Jump to ratings and reviews
Rate this book

Rubè

Rate this book
Rubè (1921) è la storia di un uomo destinato ad essere eletto deputato in Parlamento per il collegio di Calinni, un paese del Sud, ma che gli eventi storici precipitano nella tragedia di una fine prematura e drammatica. Fin dalle prime pagine del suo romanzo, Giuseppe Antonio Borgese ci fornisce la chiave di lettura per comprendere la personalità e, di conseguenza, anche le vicende del protagonista. Tutto sta nella semplice filosofia di vita ereditata dal padre, che "giudicava che tutti, a cominciare da se medesimo, fossero intrusi in questo mondo, fuorché i geni e gli eroi". Questa sentenza inchioda Filippo Rubè a vivere la propria esistenza ("un involto che qualcuno gli avesse affidato senza dirgliene il contenuto né più passasse a ritirarlo") sospinto da un'ambizione disperata.

420 pages, Paperback

First published January 1, 1921

Loading...
Loading...

About the author

Giuseppe Antonio Borgese

59 books4 followers

Ratings & Reviews

What do you think?
Rate this book

Friends & Following

Create a free account to discover what your friends think of this book!

Community Reviews

5 stars
22 (22%)
4 stars
37 (37%)
3 stars
29 (28%)
2 stars
7 (7%)
1 star
5 (5%)
Displaying 1 - 9 of 9 reviews
Profile Image for Panormino.
40 reviews2 followers
August 18, 2022
Ore 18:00 Filippo Rubè muore tragicamente, non è una sorpresa anche perché preannunciato dalla quarta di copertina, ma io ho il cuore gonfio per il modo in cui il personaggio arriva a questo epilogo. Finché avrò 100 anni continuerò a leggere romanzi di formazione anzi di “de-formazione” come in questo caso. Tema piuttosto sfruttato nel “canone siciliano”: giovane borghese con aspirazioni intellettuali approda al Continente animato da ambizioni smodate e si schianta contro la disillusione dell’Italia degli anni Venti, rimanendo un uomo mancato. Per quello che ho letto in giro, questo è stato un libro dimenticato e molto criticato in Italia, per un riflesso corporativo: Borgese era un critico letterario ergo la sua scrittura era troppo intellettualizzata e cervellotica e anche per un discutibile accostamento del personaggio a quelli dei romanzi dannunziani. Non appena tradotto in Francia sembra sia stato collocato dalla critica transalpina tra i libri fondamentali della letteratura italiana del ‘900 e un precursore del Neorealismo. L’ho scoperto dal libretto: 100 romanzi italiani del ‘900 di Giovanni Raboni e da alcune citazioni a denti stretti di Leonardo Sciascia, ottimo consiglio.
Profile Image for Vittorio Ducoli.
591 reviews84 followers
July 3, 2026
Il borghese Borgese, ovvero il lato nobile del liberalismo italiano

