La fame, il lavoro infantile, l'emigrazione, le guerre insensate, la convivenza tra partigiani e nazifascisti. E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che sfigura il paesaggio. Nei racconti dei 270 intervistati da Revelli - i contadini e montanari delle valli cuneesi, i vinti di sempre - scorre una linfa poetica che affiora negli scatti della memoria, con immagini e parole capaci di lasciare il segno. A volte cariche di dolore per le sofferenze e la durezza delle vite passate, a volte cariche di ingenuità. Il ritratto della condizione umana di una minoranza costretta a lasciare il proprio ambiente e i propri modelli di vita diventa lo specchio di una società malata, la denuncia dell'incapacità di ordinare in modo civile trasformazioni epocali che hanno assunto dimensioni drammatiche, dal Veneto alla Calabria.
Un documento memorabile questo raccolto ed elaborato da Nuto Revelli, ufficiale degli alpini in Russia e protagonista della Resistenza nel Cuneese: 270 interviste a contadini che popolano la pianura (il Cuneese) fino all’alta Langa (per selezionarne poi solo 86), registrate, riascoltate riadattate per il testo scritto. Storie di vita incredibili per le condizioni di estrema povertà (soprattutto di alcuni) che li vedeva costantemente affamati (“una fame da assassino” dirà uno), vestiti inadeguatamente e oberati dal lavoro fisico. Vite che dovevano essere vissute, nel senso che uno viene messo al mondo per mantenersi in vita e per questo non deve fare altro che lavorare. Nascite, morti, abusi (quanti abusi sui bambini!), malattie, le guerre: sono pagine che si divorano, col fiato sospeso, talmente è il dolore davanti a tale durezza di vita che viene però raccontata così, come una delle tante (anzi, un intervistato lo dice proprio a chiare lettere – cito a memoria: “A Lei fa impressione e lo può fare anche ai giovani d’oggi, ma allora, se l’avessi raccontata, non avrebbe fatto impressione a nessuno perché eravamo tutti così”) senza nessun dolore particolare. Ma rabbia sì. Tanta. Emerge spesso. La rabbia per tanti soprusi che si sono dovuti ingoiare perché impotenti: davanti all’ordine di andare in guerra, davanti ai padroni che non davano abbastanza da mangiare o che picchiavano i piccoli bambini che andavano da vaché anche già a sei anni, davanti ai fascisti – e qualche volta anche davanti ai partigiani che non sempre si sono comportati correttamente. Pagine quindi umane e di storia che vanno assolutamente lette e conosciute e ricordate. Eppure non posso fare a meno di notare la mancanza di una grande parte di ricerca: la condizione infantile (da accapponare la pelle) e quella delle donne. Non che Revelli non includa interviste alle donne, non che non si soffermi sui racconti della loro infanzia, ma a lui interessa molto di più la “politica”: cosa pensano del fascismo, dei partigiani, del prete, cosa votano, cos’hanno pensato della guerra. Punta poi il dito contro le fabbriche nascenti (Michelin e altre) che spopolano le campagne – senza osservare che la vita era così grama da quelle parti sin dal secolo scorso che la gente emigrava in America… Un libro quindi decisamente degli anni Settanta (magnetofono, la documentazione orale come unica fonte di verità, la ricerca della massima fedeltà nella trascrizione dell’intervista) ma tralascia riflessioni su altre importanti questioni - come per esempio la retribuzione femminile (che viene narrata da un’intervistata) che a parità di lavoro con un uomo, lei viene pagata un terzo. Nemmeno un accenno di una riflessione sui pedofili a cui vendevano (per la disperazione della fame) le bambine di nove anni – e questo l’ho trovato abbastanza grave. Per il resto un testo che va sicuramente letto, soprattutto nei licei perché vale tante pagine di un manuale.
Forse, a prima vista, per chi non è Piemontese questo libro potrebbe apparire distante. Una raccolta di testimonianze tutte provenienti dal basso Piemonte, la provincia di Cuneo, può ingannare e far credere che si tratti di uno testo regionale, indirizzato ai pochi che ne possono capire il contesto. La verità è ben altra. Il mondo dei vinti racconta l'Italia contadina, partendo dal caso particolare e mostrando l'universale, toccando tutti i grandi temi storici e sociali del XX secolo. E' la nostra storia. Questo libro ci spiega da dove veniamo. Pochi libri di storia posso offrire lo stesso respiro di una raccolta di testimonianze così forti. In una di queste, un guardacaccia nelle montagne del cuneese chiese una volta al Re Vittorio Emanuele III durante una battuta: "Maestà, e adesso tocca anche a noi andare in guerra?" Risposta: "I primi ad andare in guerra siete sempre voialtri".
