Novembre 1642: tutto è pronto per il colossale bagno di sangue in cui, nel giorno di San Martino, dovranno rotolare ben diciassettemila teste di nobili, per il grande macello dell’aristocrazia di Francia. Ma la macchina – manovrata nell’ombra da un Richelieu ormai alla fine, accecato dall’odio per chi sempre ha osteggiato e intralciato i suoi progetti – si inceppa, e tutto finisce in una bolla di sapone. Come mai? Un uomo bislacco, un sognatore che mentre incipria o rabbercia parrucche vagheggia di avere origini altissime, un essere mezzo Arlecchino e mezzo Charlot, attraversa come un’ignara torpedine impazzita il gran disegno del cardinale. Per contrastare i progetti dei Titani, il destino si serve del folle, sprovveduto parrucchiere Tancrède Turlupin. Il quale, fantasticando di essere ritrovato, riconosciuto e avvinto al petto da nobil madre, finirà per tramutarsi nell’ultimo involontario campione dell’aristocrazia morente contro le forze distruttive sortite dal suo stesso seno: la rivoluzione è rimandata, la Francia e il mondo conosceranno ancora la radiosa stagione del Re Sole. Maestro dell’equivoco, dell’assurdo e dell’«orrificante caso», Leo Perutz sembra qui aver lasciato, come non mai, briglia sciolta alla sua segreta inclinazione, creando un romanzo che ci scorre davanti agli occhi come un frenetico, irridente caleidoscopio. Turlupin è apparso per la prima volta nel 1924.
Dei romanzi di Leo Perutz che ho letto (e con questo sono sette, buona parte della bibliografia italiana reperibile) “Turlupin” mi è sembrato il più debole quanto a ispirazione e soprattutto incerto nel suo sviluppo.
I temi e lo stile dell’autore sono ben presenti e in diversi passaggi riportano il ritmo del racconto ai livelli di raffinatezza cui siamo abituati, ma nell’impianto dell’opera traspaiono lacune e forzature che, per quanto mi riguarda, ne hanno reso la lettura meno godibile e trascinante del solito e a tratti farraginosa.
Lo schema del romanzo invero è allettante e in linea con la fantasia spregiudicata di Perutz, ove si tratta dell’intrusione di un personaggio insignificante in uno snodo cruciale della Storia di Francia al punto di determinare, tramite una serie di equivoci e circostanze fortuite, un piccolo ma decisivo intoppo nell’ingranaggio del piano del Cardinale Richelieu (che non compare mai direttamente in scena ma tira le fila degli eventi) di annientare l’aristocrazia francese.
Dunque, senza l’intervento casuale e inconsapevole del barbiere Turlupin, “idiot savant” convintosi di essere figlio naturale ed erede del duca di Lavan, la Rivoluzione Francese sarebbe stata anticipata di un secolo e mezzo, i successori di Luigi XIII non avrebbero ereditato il regno e neppure “le Roi Soleil” avrebbe governato e influenzato profondamente la storia, l’economia, l’arte del suo paese e dell’Europa intera!
L’effetto di tale stimolante assunto mi è sembrato in parte inficiato, nella parte centrale del romanzo, da un insistito e piuttosto pedante accumulo di schermaglie fra una pletora di gaglioffi rappresentanti dell’aristocrazia del Regno di Francia, indicati con i loro roboanti nomi e titoli nobiliari, alle prese con infiniti diverbi, elucubrazioni, minacce di sfide a duello, e inconsapevoli della minaccia sul punto di sopraffarli; il tutto in un crescendo che Perutz altrove aveva governato meglio, ad esempio in “Dalle nove alle nove” dove un altro protagonista fuori dagli schemi, l’ineffabile Stanislas Demba, deflagrava di continuo la scena.
Qui l’espediente riveste il chiaro intento narrativo di mettere ancor più in risalto la vacuità e la prosopopea della Nobiltà francese dell’epoca, ma a mio avviso nuoce all’economia del racconto rischiando di trasfigurare la sottile e allusiva ironia di cui Perutz è maestro in un più greve miscuglio di caratteri scarsamente differenziati e abbontantemente annaffiati da calici di borgogna.