La letteratura italiana ottocentesca e del primo novecento si è complessivamente caratterizzata, come definitivamente stabilito da Antonio Gramsci, per l’assenza di un carattere nazional-popolare che le consentisse di essere espressione profonda della struttura sociale del Paese e dei suoi sommovimenti, di divenire a questi in qualche modo organica. In questo quadro piuttosto desolante, che sempre Gramsci, nel Quaderno dal Carcere n. 14, definisce un fenomeno di provincialismo francese, spiccano tuttavia alcune eccezioni, che conferiscono anche all’asfittico panorama letterario nostrano un afflato europeo: ai nomi canonici di Svevo e Pirandello meritano di essere affiancati anche i romanzi e le novelle di Federigo Tozzi, a mio modo di vedere lontani dal tardo-verismo in cui spesso sono stati relegati dalla critica, e il Moravia de Gli indifferenti
Pur con varie sfaccettature, il denominatore comune a questi pochi autori è costituito dal fatto che i protagonisti delle loro opere sono degli inetti, personaggi cioè caratterizzati una strutturale incapacità di affrontare la realtà che li circonda, cosa che li porta, a seconda dei casi, all’apatia, alla vana ricerca o alla distruzione della propria identità, alla rinuncia a qualsivoglia presupposto morale al loro agire.
Ovviamente la loro crisi individuale è il riflesso della crisi dei valori su cui si era basata la società borghese nella seconda metà del XIX secolo, crisi che come sappiamo assumerà in Italia tratti peculiari, con l’appoggio al fascismo - in risposta al reclamato protagonismo delle classi subalterne - da parte di una borghesia disposta anche all’eversione pur di conservare la roba. Non è un caso che praticamente tutti i protagonisti delle opere degli autori citati siano comuni borghesi e che la maggior parte di tali opere siano state scritte poco dopo il grande macello della prima guerra mondiale, anche se vi sono casi – come i primi due romanzi di Svevo – nei quali la crisi viene percepita prima che deflagri apertamente.
Un ulteriore romanzo che può essere ascritto – pur con i limiti che lo caratterizzano – alla ristretta cerchia delle opere letterarie italiane incentrate sul tema della crisi e dell’inettitudine del protagonista è Rubè di Giuseppe Antonio Borgese, edito nel 1921. Borgese, nato nel 1882 a Polizzi Generosa, piccolo centro delle Madonie, e morto a Fiesole nel 1952, fu critico letterario, poeta e giornalista, oltre che docente alla Sapienza e a Milano. La sua parabola intellettuale e politica riflette i travagli e i drammi vissuti dalla società italiana nei primi decenni del XX secolo.
Dopo un biennio in Germania, nel 1910 ottiene la cattedra di letteratura tedesca alla Sapienza e propugna nei suoi scritti critici un estetismo letterario di stampo dannunziano. Negli anni successivi prende una decisa posizione interventista e durante la guerra svolge anche delicate missioni diplomatiche. Non è attratto dal nascente fascismo, del quale anzi intuisce subito la matrice eversiva e criminale, tuttavia non si espone pubblicamente, salvo firmare nel 1925 l’appello in favore di Gaetano Salvemini, arrestato dal regime. Nel 1931 è negli USA per un ciclo di conferenze: non firma il giuramento di fedeltà al fascismo richiesto ai docenti universitari e decide di non rientrare in Italia, insegnando a Berkeley. Negli anni di esilio volontario si impegna attivamente per far conoscere il vero volto del fascismo all’opinione pubblica statunitense – al cui interno non mancavano, anche ai più alti livelli governativi, ammirazione e simpatia per l’istrionismo mussoliniano e per chi aveva saputo fermare i rossi - fondando con altri intellettuali esuli la Mazzini Society e scrivendo in inglese il saggio Goliath, the March of Fascism, che avrà larga risonanza internazionale. Ottenuta nel 1938 la cittadinanza statunitense, l’anno seguente sposa, in seconde nozze, Elizabeth Mann, figlia di Thomas, di cui è amico. Dopo la seconda guerra mondiale diviene segretario di una associazione di intellettuali che propugna l’idea di un governo universale, di cui contribuisce a scrivere la costituzione. Rientrato in Italia nel 1949, muore improvvisamente tre anni dopo.
