Paolo Rumiz scommette sulla forza delle grandi storie e si affida al ritmo del verso, della ballata. Ne esce un romanzo-canzone singolare, fascinoso, avvolgente come una storia narrata intorno al fuoco. Racconta di Max e Maša, e del loro amore. Maximilian von Altenberg, ingegnere austriaco, viene mandato a Sarajevo per un sopralluogo nell’inverno del ’97. Un amico gli presenta la misteriosa Maša Dizdarević, “occhio tartaro e femori lunghi”, austera e selvaggia, splendida e inaccessibile, vedova e divorziata, due figlie che vivono lontane da lei. Scatta qualcosa. Un’attrazione potente che però non ha il tempo di concretizzarsi. Max torna in patria e, per quanto faccia, prima di ritrovarla passano tre anni. Sono i tre anni fatidici di cui parlava La gialla cotogna di Istanbul, la canzone d’amore che Maša gli ha cantato. Maša ora è malata, ma l’amore finalmente si accende. Da lì in poi si leva un vento che muove le anime e i sensi, che strappa lacrime e sogni. Da lì in poi comincia un’avventura che porta Max nei luoghi magici di Maša, in un viaggio che è rito, scoperta e resurrezione.
Paolo Rumiz è un giornalista e scrittore italiano. Inviato speciale del "Piccolo di Trieste" e in seguito editorialista di "la Repubblica", segue dal 1986 gli eventi dell'area balcanica e danubiana; durante la dissoluzione della Jugoslavia segue in prima linea il conflitto prima in Croazia e successivamente in Bosnia ed Erzegovina. Nel novembre 2001 è stato inviato ad Islamabad e successivamente a Kabul, per documentare l'attacco statunitense all'Afghanistan.
Un libro molto diverso da tutti gli altri reportage di viaggi, reali ed onirici, cui Rumiz mi aveva abituato. Questo è invece una lunga ballata in versi, che meriterebbe di essere accompagnata dalla musica della canzone alla base del racconto (http://youtu.be/RHOMSxjowO0). Inizialmente ero quasi infastidito, sopporto poco la poesia, e il linguaggio di questa storia è eccessivo, ridondante, quasi pomposo nel suo citare luoghi, affastellare lingue diverse, citare storie sconosciute a noi italiani mediamente ignoranti della storia. Poi poco per volta mi sono fatto rapire, e nel suono ipnotico di una lettura cantilenante tante parti di me hanno trovato soddisfazione. Ha trovato soddisfazione il mio io romantico, per una storia d’amore matura e consapevole ma al tempo stesso tutt’altro che cinica. Ha trovato soddisfazione il mio io vagabondo per il continuo errare solitario del protagonista. Ha trovato soddisfazione il mio io lettore perché non c’è nulla di più bello di stare al caldo a leggere una ballata che parla di neve, inverno, taverne calde, coperte e mele cotogne. Ha trovato soddisfazione il mio io curioso perché questo libro mi ha fatto sempre più venir voglia di comprendere la geografia e la storia di quel pezzo di mistero che sta a due passi dall’Italia e si estende fino alla Turchia. Ha trovato soddisfazione il mio io adulto perché questa è una bellissima storia di consapevolezza e di crescita, di ricerca di qualcosa che forse non c’è e al tempo stesso di serena accettazione della realtà.
Cinque stelle, e son poche per questa stupenda ballata in endecasillabi che descrive una stupefacente storia d'amore e morte, un canzoniere moderno, che profuma d'oriente e mitteleuropa, da inserire nelle riletture periodiche per essere sicuri di gustarne tutte le sfumature.
Davvero molto particolare questo romanzo di Rumiz. Quella che ci racconta è una storia vera, diventata ormai leggenda e, ce la racconta al ritmo di una ballata. Un lungo canto, affascinante, emozionante, dove la musica è nelle parole... Un racconto nato dal cammino, dal battito del cuore e dal respiro, restituito a noi, di bocca in bocca. Un narrare che prende sempre più vigore, al punto che il vero e la fantasia si confondono. Una trama di struggente malinconia, di un Amore che sconfina la morte e la dimenticanza. La storia fra Max, un ingegnere austriaco, un uomo forte e Maša, una donna straordinariamente coraggiosa, è presentata nella sua più intima carnalità. Gli occhi di lei, come grani di uva nera, uniti al suo canto, conquistano lui, ribaltandogli la vita.
