento, dopo essere scampato a tali attentati, possa sentirsi minacciato e in pericolo. Anche se il primo attentato sembra fatto a sua "insaputa", il secondo, invece, anche se descritto per dare la stessa impressione, è palesemente diretto contro Argento e il fatto che lui non se ne accorga è poco credibile. Lo stesso Argento è un personaggio bidimensionale, strutturato in maniera un po' semplicistica.
Nonostante queste pecche, "Settanta" risulta una prova davvero importante all'interno della letteratura italiana: un libro coinvolgente, che riesce a mantenere viva la suspense nonostante stia raccontando fatti di cui già si conosce l'esito. La bravura di Sarasso sta nel creare riempitivi ai vuoti informativi della Storia, fattore che rende avvincente tale lettura.
Inoltre, lo si potrebbe consigliare anche senza la lettura di "Confine di Stato". La qualità di "Settanta" è superiore e, ai fini della comprensione, la lettura del primo volume non è molto rilevante (al massimo serve a comprendere meglio il personaggio di Sterling).
Simone Sarasso torna in libreria in questi giorni con Settanta (Marsilio, pp. 693 € 21,50 ), poderoso secondo volume della trilogia sporca dedicata alla storia di questo paese, il cui titolo si riferisce naturalmente al decennio più oscuro di tutta la stagione repubblicana.
Laddove il primo capitolo, Confine di Stato era rutilante, “fumettoso” e marcatamente debitore di James Ellroy, Settanta è più denso, articolato e guarda a Romanzo Criminale di De Cataldo. Lo stile di Sarasso è sempre cinematico e frizzante, come nel lavoro precedente, ma mentre in quel caso si è rischiato di semplificare la storia d’Italia concentrando fatti e responsabilità in Andrea Sterling, l’antieroe per eccellenza, in Settanta il tiro è stato aggiustato alla perfezione: l’Italia non è mai stata innocente, recita lo strillo in quarta, e qualcuno ne è responsabile, verrebbe da aggiungere. Ho incontrato Simone.
L’Italia non è mai stata innocente…
La frase è “ellroyana”, è la commutazione in salsa spaghetti dell’incipit di American Tabloid e credo che ben descriva l’aria che si respirava nelle strade durante il decennio più buio della nostra storia patria. Se penso all’establishment di quegli anni, tolti forse coloro che furono fatti fuori, non scorgo molte facce innocenti. Allo stesso modo, se penso alla criminalità o al mondo dello spettacolo, vedo squadrenarsi di fronte ai miei occhi un mare di miseria, bassezza e iniquità. E, ancora una volta, il numero di colpevoli mi sembra nettamente maggiore di quelli degli innocenti.
Confine di Stato era forse più “ellroyanao”, Settanta sembra “decataldiano”.
Bè direi che è molto “decataldiano” nell’approccio ai personaggi. Ma è anche “wumnghiano” nell’impostazione, “biondilliano” nel linguaggio e nuovamente “ellroyano” nel ritmo.
Come ti sei documentato?
Il mio lavoro di documentazione è un processo a cascata: prima la rete, poi le biblioteche, infine gli archivi. Parto dalle voci di corridoio e pian piano mi avvicino ai fatti: che sanno di polvere e hanno l’odore della carta ingiallita dal tempo.
Quale è la percentuale di fiction e quale di realtà?
Se in Confine di Stato la percentuale era sicuramente sbilanciata verso il reale (direi 70-30), qui le proporzioni cambiano: a occhio e croce 50-50, dal momento che molti eventi assomigliano a fatti realmente accaduti ma poi cambiano volto repentinamente.
Hai scelto di usare, in molti dialoghi e descrizioni, il dialetto, come mai?
Perché nell’Italia dei Settanta, specie negli ambienti che racconto io, era sicuramente più diffuso dell’italiano. In secundis, c’è una questione poetica: se Confine di Stato era assolutamente improbabile dal punto di vista linguistico, e nella Roma dei Cinquanta si muovevano loschi figuri che parlavano come Bruce Willis, in Settanta l’aderenza alla lingua reale è pressoché totale. Succede l’inverso per quanto riguarda il mix storia-finzione che percorre i romanzi: gli accadimenti di Confine di Stato erano più verosimili, quelli di Settanta sono spiccatamente ucronici. Non didascalicamente (il sequestro Argento assomiglia molto al sequestro Moro) ma di sicuro negli esiti.
Che tipo di oggetto narrativo è Settanta?
È un romanzo. Niente di più, niente di meno. Mi piacerebbe dire che è un romanzo storico, ma, come ho già accennato, in Settanta ciò che è realmente accaduto è un semplice trampolino di lancio. Si parte presto per la tangente. Si va piuttosto in là. Ma non così in là da poter definire il mio secondogenito un romanzo ucronico. Il termine inglese alternate history fiction potrebbe calzare. Settanta è un esempio di alternate history fiction.
Confine di Stato e Settanta fanno parte di una trilogia…. il prossimo è in cantiere, che segmento di storia coprirà?
Direi indicativamente 1981-1994. E sarà costruito per gran parte intorno a una figura femminile.
C’è altro in cantiere ?
Parecchio altro: un fiction a tre mani che probabilmente uscirà nel 2010, la graphic net novel Unite We Stand che sarà in libreria in ottobre, un libro di cui non ho ancora parlato nemmeno al mio editor (solo mia moglie ne sa qualcosa), una spy story, un romanzo apocalittico e uno storico. Sarà un’estate intensa.
Secondo capitolo della Trilogia sporca dell’Italia. Valgono, ancora, le considerazioni fatte per il primo (Confine di Stato). Rispetto a Confine di Stato i cattivi fanno parte del genere umano, non sono geni del male infallibili (a parte uno, l’Omino). Ma l’utilizzo dei ferri del mestiere di Ellroy rimane sfacciato. Anche Settanta si differenzia da American Tabloid per il fatto che in quest’ultimo riesce impossibile qualunque immedesimazione con uno qualunque dei personaggi. Sono tutti, indistintamente, personaggi negativi. In Settanta, invece, esistono i “buoni”, i “cattivi” e pure le figure di confine, come Ettore Brivido (anzi è con queste ultime che l’immedesimazione riesce quasi più facile). Come in Confine, grosso lavoro di studio e documentazione.
Forse l'unico neo di questo libro Š una leggera misoginia di fondo. Delle due donne 'protagoniste' una, la brigatista, viene raffigurata come una donnetta piagnucolosa mentre l'altra, il giudice, sembra uscire, nelle descrizioni, da un 'poliziottesco' all'italiana. Le altre donne, che abbiano o no diritto di parola sono in genere l solo per essere 'sbattute' da uno dei protagonisti maschili. Rimane comunque un libro godibilissimo, un romanzo corale sulla storia italiana degli anni '70.
Sarasso all'ennesima potenza. Vale la pena per gli appassionati della serie. Inoltre gli anni 70 sono quelli con il materiale più corposo per sviluppare questo tipo di genere
Di nuovo alcuni pezzi sono tirati, ma per gli appassionati è un piccolo gioiello (soprattutto italiano)
Rivivere la storia sporca del nostro paese seguendo sterling personaggio con un passato terribile che insegue ideali bellicosi fuori da ogni principio democratico.