L’opera narrativa di Borgese è piuttosto scarna, essendo costituita, oltre che da Rubè, da un solo altro romanzo, I vivi e i morti, edito nel 1923, da tre raccolte di poesie e alcune decine di novelle, cui si aggiungono due testi teatrali. Molto più articolata fu la sua attività saggistica, sia in veste di giornalista, con scritti di carattere politico e reportage di viaggio, sia soprattutto in qualità di critico letterario. Ed è proprio nella sua veste di critico che si attirerà gli strali ironici di Gramsci, che lo bollerà, per il suo soggettivismo, come uno dei maggiori rappresentanti del lorianesimo, la tendenza ad esporre tesi ardite non supportate però da una ricerca rigorosa. Purtroppo Gramsci nei suoi scritti non parla mai del Borgese narratore e non poté avere notizia della sua importante attività antifascista: diversamente avrebbe avuto gli elementi per poter forse affiancare allo sferzante giudizio dato sulla sua attività di critico letterario qualche nota positiva sulla personalità intellettuale complessiva dello scrittore siciliano.
Rubè è il cognome del protagonista del romanzo, di nome Filippo, un avvocato trentenne, figlio del segretario comunale di un paesino siciliano, che esercita a Roma nello studio di un affermato professionista molto addentro gli ambienti politici della capitale. Filippo è preparato e apprezzato, e pare che lo attenda il matrimonio con una delle figlie del principale. Vive però in ristrettezze economiche, che si accentuano con l’improvvisa morte del padre, ed è preda di un malessere esistenziale che gli fa vedere la sua attuale vita come una palude da cui deve uscire, magari candidandosi per la Camera nel suo collegio siciliano. Siamo nell’estate del 1914, e una sera – nella villa fuori porta dell’amico medico Federico Monti in cui si sono riuniti alcuni docenti universitari e loro studenti, afferma l’ineluttabilità del conflitto e manifesta sentimenti interventisti; alla vigilia del 24 maggio si arruolerà volontario. Pur macerandosi all’idea di essere un codardo, si troverà col grado di tenente al fronte, e si comporterà con onore venendo anche decorato. Terminata la guerra, sposa Eugenia Berti, figlia di un ufficiale e conosciuta già a Roma, ed ottiene un buon posto di lavoro, anche se mal remunerato, in una grande azienda di Milano, per conto della quale soggiornerà per qualche mese a Parigi, lasciando la moglie in Italia. Qui verrà introdotto nel salotto della moglie di un alto ufficiale, facendosi notare per la brillante conversazione e il fascino latino. Tornato a Milano, è sempre più stretto tra l’ansia di giungere all’agiatezza e la sensazione di essere rinchiuso in una gabbia sociale; reincontra un ex commilitone, Garlandi, cinico e legato al nascente partito fascista, che gli propone di entrare in affari con lui: trascura sempre di più la moglie e, in una notte di bagordi, vince una grossa somma al gioco. Da quel momento entra in una spirale di fughe, illusioni e menzogne che lo porteranno alla catastrofe finale, sullo sfondo degli ultimi fuochi del biennio rosso e dell’ormai sistematica violenza fascista.
Nel protagonista del romanzo si possono riscontrare alcuni tratti autobiografici, in primis la sua sicilianità, la riconoscibilità dei luoghi dell’infanzia di Borgese – sia pure sotto la maschera di nomi fittizi - e l’ingenuo interventismo della prima ora, con il quale l’autore nel romanzo fa i conti. Se il testo riflette le angosce esistenziali e le insicurezze personali di Borgese si deve però dire che egli amplia lo sguardo e mira soprattutto a tratteggiare il disagio e le incertezze di un’intera classe sociale, visti attraverso gli occhi di un intellettuale. Borgese come detto era un liberale, e negli ultimi capitoli, scritti di fatto in contemporanea a quanto avveniva nel Paese (il romanzo termina nel giugno del 1920), emerge chiara la distanza dell’autore sia dal movimento operaio e socialista sia dalle violenze fasciste: va detto peraltro che non c’è in lui equidistanza, perché mentre riconosce che le rivendicazioni delle masse sono giuste (anche se il socialismo rappresenta per lui la risposta sbagliata), evidenzia, per il tramite soprattutto della figura di Garlandi, assassino sin dai tempi della guerra e losco affarista, la natura criminale – oltre che eversiva – del fascismo, e ciò non è poca cosa, se si pensa all’atteggiamento accondiscendente, se non di supporto, che all’epoca altri preclari intellettuali liberali manifestavano nei confronti del movimento di Mussolini (ogni riferimento a Croce ed Einaudi è voluto).
