Edith Bruck è nata in Ungheria da una famiglia di ebrei. Sopravvissuta alla deportazione, si è tsabilita a Roma nel 1954. Autrice in italiano di romanzi, racconti e raccolte di versi ha pubblicato Chi ti ama così nel 1958, Andremo in città nel 1962, Le sacre nozze nel 1969, Due stanza vuote nel 1974, Il tatuaggio nel 1975, Transit nel 1978, Mio splendido disastro nel 1979, In difesa del padre nel 1980, Lettere alla madre nel 1988 e Monologo nel 1990. Per Marsiol è uscito nel 1993 il romanzo Nuda proprietà. Chi ti ama così è un romanzo autobiografico in cui il debito nei confronti del passato e del dolore non può dirsi mai saldato completamente. "Quando ero nei campi di concentramento e nessuno veniva a liberarmi, mi chiedevo: come può il mondo essersi dimenticato di noi?". "La voce che viene da queste pagine è ugualmente forte e perenne: quella dell'umanità travolta che urla, senza odio, la sua condanna agli arcangeli della vita". Guido Vergani "Edith ha uno spregiudicato, realistico e assai maturo senso della vita, e una lirica fiducia la sorregge: la vita è un intreccio di fili spinati ma Chi la ama così anche ferendosi riesce ad attraversarla, andando verso la salvezza". Franco Antonicelli
Edith Bruck nome d'arte di Edith Steinschreiber (Tiszabercel, 3 maggio 1931), è una scrittrice, poetessa, traduttrice regista e testimone della Shoah, ungherese naturalizzata italiana. È l'ultima dei sei figli di una povera famiglia ebrea. Conosce, fin dall'infanzia, l'ostilità e le discriminazioni che nel suo Paese, come nel resto d'Europa, investono gli ebrei. Nella primavera del 1944, a tredici anni, dal ghetto di Sátoraljaújhely viene deportata ad Auschwitz e poi in altri campi tedeschi: Kaufering, Landsberg, Dachau, Christianstadt e, infine, Bergen-Belsen, dove verrà liberata, insieme alla sorella, nell'aprile del 1945. Nel settembre del 1948 raggiunge Israele, a ridosso della nascita del nuovo Stato. Qui - per evitare il servizio militare - si sposa e prende il cognome che ancora oggi porta: Bruck. Nel 1954, spinta dall'impossibilità di inserirsi e di riconoscersi nel Paese immaginato "di latte e miele", non riuscendo ad accettare la realtà segnata da conflitti e tensioni, giunge in Italia e si stabilisce a Roma, dove ancora oggi risiede. Inizia una vasta produzione letteraria, che non si limita ai temi dell'Olocausto.
Olvasás közben két kellemetlen gondolatom is támadt. Az egyik: ha Anne Frank túléli a holokausztot, naplója ugyanígy a világirodalmi kánon részévé vált volna? A másik: illik nekem ilyesmin gondolkodni? Nem volna jobb, ha inkább nem bolygatnék irodalmi igényeimmel kapcsolatos kérdéseket egy ilyen érzékeny témában?
Akárhogy is, nekem ez nem tetszett. Könnyűnek találtatott. A kötet gerince a "Ki téged így szeret", Bruck főműve, ami (a bevezető szerint) megkerülhetetlen a holokausztirodalomban. Számomra viszont az a feltűnő, hogy az írás második felének eseményei (mindaz, ami a táborok borzalma után történt Bruckkal), mennyivel jobban érdeklik őt, mint maga Auschwitz, amit mintha csak úgy odakenne, futtában, reflektálatlanul. Bizonyos szempontból persze érthető (sőt, talán egészséges), hogy az áldozat kitörölné emlékei közül a szenvedés terét, és csak azt akarná értelmezni, ami többé-kevésbé a normalitás része - az izraeli beilleszkedési kísérleteket, vagy a párkapcsolatok nehézségeit. Ugyanakkor az a benyomásom, Bruck a tábor ábrázolásakor arra támaszkodik, ami szerinte hatni fog az olvasóra: kliséket, látványos példázatokat varázsol elő a kalapból, de mintha hiányozna az egész mögül a megélt fájdalom igazoló ereje. Amit én bizonyos írói kvalitások hiányának tudok be. Persze sehol sincs megírva, hogy szenvedéseit csak az dokumentálhatja, akinek írói kvalitásokat is adott hozzá az Úr. Szóval talán jobb hallgatni ilyenkor. Mármint nekem, természetesen.