Ho trovato un Perutz più autentico nelle situazioni e nei dialoghi che si svolgono nel negozio di barbiere, dove Turlupin alimenta pian piano le sue illusioni di grandezza, interpretando gli eventi e le testimonianze a suo piacimento e travisandoli fino a divenire egli stesso lo strumento determinante del Caso.
Turlupin è un orfano che in qualche modo è riuscito a cavarsela, nella vita. Fa il parruccaio, vive con una vedova ancora giovane e piacente, la quale ha una bambina che gli si è affezionata. In una Parigi seicentesca piena di miseria a lui le cose non vanno male, quindi: certo non è un benestante, ma ha una casa, un lavoro, cibo a sufficienza e qualcuno che si occupa di lui… eppure non è soddisfatto: si sente destinato a più alte imprese, si vede a capo di eserciti, anela un futuro glorioso! Turlupin è anche un ipocrita, che fa elemosina a ogni mendicante che incontra, ma che in realtà odia e disprezza i poveri. Se dà loro un obolo è solo perché le scritture dicono che così bisogna fare, e se lui non obbedisse… beh, dio potrebbe prenderla a male, e negargli il suo aiuto, mettere ostacoli sul suo cammino e impedirgli di ottenere la gloria che merita. E si sa, quei pezzenti sono terribili spioni, si lamenterebbero subito con il creatore, se lui li ignorasse, e quindi Turlupin a denti stretti e masticando maledizioni, ogni volta getta la sua offerta. È proprio da un’elemosina negata che prende il via la catena di equivoci che porterà Turlupin a convincersi di essere il figlio segreto di una nobildonna, a ritrovarsi bardato come un gran signore in un convegno di nobili cospiratori, a fingersi ciò che non è, pedina sciocca e inconsapevole in un gioco enorme. Così il destino di Francia si gioca sulle illusioni di un folle. Sì, perché questo è, Turlipin: non un sognatore, ma un giovane uomo praticamente in preda a un delirio psicotico, che rielabora ogni gesto, ogni sguardo, ogni parola che gli viene rivolta e ne fa combustibile per la propria illusione. È uno stupido, che ha giusto un pizzico di grezza furbizia popolare a permettergli di cavarsela in qualche situazione spinosa, ma non un briciolo di raziocinio. Non è un personaggio simpatico, uno per cui si possa fare il tifo, ma c’è dell’amaro divertimento nel seguire le sue imprese, e la curiosità di vedere la vastità del guaio in cui andrà a cacciarsi. Vile per quasi tutta la durata del romanzo, trova nelle ultime pagine il proprio riscatto, per amore e per onore di quelle nobili origini che è convinto di avere. Dopotutto è quasi un lieto fine, il suo, considerate le circostanze.
Secondo libro di Perutz che leggo, e mi è davvero molto piaciuto: veloce, ironico, amaro, è un bell’incastro di realtà storica e di fantasia. Giacché apprendo non essere questo tra le sue opere migliori, ma quasi più un divertissement, ho aspettative altissime per il futuro.
“Il genio è uno che quando fa del suo meglio, fa il meglio che si possa fare. La stessa cosa di sé la pensa il cretino.”
Ammettiamo che siate per strada e sentiate un certo languorino. Entrate dal primo “kebabbaro” e ordinate. Durante l’attesa ingannate il tempo chiacchierando col turco DOC che ha un’aria così affabile. Dai soliti discorsi ameni, passate a parlare dell’entrata della Turchia nell’Unione Europea. Scattano le divergenze d’opinioni. Le parole si fanno accese e gli sguardi son di fuoco, e non per il caldo torrido dell’estate. Il turco chiama i suoi amici che spuntano silenziosamente dal retrobottega e senza tanti complimenti vi danno una lezione a suon di kebabbate in faccia. La cosa acquista subito un risvolto mediatico. Il video finisce su YouTube e voi diventate la faccia pesta più famosa d’Italia. Nel frattempo in Parlamento, dove non vedevano l’ora di abbandonare la questione della legge sulla calmierazione dei prezzi dei libri, si parla di incidente diplomatico. Nel giro di una settimana la guerra con la Turchia è alle porte.