Se né il socialismo né il fascismo rappresentano una risposta alla crisi, per Borgese non è neppure praticabile un ritorno ai valori del passato. Filippo, durante la sua fuga finale, incontra tre personaggi, e con questi ha lunghi colloqui: a Roma Padre Mariani, un prete conosciuto prima della guerra; ad Arezzo l’amico medico Federico Monti, che dalla guerra è uscito mutilato, e a Campagnammare, lo scalo ferroviario da cui si raggiunge la natia Calinni, Sara, domestica di casa Rubè quando era bambino. Ciascuno di questi colloqui ha una sua peculiare importanza, perché gli interlocutori rappresentano una possibilità di uscita all’indietro dalla crisi, che però si rivela impraticabile. Padre Mariani, pur con fama di prete moderno, di fronte allo scetticismo religioso di Filippo e alle angosciose domande in merito alle sue responsabilità in un tragico fatto che l’ha coinvolto, non riesce a dare risposte, rifugiandosi in un canonico e didascalico appello allo spirito santo, che porterà una nuova era di progresso basata sulla dottrina della chiesa, e alla necessità di pregare per invocarlo. Federico è il medico, lo scienziato che ha creduto nelle magnifiche sorti e progressive, rivelatesi un’illusione nel luglio del 1914. Ha tuttavia assimilato quella tragedia, come quelle personali che lo hanno colpito, ed è convinto che le future generazioni troveranno una giustificazione al conflitto. Espone la sua filosofia di vita in questi termini: ”La mia certezza è che non c’è certezza e che bisogna vivere come se ci fossero tutte le certezze”, ed invita Filippo ad essere meno spietato con sé stesso: ”La vita non è allegra, ma è meno complicata, meno torbida di come tu te la figuri”. Propugna insomma l’idea, tipicamente borghese, che la guerra sia stata un incidente di percorso che l’umanità saprà presto riassorbire, e che anzi proprio grazie ad essa sarà più consapevole di quale dovrà essere la retta via per il futuro, mantenendo ovviamente saldo l’ordine sociale del passato: nel suo orizzonte personale vede infatti la necessità di mettersi ”a fare il medico sul serio”. Ovviamente questa prospettiva continuista non soddisfa per nulla le ansie di Rubè, che pensa dell’amico: ”quest’uomo perfetto sarebbe capace di dire a sua moglie: bevi, Rosmunda”. L’incontro si conclude quindi con un fallimento. Nell’incontro con Sara, a pochi passi dalla casa dove è nato e dove vivono la madre e le sorelle che da tempo non vede, Filippo cerca disperatamente, attraverso una serie di domande sulla sua infanzia, sul padre e sull’ambiente familiare, di esplorare la possibilità di un ritorno alle origini. Dalle risposte di Sara ricava però subito la certezza che anche questa prospettiva nostalgica gli è preclusa: l’immobilismo di Calinni, il piccolo mondo antico evocato da Sara non sono per lui più praticabili, come non possono rappresentare un’uscita per la crisi sociale del Paese. Significativamente Filippo, dopo il colloquio, non sale al paese ma prende il primo treno e lascia la Sicilia. Borgese quindi tratteggia un panorama sociale ed esistenziale intriso di un profondo pessimismo, cui non possono dare risposta né il ritorno agli stereotipati valori religiosi di Padre Mariani, né il positivismo problematico, in cui fa capolino l’atteggiamento dello struzzo, di Federico, né il rifugio nella cerchia familiare e nella piccola comunità del campanile, ma neppure, a suo avviso, la prospettiva rivoluzionaria evocata dal movimento operaio.
La crisi di Filippo Rubè viene esplicitata dall’autore attraverso il τόπος della perdita di identità: sono molti i passi del romanzo nei quali il protagonista si pone la domanda chi sono?, a partire dall’emblematico incontro con lo smemorato di guerra in un ospedale militare, passando per i falsi cognomi lasciati negli alberghi durante la sua fuga per finire con il cambio di connotati nel finale. Questa tematica rimanda direttamente a Pirandello, ed è curioso, ricordando che Uno, nessuno e centomila verrà dato alle stampe quattro anni dopo, notare che quando la ex domestica lo chiama Don Filippo Rrubbè, egli rifletta: “Quattro nomi […] E perché no dieci, cento, infiniti, che
sarebbe a dire come non averne nessuno?”
Il tema dell’identità emerge del resto implicitamente sin dal titolo del romanzo, dalla scelta di elidere il nome di battesimo del protagonista, lasciano solo il burocratico e al contempo più indefinito cognome.
Se le tematiche di fondo del romanzo sono quindi tipicamente novecentesce, va però sottolineato che Rubè è un romanzo che si può definire di transizione, in quanto esse vengono ingabbiate in una veste linguistica tipicamente ottocentesca e schiettamente verista, e ciò a mio avviso costituisce uno dei limiti fondamentali del romanzo. La narrazione è affidata ad un terzo onnisciente, la scansione degli avvenimenti è rigidamente temporale e l’autore fa anche un discreto ricorso al dialogo indiretto libero; non si può disconoscere, inoltre, che spesso i dialoghi soffrano di un eccesso di didascalismo accademico. Ciò risulta strano, in quanto l’autore si rivela in possesso di mezzi espressivi che sarebbero stati certo più adatti alle tematiche trattate: mi riferisco in particolare al lungo monologo in coda al capitolo ventesimo, durante il quale Filippo dialoga con sé stesso e con il fantasma di padre Mariani, che ha appena lasciato. Queste pagine – anche se l’autore non giunge al monologo interiore – sono dotate di una forza notevole, grazie ad un linguaggio più diretto rispetto alla generalità del testo.