Descrive la miseria delle Langhe, soprattutto il tempo di guerra, tra la prima e la seconda, le testimonianze dei reduci, di chi è sopravvissuto, e di chi è emigrato all'estero per lavorare. leggere tutto è penoso, anche perchè più che altro sono sempre le stesse descrizioni che si ripetono, sono testimonianze di persone del luogo intervistate. Nella prima parte del libro, l'autore mostra tutto il suo pessimismo non solo verso la vita dei "vinti" i contadini, ma anche verso il cambiamento, verso le fabbriche che hanno dato lavoro a quella gente, le industrie che inquinano e che portano via le persone dalle proprie terre, e verso il turismo. Insomma, non ci trovo nulla di buono, non si salva nulla. La realtà cruda viene resa nel racconto, da tanti fatti simili, di un mondo che non si potrebbe definire civilizzato, piuttosto barbaro, quasi selvaggio, bestiale.
"Ma almeno diano delle scuole, diano un po' di istruzione, porco cane. Aiutino le popolazioni come la nostra, diano del lavoro alla povera gente. Non chiudano le scuole, è un delitto provare i nostri nipoti di un po' di istruzione. Manchiamo già di tutto, manchiamo anche di un medico. Ci aiutino, perché se no perdiamo ancora quelle piccole cose che abbiamo conquistato nel passato. Noi siamo gente civile, e vogliamo vivere come gente civile".
Una lettura illuminante che descrive la cultura contadina Piemontese, ma dire del nord Italia in generale, del secolo scorso. Si può riassumere in "Mangiavamo" e "Avevamo fame".
Un saggio particolarissimo e affilato, che fa arrivare il lettore alle sue conclusioni senza il bisogno dell’intervento diretto dell’autore, limitato all’introduzione. Attraverso le numerose testimonianze selezionate per questo volume, Revelli offre un panorama della situazione della cultura contadina del’900 nel basso Piemonte: dalla terra come unica fonte di sopravvivenza, dalla miseria più nera motore dell’emigrazione oltreoceano, fino agli anni dell’abbandono che hanno segnato il secondo dopoguerra, un esodo che ha svuotato le aree rurali facendo affluire migliaia di giovani verso le industrie della pianura. È stato toccante ascoltare le testimonianze di guerra, riconoscere luoghi conosciuti narrati attraverso gli occhi di chi li ha vissuti magari un secolo fa. Unico appunto, la ripetitività che secondo me fa di questo libro un volume perfetto per essere letto su un tempo dilatato, qualche testimonianza alla volta.
Can be a little hard at first with all the dialect, but I soon got used to looking down at the notes for the translation and at times even found myself understanding the patois or Piedmontese I was reading; by then I was completely swept up into these testimonies of country life in the Italian province of Cuneo. Among the major themes are: emigration (to France and the Americas); war (the World Wars); the trades (weaving, livestock dealing, hair collecting, matchmaking, pimping, silkworm raising, peddling); politics (Fascism, anti-Fascism, Christian Democracy); food (chestnuts, polenta, potatoes); and child labor.
E' un libro documento basato su interviste, ma di fatto ogni testimoninaza è una piccola storia di vita che si colloca tra il 1890 e il 1960. La guerra, la fame e la vita contadina sono i principali argomenti oggetto delle narrazioni.
Molto bello per chi ama questi temi, da lasciar perdere per gli altri Alla fine risulta un pò lungo e ripetitivo.
Come era la vita povera della maggior parte degli Italiani fino al dopoguerra raccontata con semplicità da loro stessi. La vita dei miei genitori e nonni. Oggi è dimenticata e per i giovani sarebbe una sorpresa e una scoperta. In fondo, più o meno, è stata la vita delle generazioni passate per secoli di storia. Per me una emozione ascoltare le loro testimonianze.