Bene: Turlupìn, quando nel lontano 1642 guardava allo specchio la sua ciocca di capelli bianchi, che pensava l’avrebbe condotto verso un naturale quanto glorioso e fulgido destino, probabilmente pensava di essere all’altezza della situazione. Qualunque essa fosse.
Aveva però dimenticato che quel nome tronco che si portava addosso, avrebbe potuto essere declinato sia all’attivo che al passivo.
Così è riuscito a turlupinare e a farsi beffe del fior fiore delle idee rivoluzionarie francesi di metà ‘600, e allo stesso tempo ha decretato la sua fine senza capirne il senso. Come dire: si è turlupinato da solo.
Caso eccezionale? Certo che no. Turlupìn è solo un puntino nell’Universo, che testimonia come siano sì, gli esseri umani a fare la Storia, ma molto spesso siano soprattutto le loro gaffes, le interpretazioni sbagliate degli eventi a mettere in moto una catena di eventi inarrestabile.
Eh, cari miei, non è poi così difficile entrare nei documentari de”La grande Storia” di Rai Tre. Potrebbe ad esempio bastare anche solo entrare dal kebabbaro.
Il passato è la parte più consistente di un essere umano adulto, è quello che ci forma e ci rende quali siamo nel presente e quali saremo domani. Come si sente una persona che un passato non ha? Tanto vuota da aver necessità di colmare quel vuoto con la fantasia e l’illusione. Questi è Tancrède Turlupin, un giovane barbiere parigino, un trovatello abbandonato sulle scale di una chiesa, vissuto di espedienti finchè non ha incontrato la vedova Sabot, cui il defunto marito ha lasciato una bottega di barbiere e parruccaio. Siamo a Parigi nel novembre 1642, un anno dopo sarebbe salito al trono di Francia l’incommensurabile Luigi XIV, nell’attualità il regno è nelle mani del cardinale Richelieu. Turlupin ha così bisogno di un passato da crearselo con la fantasia, e dalla sua prima illusione scaturisce una serie di equivoci che portano il povero Turlupin nel mezzo di eventi storici più grandi di lui, fino a diventare primo attore di una rivolta popolare manovrata dal cardinale per togliersi dai piedi l’antica nobiltà francese, che, se avesse avuto buon fine, avrebbe anticipato la Rivoluzione francese di oltre un secolo. Un tourbillon di equivoci in cui è immischiato il sognatore, ingenuo fino alla sprovvedutezza, Turlupin, che cammina sul filo che separa follia e ragione, illusione e realtà, verso il quale non si può non provare tenerezza. All’interno della storia tragicomica del povero Tancrède Turlupin si fa spazio la forte ironia dello scrittore che si fa beffe dei vizi e difetti della nobiltà francese (non si sarebbe fatto un soldo di danno a spazzarla via un secolo prima dell’avvento della ghigliottina!): penso sia stato un divertissement per Perutz scrivere questo breve romanzo, non sarà il suo capolavoro, ma di certo è una buona lettura.
Perutz qui in vena di giocare con un intrigo di fantapolitica al centro del quale un bilioso Richelieu, ormai morente, decide di far fuori in una giornata tutti i nobili di Francia... Peccato che sulla sua strada incontri Turlupin, barbiere che vive a Parigi ma soprattutto sulle nuvole, in un mondo in cui lui non è un semplice orfano ma l'erede legittimo di una nobile stirpe. Ci crede così tanto che ogni minimo non-segno diviene per lui una certezza, fino alle estreme conseguenze. Turlupin non è un personaggio particolarmente simpatico: non incarna la furbizia popolare (forse appena appena un pizzico) ed è quasi tonto. Ma è il sassolino che fa inceppare l'ingranaggio tanto più grande di lui, è la mano del Fato che complotta contro Richelieu. Umano è, Tancrède, quando pensa alla vita familiare che ha lasciato. Finale un po' inaspettato.