Rubè è sicuramente un romanzo importante nel panorama letterario del primo novecento italiano: pur presentando a mio avviso uno iato tra le tematiche trattate e gli strumenti espressivi utilizzati per trattarle si inserisce in quella letteratura minoritaria che è stata in grado di leggere i tempi, e il suo autore, pur rimanendo in un’ottica ideologica tipicamente liberale, fa parte, anche per biografia, di uno dei suoi versanti sicuramente più nobili.
Oggi sappiamo che l’uscita (temporanea) dalla crisi tratteggiata nel romanzo dovrà passare per un conflitto di dimensioni ancora più spaventose di quello vissuto da Filippo Rubè, resosi necessario per fermare le forze oscure create ed alimentate dalla borghesia per contrastare le rivendicazioni operaie e contadine. Va dato atto a Giuseppe Antonio Borgese di avere compreso da subito la reale natura di quelle forze, di averla evidenziata nel suo romanzo e di avere speso la seconda parte della sua vita per contrastarle.
Profile Image for Noemi Cucinella.
46 reviews8 followers
February 25, 2021
L'ho letto per l'università e devo dire che non è stata una brutta lettura.
Mi piacevano molto i livelli di introspezione, ma non siamo ai livelli di Svevo...
Mi è sembrato un po' a metà tra la carica grottesca di Pirandello e lo scavo psicologico di Svevo.
Peccato che i personaggi mi siano sembrati tutti odiosi :/
Profile Image for Federico Pani.
169 reviews9 followers
June 6, 2026
L’avvocato Filippo Rubè, protagonista dell’omonimo romanzo di Giuseppe Antonio Borgese (Mondadori, 1921), ha grandi ambizioni; ma forse non è l’uomo giusto per coltivarle. Si fa soldato nella Prima guerra mondiale; dapprima preda della paura, è poi sospinto dall’incoscienza. Scampa alla morte dopo che un proiettile gli perfora un polmone: diventa eroe di guerra; ma anziché costruirsi un futuro stabile, sciupa il proprio talento nel grigiore di un’esistenza attendista. Continua però a essere divorato da confuse smanie di successo. Sospinto dagli eventi in un’avventura extraconiugale, da quegli stessi eventi è travolto, investito da una tempesta lacustre. Intellettuale, come si autodefinisce, è l’emblema di una generazione istruita e scontenta; riluttante alle ideologie estremiste (lo squadrismo protofascista e il socialismo rivoluzionario), vagheggia un superomismo dannunziano, dominato dalla paura strisciante di tornare nella profonda provincia siciliana da cui proviene. Borgese scrisse il romanzo dopo aver maturato una netta lucidità di sguardo sulla guerra. Dato il suo passato interventista, il libro suona come un ripudio di quel periodo: pur rispettoso del sangue versato dagli italiani, trova velleitaria la voluttà bellicista di Rubè, quasi che assecondare la pulsione al cupio dissolvi sia l’unico modo per superare il senso di inanità. Borgese riproduce l’elegantemente contorto modo di pensare ed esprimersi di Filippo, uomo non privo di acume e visionario; ma alla prova dei fatti, inetto. Questo movimento ondivago non stupisce: anche la sua vita è oscillante tra passioni diverse, perennemente in viaggio tra il fronte, le retrovie, Roma, Parigi e Milano, incapace di mettere radici; ben più a suo agio nelle fantasticherie da convalescente, negli amori irresponsabili, negli spostamenti in carrozza, che in qualsiasi approdo stabile.
Profile Image for Domenico.
8 reviews1 follower
December 10, 2023
Il romanzo di un inetto, non sfigura di fianco ai più noti lavori di Tozzi, Svevo e Pirandello. In alcuni passaggi lo scrittore cede al critico e la letteratura diventa raffinato, ancorché pesante, mestiere.
Profile Image for Giuseppe Ficarra.
19 reviews1 follower
September 7, 2024
G.A. Borgese con questa opera ha distrutto l’intera corrente italiana del frammentismo e delineato i tratti del main character della letteratura del 900: l’inetto.
26 reviews
June 27, 2026
Non conoscevo l'autore, lessico peculiare e trama interessante. Per chi ama il primo novecento.
Profile Image for Francesco.
3 reviews
August 28, 2025