Fu l’amore fra due giovani per un mese per un anno, quando chieser di sposarsi, di sposarsi aman aman, i nemici disser no. S’ammalò Fatma la bella figlia unica di madre: per guarir mi porterai, lei gli disse aman aman, la cotogna d’Istanbùl. La cotogna andò a cercare fin nella città imperiale per tre anni lui sparì, per tre anni aman aman, per tre anni niente più. Tornò alfine con la mela ma trovò il suo funerale. Gridò a tutti di fermarsi: vi darò tutto il mio oro se baciare la potrò.
E’ stupendo perdersi fra le parole di questa canzone, quasi conoscesse il loro destino… Figure che tornano dal silenzio, come groppi di vento nel deserto, profumi di ricordi lontani... E nuovamente mi chiedo: perché le storie più belle sono le più tristi? Forse, lo definiamo grande amore, quando non riusciamo a viverlo fino in fondo? E resta in noi, il sogno di qualcosa che abbiamo perso, prima ancora di averlo raggiunto… Nel leggerlo, ho avuto il desiderio di declamarlo a voce alta, quasi lo raccontassi a me stessa. Il ritmo affascinante della poesia e, la stessa passione dei due protagonisti, travolgono come un fiume in piena.
Ho chiuso il libro e il profumo della mela cotogna mi assale e nel cuore, una grande malinconia… “… ma a cosa serve la malinconia,” “A far venire la voglia”, disse lei “Di cosa?” chiese lui con insistenza. “Di Sevdah,” fu la risposta, “che in turco vuol dire molto banalmente ‘amore’.”
E le seccava di dover ammettere lei partigiana, che proprio un tedesco le desse sicurezza in quel momento sui monti partigiani di suo padre. "Io traccerei una pista nel bosco solo per bere alla fonte che celi sotto l'orecchio tra il collo e la barba".
Amava i suoi Balcani alla follia amava i loro boschi e quelle donne dal passo dondolante, amava i fiumi e le fumose locande con musica che dagli slavi del Sud son chiamate con nome impronunciabile di krčme.
Brutto e pretenzioso. Durante la lettura di questa finta epopea che racconta il nulla facendo un'infinità di elenchi, pensavo a Pdor figlio di Khmer della tribù d'Ishtar, pensavo a Briseide dalle belle gote e Andromaca dalle bianche braccia. Ma che libro fastidioso.
E' un racconto molto personale questo che ci riporta Rumiz e lo fa attraverso una ballata, una poesia, un modo inusuale rispetto a ciò che Rumiz ci ha abituato. Una storia d'amore alla base di un conflitto e di un messaggio di speranza. Sicuramente all'inizio non facile, ma molto bello. Da leggere sicuramente
Più che una storia d'amore tra due persone, mi sembra una dichiarazione d'amore da parte dell'autore verso i Balcani.
Ho ascoltato l'audiolibro - di quelli che uscivano con Repubblica l'anno scorso e quindi non posso dire niente sul modo in cui è stato scritto il testo. Nella lettura ad alta voce non si sentivano gli endecasillabi. O io non li sentivo. Certo, c'erano delle espressioni strane a volte e le formule tipiche dei testi epici. Ma le voci di Rumiz e Ovadia rendono onore al testo. Magari non tutte le parti strumentali c'entravano con il testo, ecco. Ma, solitamente, a me non piace la musica strumentale.
C'è Max: austriaco, padre di quattro figli, ingegnere che gira il mondo. E c'è Maša, donna dagli occhi neri che vive a Sarajevo. I due si incontrano una sera e lui rimane conquistato da questa donna, sposata ad un uomo con cui ha due figlie ma innamorata di un altro, che è in prigione per aver ucciso un'altra donna.
Una sera Maša canta una struggente canzone balcanica e il cuore di Max è perso per sempre. I due si lasciano e ognuno torna alla proprie vite. Fino a quando Maša torna a bussare alla sua porta.
Max è il centro della storia. Sono i suoi pensieri - interpretati dal narratore - che noi leggiamo e ascoltiamo. I suoi amici, il suo modo di sopravvivere alla mancanza di Maša. Ma poi, anche il modo in cui questa coppia riesce finalmente a stare insieme.
