«[…] chiare stelle nel desolante cielo»
Il principe Nikita Serebrjanyj, giovane onesto e valoroso, torna a Mosca dopo aver guidato una guerra contro i Lituani, ansioso di ritrovare la bella Elena, della quale è innamorato, e sposarla. Un’amara sorpresa lo attende. Lungo la strada lui e il suo seguito sono attaccati da una banda di loschi tagliagole che si fanno chiamare opričniki e nel nome dello zar Ivan IV, che passerà alla storia con l’appellativo “il Terribile”, assalgono, depredano e distruggono villaggi e non si fanno scrupoli nel rapire fanciulle e assassinare anziani e bambini. Nikita scopre che la Russia è profondamente cambiata nei cinque anni che ha passato lontano da casa: lo zar vive nel terrore dei complotti e del tradimento e per indebolire i boiari ha creato l’Opričnina, una sorta di stato nello stato controllato direttamente da lui, mentre il resto della Moscovia, sotto il comando dei boiari, è diventato zemščina, terra di conquista che può essere violata impunemente. Ivan si è circondato di adulatori, arrampicatori sociali e servitori subdoli e crudeli: gli opričniki, che ora gli sono più vicino di chiunque altro, gli devono tutto e lo seguono ovunque, ma al tempo stesso lo controllano e lo manipolano sfruttando le sue psicosi e la sua crudeltà, e così spadroneggiano sulla Moscovia. Stretto tra le violenze degli opričniki e i massacri ordinati da Ivan IV contro presunti traditori sulla base di confessioni estorte con la tortura, lo stato si dibatte nell’agonia e la sua rovina porta con sé la rovina dei singoli: Elena, insidiata da un opričnik arrogante e brutale, è stata costretta a sposare il vecchio boiaro Morozov pur di sottrarsi a lui.
Il principe Serebrjanyj è uno di quei romanzi che ti ricordano perché adori il romanzo storico. Avvincente dalla prima all’ultima pagina, non gli manca nulla: la successione serrata e incalzante degli eventi, profondità di riflessione sui fatti storici e una rappresentazione della Russia medievale intensa, dettagliatissima e viva. La sola descrizione di Mosca nei primi capitoli varrebbe la lettura dell’intero romanzo se anche tutto il resto fosse da buttare via. Riemergere dalla lettura e tornare alla realtà è un trauma. La scrittura poetica, di altri tempi, crea l’illusione che Aleksej Tolstoj abbia trascritto una favola o una ballata del passato che racconta gesta di personaggi grandiosi nella bontà o nella crudeltà, ma al tempo stesso ricchi di umanità. Gran parte del fascino del romanzo sta nella fitta rete di relazioni che si sviluppano tra loro. Lo zar è un capolavoro di ambiguità, una mescolanza perfetta di crudeltà e debolezze, brama ossessiva di sangue e potere, suscettibilità alle manipolazioni ordite dai cortigiani, humor nero, sospetti incessanti, pentimenti che non vanno oltre lo spazio di una notte tormentata, improvvisi terrori della punizione che potrebbe attenderlo dopo la morte. La scena in cui l’Aleksandrovskaja Sloboda, la sua residenza, vista da lontano, si accende pian piano di lumi nel cuore della notte perché Ivan, in preda a una delle sue crisi religiose, spaventato dalle sue stesse azioni sanguinarie, obbliga tutti a partecipare a una messa notturna è indimenticabile, sembra un dipinto a olio che prende vita.
Allo zar si contrappone, in uno scontro di valori perfettamente bilanciato, Nikita Serebrjanyj, trasparente come cristallo, spontaneo al limite dell’impulsività e della mancanza di riflessione, incapace di agire per calcolo o interesse personale. Al suo fianco il fedele, buon servitore Micheič fa da contrappeso a Boris Godunov, primo consigliere dello zar, che incarna ai massimi livelli l’astuzia politica, la capacità dia gire nell’ombra, senza lasciarsi contaminare dagli eccessi crudeli di Ivan IV, e di mantenere l’amicizia del sovrano senza diventare un nemico del popolo oppresso.
Non meno affascinanti tutti gli altri personaggi, dei quali però non parlerò, perché non voglio privare del gran piacere di scoprirli leggendo, un po’ alla volta, interrogandosi sulla loro personalità e il loro ruolo nella storia. Una storia che almeno in apparenza vede il trionfo del male, eppure non è un romanzo pessimista. L’autore sembra considerare la Storia come un campo di forze dove si scontrano spinte positive e spinte negative, generato dalle azioni e dalle scelte di ogni singolo personaggio e dai rapporti che ciascuno di essi instaura con gli altri. La somma delle spinte negative genera altro male, ma gli uomini onesti e di valore, legati da una trama luminosa nel buio, possono combatterlo e, se non vincerlo, almeno salvaguardare la propria anima e lasciare ai posteri un esempio da seguire. Costoro «apparivano di tanto in tanto come chiare stelle nel desolante cielo della notte russa; ma, come le stelle, erano impotenti a schiacciare il buio». Eppure, continua Aleksej Tolstoj rivolgendosi direttamente a loro, «la vostra vita non è stata inutile, poiché nulla nel mondo si perde, e ogni azione, ogni parola, ogni pensiero, come una pianta cresce e fruttifica; e molte cose buone che oggi esistono come tanti enigmi nella vita russa hanno le loro radici nei grandi esempi del passato».