Megjegyz.(1): Halkan jegyzem meg: kifejezetten rossz szájízt hagytak bennem Bruck nemi erőszakot relativizáló megjegyzései*. Hajlamos vagyok a versengő áldozatiság működését látni ezekben a szöveghelyekben: mintha a szerző, aki ugye holokauszt-túlélő, úgy vélné, a nemi erőszak az általa átélt élményekhez képest smafu, említésre sem érdemes, kár szót vesztegetni rá. Megjegyz.(2): A kötetben van még néhány elbeszélés is, amelyek szintén nem győztek meg Bruck talentumáról. Érzelmesre hangolt, giccshatáron táncoló történetek ezek, amelyekben a szereplők úgy társalognak egymással, mintha egy népszínműben lennének.
* "...lehet, hogy a nagymamák még örültek is, hogy haláluk előtt egy férfi hozzájuk nyúlt." (55. oldal) Ez például kifejezetten penetráns kiszólás, igyekszem egyszeri nyelvbotlást látni benne. "A teherbe esett lányok tetszés szerint kiválasztották valamelyik nemzetet, és azt mondták, hogy azok közül erőszakolta meg őket valaki." (65. oldal) Ezzel az általánosítással pedig mintha a nemi erőszak tényét kérdőjelezné meg.
In principio mi sembrava che Edith raccontasse la sua storia in maniera troppo fredda, come se quello che aveva passato nei campi di concentramento non fosse stato così grave e devastante; e lei ha vagato anche da un campo di concentramento all'altro, subendo diverse crudeltà e patendo la fame, non ha certo avuto un trattamento di favore. Poi mi sono resa conto che per lei la sofferenza non è finita dopo la liberazione, perché anche negli anni del Dopoguerra, mentre aspettava di essere chiamata per trasferirsi in Israele e continuava a vagare per l'Europa prima, e anche nella "Terra promessa" poi, ha dovuto subire maltrattamenti di ogni genere prima di poter trovare un po' di tranquillità. Ma io ero stanca e impaziente, e non avevo la forza dei «sabres», i nati in Israele. Eravamo arrivati dall’inferno dei campi di concentramento sperando in una vita riparatrice dove ci fosse meno da lottare. I «sabres» conoscevano solo il paese dove erano nati e cresciuti e per esso combattevano con entusiasmo e morivano. Spesso ci ricordavano che noi eravamo europei, abituati male, stanchi e lamentosi. Eravamo arrivati quando la tavola era già imbandita. E ci saremmo mai andati senza le persecuzioni? Forse avevano ragione; guardando quei giovani allegri e volenterosi mi sentivo vecchia a vent’anni, grave di ricordi e di dolori. Mi sarebbe piaciuto sposare uno di loro. Ma essi non potevano capire il nostro modo di vivere, di amare e di pensare; appartenevamo a un mondo che ignoravano e i loro genitori si sarebbero opposti. Dicevano con ironia che eravamo così civili e sofisticati da non conoscere neppure la nostra lingua; potevamo solo sposare e divorziare, divorziare e sposare di nuovo. Rispondevo che non sapevano comprenderci. In Germania avevamo perso tutto e tutti e sposavamo per non restare mai, neanche un istante, soli. Vivevamo la vita giorno per giorno ancora sotto l’incubo della morte. Eravamo rimasti orfani molto giovani, senza un appoggio morale, senza una casa, con poca salute, parecchi bruciati per sempre. In città c’erano trenta divorzi al giorno e tutti di giovani come me.