Nella città di Roma, fulcro di vetusta gloria e fervente ambizione, giunge Filippo Rubè, trentenne siciliano d'animo irrequieto, con l'ardente desiderio di cimentarsi nell'arte forense e di ascendere i gradini della politica. La sua indole, permeata di un interventismo acceso e di una certa presunzione intellettuale, nutrita da smodate quanto vaghe aspirazioni di grandezza, lo spinge - immaginando gesta eroiche e un rapido avanzamento sociale - ad arruolarsi volontario nel turbine della Grande Guerra, ove la cruda realtà del conflitto infrange ben presto le sue aspettative. Infatti, l'esperienza brutale e disumanizzante delle trincee si rivela un violento bagno realtà, che frantuma le sue velleità giovanili lasciandolo segnato da una profonda disillusione.
Ferito in uno scontro a fuoco, e reso inabile alle fatiche della guerra, un'opportunità inattesa si presenta a Rubè: un incarico giornalistico lo conduce nella vibrante e cosmopolita Parigi.
Nella capitale francese, centro di fermento culturale e di seduzioni mondane, egli viene introdotto in ambienti aristocratici e intellettuali, entrando in contatto con una realtà diversa e stimolante. Ed è qui che il destino gli riserva un incontro di singolare intensità: quello con Celestina, nobildonna francese di rara bellezza e di spirito raffinato, consorte di un Generale di alto rango.
Tra i fastosi salotti parigini e le passeggiate lungo la Senna, tra conversazioni argute e sguardi carichi di sottintesi, fiorisce una passione inattesa e travolgente. Celestina, donna colta e malinconica, intravede nell'intelligenza vivace e nell'inquietudine di Rubè un'affinità spirituale che il rigido ambiente in cui vive le nega. Il loro legame si nutre di incontri clandestini, di lettere appassionate e di fugaci momenti di felicità rubata, intessendo una trama di desiderio e di malinconia sullo sfondo elegante e decadente della ville lumière.
Tornato alla vita civile, Rubè si ritrova a vagare in un'esistenza precaria, tormentato da difficoltà economiche e da cocenti delusioni amorose. Il suo percorso sentimentale è costellato di incontri fugaci e insoddisfacenti, specchio della sua incapacità di stabilire legami autentici e duraturi. La sua passione politica, pur fervente, si scontra con la sua sostanziale inettitudine pratica e con un cinismo crescente nei confronti delle dinamiche di potere. Questi, dunque, si dibatte in un perpetuo dissidio interiore, oscillando tra l'anelito a lasciare un segno nel mondo e la consapevolezza della propria inadeguatezza.
Egli si trasferisce a Milano, dove trova un impiego presso un'industria metallurgica e, poco dopo, sposa Eugenia, figlia di un Maggiore che il protagonista conosce agli albori del conflitto. Tuttavia, il matrimonio non serve a cambiare la condizione dei due giovani, che rimangono completamente incapaci di comprendersi affettivamente. Inoltre, a causa di alcune sue estemporanee esternazioni di simpatia per i movimenti socialisti, Rubè viene licenziato con la scusa ufficiale della crisi economica che colpisce anche l'impresa in cui egli lavora. Nello stesso tempo riceve dalla moglie la notizia della sua gravidanza e ciò lo fa cadere in una disperata angoscia.
Ma un intermezzo piuttosto singolare irrompe in questo quadro desolato: Rubè, baciato dalla fortuna, vince una grossa somma di denaro al casinò, e in preda alla volontà di mutare il proprio destino, abbandona (da solo) Milano. Sebbene spinto da ben altre intenzioni, il protagonista si reca sulle rive placide e silenziose del Lago Maggiore dove, a distanza anni, incontra nuovamente Celestina, con la quale fiorisce una passione effimera ma intensa, destinata ad un tragico epilogo. Dopo questa catastrofica esperienza e innumerevoli tappe in giro per l'Italia (segno del suo tormento interiore), Rubè decide di ritornare da Eugenia, sperando nella sua benevolenza e perdono, e le spedisce un telegramma con l'intenzione di informarla che avrebbe fatto tappa a Bologna, prima di riprendere il viaggio per Milano. Ella legge il telegramma; decide non di rispondere ma di raggiungerlo direttamente presso il capoluogo emiliano. Tuttavia, i due non riescono ad incontrarsi e cosi Rubè, colto in momento e luogo funesti, incappa in una manifestazione socialista: cercando di sfuggire alla calca della folla, egli raggiunge la testa del corteo, ma proprio lì viene travolto a morte dalla carica della cavalleria. Viene infine portato all'ospedale, dove muore tra le braccia di Eugenia; ma iI trapasso non è sufficiente a dar requie al protagonista. Infatti, la sua memoria diverrà oggetto di contesa tra socialisti e fascisti, che cercheranno di appropriarsi della sua figura, travisandone la complessa e fallimentare parabola umana: i primi lo ricordano come un martire della causa, i secondi per il passato di "glorioso combattente".
This entire review has been hidden because of spoilers.
Displaying 1 - 9 of 9 reviews