Poi, il libro cambia. Non è più una storia d'amore. Diventa un'. E Max, per sopravvivere, comincia a raccontare la sua storia - in endecasillabi - e tutti si fermano commossi ad ascoltare l'uomo, con il dono di mettere sempre le pause al posto giusto.
Purtroppo Max si accorge che, raccontando la sua storia, questa non è più solo sua ma diventa un tesoro anche per chi la sta ascoltando e se la porta nel cuore. E ciò non lo fa stare meglio.
È un libro su una storia d'amore, ma anche un libro di viaggi. Sono tanti i paesi che i protagonisti attraversano e visitano. C'è tutto il tragitto del Danubio che fa capolino tra le pagine. E ci sono i colori: il nero degli occhi di Maša e il giallo delle cotogne (marmellata di cotogne, GNAM!)
I nomi strani dei diversi paesi non mi hanno spaventato, anzi: sembravano rendere il tutto più reale.
Alla fine, mentre stavo passeggiando per il paese, è scesa anche la lacrimuccia verso la fine.
Mi comprerò anche il libro, giusto per tenere questo gioiellino a portata di mano.
La cotogna di Istanbul è la storia (la canzone) di una donna affascinante e misteriosa e il protagonista, Max, ne è innamorato perso. Il libro ha un tono commovente, dallo stile poetico, ricco di descrizioni di luoghi, di sapori e di profumi.
“La rivide scintillante nella sera in un’azzura livrea invernale; ne aspirò con lentezza il profumo, sentì l'odore acidulo di luppolo, di faggio, di pane turco, di grigliate, fumo di sigaretta senza filtro.”
La vita di Max ruota intorno al frutto della cotogna, perché è il nome della canzone che la donna che lui ama gli canta in un momento di intimità. La cotogna, ma anche il colore giallo tipico del frutto, sarà prima sollievo e poi tormento.
La cotogna di Istanbul è molto fuori dalla mia comfort zone, mi ha colpito molto ma non invogliava a leggerlo.
Avevo comprato l'audiolibro perché allegato a Repubblica l'anno scorso. Quest'estate l'ho ascoltato e poi ho voluto leggere il libro. É stata la prima volta che un audiolibro ha saputo conquistarmi più della versione di carta. Forse per la musica, forse per la recitazione... Chissà.
C'è da dire una cosa. Questa è la terza edizione riveduta del libro. L'audiolibro racconta un'edizione precedente. Mi sono accorta mentre leggevo, che mi ricordavo dei versi differenti rispetto a quelli che stavo leggendo. Ma ciò non toglie nulla al racconto.
Non avrei mai pensato che mi sarebbe piaciuto in questo modo. Davvero.
Per il massimo godimento della storia e la migliore comprensione, nonché una totale immersione nelle atmosfere dell'est Europa, consiglio la versione in audiolibro Feltrinelli-Emons letto dall'autore stesso. La voce, le musiche, le canzoni sono degne di una ballata che si rispetti come questa.
Troppo intenso, a tratti, per proseguire tutto d'un fiato, nonostante una narrazione più delicato di una piuma.
Per capire a fondo il perché di questo testo, consiglio DOPO, ma solo dopo averlo letto, di ascoltare Rumiz parlarne qui: https://www.youtube.com/watch?v=qLGOQ...
Scrive divinamente e un libro così in endecasillabi è eccezionale. Ma è pura "vuotezza", musica che si perde nell'aria, fuoco di paglia che stupisce e lascia poi freddi. Crea desideri nell'anima che sono inconsistenti.
Non mi è piaciuto per niente. Tutti questi nomi slavi mi disorientato non riuscendo ben a collocarlo geograficamente. La storia banale. Due stelle perché stimo Rumiz.
È una splendida ballata e come tale ho ascoltato l'audio libro che affianca alla lettura le struggenti canzoni rendendo il tutto molto molto gradevole.
C’era e propria vallata in versi. Una storia di vite che si intrecciano attorno a quella di una donna affascinante. Da leggere la sera prima di andare a dormire per stimolare i sogni e i ricordi di terre poi non così lontane.
Una ballata dolce e triste nello stesso tempo. Piena di profumi e suggestioni dai Balcani e dalla Turchia in cui è molto bello immergersi. Un grazie di cuore alla signora, appassionata di libri, che me lo ha fatto conoscere.