“Spesso assalivamo i contadini strappando dalle loro mani le rape che portavano alle bestie: rimanevano immobili e si chiedevano come degli esseri umani potessero essere ridotti cosi. Ma io avrei voluto urlare: siete stati voi”
A must-read testimony on the life of a Hungarian woman who was forced into the concentration camps of Auschwitz and Dachau as a teenager. This book represents the need to share one's testimony, to bring awareness to the experience during the Holocaust as well as after the Holocaust, picking up pieces of one's identity. It is originally written in Italian, the country Bruck made her way to in the early 1950s after living for a few years in Budapest and then Israel. For Bruck, writing in Italian, a language she has adopted, represents freedom — in this language, she can say whatever she wants or feels, without the ties of her mothertongue, which brings with it insurmountable grief for the loss of her family and the tragedies she had to endure as a child.
Without any hesitation the author testifies about cruelty of the society towards Hebrews before, during and after Second World War. The harshness of the life at its finest and a person's will not to give up in a search of a place that could be called home after experiencing a great tragedy and loss. This novel will leave you speachless depicting a real-life battle of the innocent victim of the war, the one who found her voice to speak for many of those who couldn't tell their story by themselves.
Written in the spare, simple, unadorned language of a foreigner and in a voice lacking self-awareness, this autobiography of a young Hungarian Jew buffeted by the evils of Nazism and by life’s misfortunes is a throbbing, twitching, aching piece of life.
Molto triste e intendo anche se scorre molto come scrittura. È giusto ricordare il momento dentro i campi di concentramento ma molto più importante è quello successo negli anni dopo e tutte le ripercussioni chw puó avere una bambina
Edith Bruck tuvo una vida difícil y lo más que se puede decir de ella es que sobrevivió. Sobrevivió constantemente, sin pensar demasiado en ello, mientras a su alrededor solo quedaba la muerte y la miseria. Edith Bruck era judía. Judía húngara. Cuando empezaron las deportaciones, ella no tenía ni trece años. Quién así te ama podría ser otro libro sobre la experiencia de Holocausto, pero no es solo eso. Es un libro que tiene un antes y tiene un después, y ese antes y ese después tal vez sean menos terribles, pero no por ello menos tristes o menos miserables. La familia de Bruck vivía en la completa miseria. Su padre se ganaba la vida como podía y las más de las veces acaba borracho o regalando lo poco que tenía a gente que aún tenía menos que él (siempre hay alguien… incluso muchos). Su infancia no fue feliz salvo pequeños destellos, espejismos. Eran muchos hermanos, porque esa es la diversión de los pobres, y la única esperanza era marcharse lejos. La guerra acabó con todo eso, porque quería acabar con ellos.
Deportados a Auschwitz, no hay ningún futuro. Solo puede salvarla hacer creer que tiene más de dieciséis años, que estamos en 1944 y el nazismo se aboca a su destrucción (sin ceder en su empeño en acabar con todos). Su relato será el relato frío, seco, duro, emocionante, del hambre. De un hambre atroz en el que se condensa todo el sufrimiento y que impide pensar en nada más. Da igual saber que uno está allí para morir, que acabarán convertidos en humo, en jabón, que acabarán prostituidas y luego, inservibles, muertas en cualquier lado, da igual todo porque está el hambre. Su empeño en sobrevivir será su empeño en comer, en sacar algo que llevarse a la boca de cualquier lado. Ella y su hermana Eliz, con la que compartirá sus viaje a través de los infiernos alemanes: de Auschwitz pasarán a Dachau y a otros campos de trabajo, hasta que un día, todo se habrá desvanecido y la muerte habrá desaparecido. Una mañana. Más tarde sabrán que su madre ha muerto. También su padre. Y que su hermano sobrevivió.