A dreamy, self-involved half-wit inadvertently saves the French nobility from the machinations of Cardinal Richelieu. Not as strong as some of Perutz's others but the plotting is masterful and its mean and funny.
Vicenda storica o totalmente inventata? Leo Perutz gioca magistralmente con la storia vera per proporne una fantastica e i confini tra le due sono molto sottili. Nella Francia del 1642 un Richelieu vecchio e malato vuole colpire definitivamente l’odiata aristocrazia francese: diciassettemila persone massacrate – uomini, donne, bambini, nessuno risparmiato – a furore di popolo, opportunamente sobillato, il giorno di San Martino. La Rivoluzione Francese anticipata di 150 anni e il primo capitolo è un’analisi storica del parallelo fra i due eventi, lo storico e l’immaginario. Non succederà nulla grazie non all’intervento dei tre moschettieri (non siamo in un romanzo di Dumas) ma di Turlupin, eroe per un giorno e salvatore dell’aristocrazia. Chi è Turlupin? A dispetto del nome - nella commedia dell’arte sarebbe un furbacchione che raggira il prossimo, un maramaldo, un “brighella” – è un sempliciotto, un sognatore. Trovatello di genitori ignoti è un barbiere e parruccaio nella vivacissima Parigi dell’epoca; lettore accanito di scritti religiosi teme i mendicanti in quanto spie al soldo di Dio pronte a denunciare la sua presunta mancanza di carità. E sarà a proprio a causa di un mendicante che il nostro eroe si troverà ad essere infiltrato in una riunione “carbonara” di aristocratici e a credersi il figlio illegittimo di un nobile di alto rango. Una girandola di equivoci in mezzo a discorsi e proclami di lotte e insurrezioni, tanto altisonanti quanto vuoti di significato. Turlupin con ingenuità e candore si getta nella mischia, se ne ritrae, si rigetta… da vera scheggia impazzita o meglio da vaso di coccio tra vasi di ferro… Quando la commedia volge al dramma sarà il pavido Turlupin a compiere l’unico eroico atto in difesa della nobiltà. Un romanzo breve, forse meno intrigante di altri di Perutz ma spassoso e divertente. Consigliato e quattro stelle.
Turlupin non è il romanzo che cambierà la storia delle lettratura, e manco vuole esserlo. Ma è un libro delizioso. Perutz scrive con garbo e ironia, e riesce a calare perfettamente il lettore nella Francia del 1600, tanto che: a) tutta la storia scorre via come una birra fresca; b) sembra di sentire gli odori, gli schiamazzi, la confusione della Parigi di quegli anni. Insomma, senza mai voler angosciare il lettore, Perutz riesce a intessere un romanzo che è un divertissement, senza però perdere un'oncia in intelligenza. La storia è piuttosto semplice: partendo dal notare che nella Francia del 1600 ci stavano tutte le condizioni per lo scoppio di una Rivoluzione, Perutz si domanda come mai, quella che era stata fissata e programmata per il giorno di San Martino, sia scoppiata come una bolla di sapone. Ovvero: cos'è che ha modificato lo scorrere della Storia? Risposta: Turlupin. Ovvero, un parrucchiaio che, convinto di essere figlio di baroni, finirà immischiato nei diversi complotti, facendo saltare tutto. Quindi, pur essendo un divertissement, il tema che affronta Perutz è piuttosto intelligente: la Storia, il suo svolgimento, quando tutto sembra piuttosto preordinato, socialmente, economicamente, politicamente, subisce l'influsso del caso. Perché, per carità, è vero che Turlupin è una persona, ma non ci sta un briciolo di senso o ordine nel suo agire: Turlupin agisce totalmente a caso, sia nel senso che è scemo, sia nel senso che nove volte su dieci fraintende totalmente quello che vede o sente. Insomma, Turlupin è il caos personificato. Quindi, insomma, non ci sta Storia che tenga, si è in balia del caso più totale.
L' autore mi era sconosciuto e, ammetto, di essere stata un po' prevenuta, perché quando si tratta di libri con base storica io storco il naso. Invece mi sono ricreduta. È un libro strano, di un genere che non mi era mai capitato di leggere e difficilmente classificabile: Turlupin è una macchietta che sguscia via dal suo negozio di parrucchiere (nel senso originale del termine visto che produce parrucche) e s' intrufola nel mondo aristocratico francese. Agisce inseguendo una fantasia, che a tratti sembra reale e confonde un po', comportandosi in modo bislacco, allegro ed originale tanto che,tra equivoci e improvvisazioni, strappa pure qualche sorriso!
I really like Perutz but Turlupin wasn't my favorite so far. I almost forgot I had read it just after finishing it :) Also because it was a really fast reading and I have no memory at all but still. The story is nicely set and this Turlupin boy is a good character but the rest of the characters are too rapidly sketched for my taste. I like fatum stories (is that a genre? if so, Perutz is on the top list) and so it was quite enjoyable but then I got a little bored and only wanted to know the final twist. Yet, Perutz writing is excellent and he managed to create a real buffon with Turlupin, what a stupid boy! Arrr! So annoying!
Un eroe che non è un eroe, figlio dell'equivoco e dei propri sogni di grandezza. Un racconto credibile e calato storicamente in cui sono esaltati i caratteri umani e smargiassi della nobiltà francese. Una trama che si svolge come un commedia dell'assurdo e si conclude con un atto eroico e un mistero svelato che mi ha colpito e spiazzato.
Leggo di altre recensioni che lo definiscono "debole" ma non concordo: alcuni passaggi sono forse forzati dalle esigenze storiche e narrative ma nel complesso lo trovo solidissimo.
Perutz, you rogue! You have done it again! I do so enjoy this type of novel. Almost as good as my favourites of his, The Marquis of Bolibar and The Swedish Cavallier. It wasn't easy to get, and relatively pricey for 137pages, but so worth it. If you are a Perutz enthusiast I highly recommend it. If you have yet to wet your feet, start with the others I mentioned, or with the renowned By Night Under the Stone Bridge.
In this book you find the ironic outcomes and confused identities that I so enjoy in Perutz. Almost five stars.
Historia redonda transcurrida en Paris del s.XVII, donde la locura y el destino se confluyen para postergar la revolución inevitable, cuyo émbolo es el propio Turlupin, quien se ve envuelto en este soberbio e hilarante enredo por culpa de su imaginación desbocada. Algo que no me es tan ajeno a la hora de alzar castillos en el aire que llevan a alturas insospechadas sin tener noción alguna de la posible caída.
Me ha encantado esta veta cómica de Perutz, que manera de reír.
Хорошая повесть, блестящий финал (как и всегда у Перуца, кстати сказать).
Не сравню с самыми любимыми его книгами — "Маркиз де Болибар", "Ночи под Каменным мостом" или "Шведский всадник" — но все равно хорошо. Жаль, что коротко, но спасибо и на этом.
Perutz is always a pleasure. This one is not his best, but still a charming attempt at cloak and dagger from a great storyteller. An obvious choice for a popular movie adaptation.
Un excellent Leo Perutz, comme on les aime... une documentation historique solide (la France en 1642), de l'histoire fiction (les ingrédients d ela Révolution française étaient déjà réunis, si tout cela avait éclaté ?), une intrigue bien troussée (un complot contre la noblesse, fomenté par le Cardinal, va échouer à cause de l'aventure individuel d'un enfant trouvé qui cherchait à retrouver sa mère), le tout bien écrit, bien décrit, coloré et agité comme un chapeau à plume... C'est parce que j'avais ce livre avec moi que j'ai pu patienter 4h30 et finalement voir l'expo Edward Hopper !! L'art mène à l'art.