Pero la vida sigue. Y eso es lo terrible. Esa sensación, esa incómoda sensación, de que algunos se sienten decepcionados al encontrarlas con vida. Los vecinos de su pueblo, por ejemplo, e incluso su propia hermana mayor, casada ahora con un rico comerciante. La policía fascista que las envió a una muerte segura, es ahora la nueva policía. La vida sigue, sí, y nada es especialmente diferente. Solo es mucho más sutil. Si primero Edith atravesó la muerte, ahora debe atravesar el desprecio y buena parte de Europa (Checoslovaquia, Alemania,…) para saber que no tiene ningún lugar que habitar, ni tan siquiera la mísera casa de su infancia. Seguirá la odisea de sus hermanas supervivientes en un continente entre destruido y avergonzado (pero no excepcionalmente arrepentido) buscando su sitio. Con veinte años se habrá casado (y separado) tres veces.
Su primer matrimonio sin ningún tipo de amor la llevará a Israel, para darse cuenta que no hay ninguna tierra prometida. Su historia del hambre seguirá. Menos trágicamente pero persistente, como si fuera una enfermedad crónica de su vida. Su segundo matrimonio acabará a golpes (los que ella recibe, claro), en un inmundo apartamento subterráneo, que es a lo más que ha podido aspirar. Su tercer matrimonio será un simple motivo para escapar a otro mundo y acabar con esa huida permanente, emboscada entre fantasmas. Y eso será todo. La vida seguirá pero Quien así te ama no.
Narración fría, dura, áspera, como todo lo que cuenta, no está exenta de un humor triste, de una amarga ironía por un mundo podrido que iba más allá de los campos de exterminio (un mundo que había llevado a ellos, un mundo que había convivido con ellos, un mundo que había salido de ellos, siempre mirando hacia otro lado). La narración tiene la rapidez de la juventud (aunque no la escribió inmediatamente, ni mucho menos), tal vez la rapidez, la voracidad que da esa necesidad de sobrevivir ligada a esa necesidad de comer, de devorar, alimentos y días. Bello, terrible, trágico, cómico, real, irreal. Cruel, siempre cruel.
Chi ti ama così. Dunque, non è semplice dare un giudizio su questo romanzo. Premetto che l'ho trovato su una bancarella in un'edizione originale Lerici Editore. Ho avuto la tentazione di comprarlo non per il titolo, che non mi piace, ma per l'oggetto libro in sé. L'ho aperto e ho letto chi era questa Edith Bruck. Siccome è da un paio d'anni che mi capitano tra le mani romanzi ungheresi, ho pensato che dovevo comprarlo. In libreria non l'avrei fatto. Il libro scorre bene e la prima parte, nel suo incredulo racconto della cattura degli ebrei e della loro deportazione e soggiorno nei campi, mi ha intrigato. L'autrice, in modo chiaramente autobiografico, suggerisce o dice, più che descrivere, le nefandezze del regime hitleriano. Non indugia su questi momenti, ma ce li mostra attraverso gli occhi di una bambina, li sfiora, sempre molto delicata. Non per questo appaiono meno terribili. Dopo la liberazione dai campi, comincia il cammino picaresco della protagonista che tocca molti luoghi, incluso Israele. Dai 15 ai 20 anni si sposa e divorzia tre volte, tutto condito con una quantità di tristezze non indifferente. E ancora abbiamo la stessa tattica di non andare in profondità (ad esempio il soggiorno in Israele è trattato in modo molto confuso e poco diretto), di non affondare la lama, di suggerire, di far intuire... Eppure, se prima questo stile narrativo, questa voce un po' ingenua funzionavano, nella seconda parte non funzionano più, tutto ha un sapore un po' superficiale. Non è un brutto libro, ma un po' spoporzionato. Darei tra 2 e 3 stelline.
En un estilo seco, mínimo y apresurado, como de diario personal sin el menor adorno, esta autobiografía tiene como originalidad dentro de las historias del Holocausto que pasa por la Segunda Guerra Mundial como por encima. La mitad justa del libro está dedicada a los dos o tres años siguientes al fin de la guerra y a los intentos de la autora, y de los judíos supervivivientes en general, de encontrar un lugar en el mundo, social, emocional y económicamente. Tiene valor documental pero la forma en la que está escrito no me ha gustado nada.
A very quick and very disturbing narrative about a girl and her sister as they travel from Auschwitz, to Dachau, and liberation by the Red Cross. Vivid and graphic, sparing nothing. Excellent.