Avrei aumentato il mio punteggio, anche di molto, se non fosse stato per il perenne tono lamentoso e petulante della scrittrice. E questa cosa è stupida, e questa è noiosa, e quest'altra è sciocca, e quest'altra ancora è idiota, o assurda, o buffa (non in senso positivo) o sconcertante... tutto questo per quasi 200 pagine. Da farti venire il latte alle ginocchia.
Il titolo è fuorviante, dato che all'inizio del libro ti viene fatto credere che la giornalista voglia scoprire se le donne siano un sesso inutile oppure no. Poi diventa presto una mezza ricerca se le donne sono felici oppure no, che si conclude con un'analisi abbastanza superficiale. "Analisi" è forse un termine troppo grande, dato che viene scialaquata in mezza pagina. L'autrice ha preferito sfruttare le pagine a disposizione più che altro in battutine (che, come ho detto prima, erano più o meno tutte sul tono "che strano, che noia, che buffo, che imbecille...". Nulla che facesse lontanamente piegare dalle risate).
Le prime parti erano interessanti, soprattutto per il fatto che l'intervistatrice dovesse prima o poi eclissarsi per far parlare le altre donne. Ma gradualmente ha sentito il bisogno di dir sempre più la sua fino a dovermi trascinare per i deliri delle ultime pagine che dedica brevemente a New York (donne superiori agli uomini perchè i frigoriferi e la lavastovie sono per le donne, donne che tarpinano gli uomini, ecc... negli anni '60)
New York, che viene utilizzata per rappresentare tutti gli Stati Uniti (immaginate se qualcuno utilizzasse Roma, o Londra o Parigi o Atene per parlare dell'intera Europa). Stranamente, mentre nei paesi orientali il libro si dilunga tanto sul tema della prostituzione, non si fa nessun riferimento al riguardo a New York. Come se non esistesse.
Il sottotitolo del libro è "Viaggio intorno alla donna". Immaginate la mia perplessità quando mancandomi solo 30 pagine alla fine del libro la narrazione si svolgeva ancora in Giappone. Un titolo più appropriato sarebbe "Viaggio in Oriente + epilogo alle Hawaii e New York".
La narrazione del Giappone è stata particolarmente imbarazzante nel momento in cui avviene l'incontro con le geishe, non perchè trovassi le geishe ridicole come la Fallaci ha tentato di farmi credere, ma per il comportamento cafone di lei e il fotografo con le geishe stesse. Addirittura lui tenta di baciare una geisha, meanche fosse una sua amica, o fidanzata, o una escort, e si stupisce quando lei non lo ricambia. Sembra davvero che la Fallaci e l'altro avvessero scambiato le geishe per prostitute.
Pur atteggiandosi da paladina della libertà delle donne, in vari punti la Fallaci dà molto spago all'atteggiamento sfruttatore e superficiale degli uomini nei confronti delle donne di cui parla (il bello è che la Fallaci racconta di avances indesiderate subite nel corso del viaggio, avances descritte con sdegno e fastidio. Quando però a commettere tali avances è un suo collega e a subirle è una donna appartenente a un mondo che la Fallaci afferma di non capire, queste diventano fonte di riso).
Alcuni potrebbero giustificare questo comportamento dicendo che in fondo sono gli anni '60, ma il concetto di ospitalità è vecchio migliaia di anni. Non ci voleva un genio per arrivare a capire che se una persona ti ospita l'ultima cosa da fare è cercare di baciarla per poi prendertela se non vieni ricambiato.
In molte parti del libro la Fallaci ripete la cantilena "Non capivo...", "non riuscivo a capire...", ma non è che sembrasse impegnarsi tanto a cercare di farlo. Sembra incapace di uscire da sé stessa, non ci prova nemmeno. I pochi tratti di analisi critica della società si ricuono in pezzi pseudopoetici che nel concreto si riducono al nulla (vedi la scena della Geisha).
Non sono ovviamente le uniche ripetizioni del libro, ne abbiamo già dalla prima pagina:
- "Ti ricordi di *****?" "Mio Dio!" E ricordammo bla bla bla...
(tutto questo ripetuto per tre volte in un'unica pagina.)
O altre perle come:
-' "(...)Altri non ci capirono, voglio dire che non capirono il modo di usare gli antifecondativi: li mangiarono tutti". La studiosa di pettinature fece una risatina ma il dottor Katju non la raccolse. Non trovava nulla di divertente nel fatto che gli indiani ignoranti mangiassero gli antifecondativi. '
(Grazie Oriana, meno male che ci sei tu, non ci saremmo mai arrivati da soli)
- (in riferimento ad un'intervistatore che ha riportato un'informazione imprecisa su di lei) "Certo, se fossi stata una giornalista onorevole, avrei ripensato alle inesattezze scritte nei miei articoli a spese degli altri; e non avrei protestato. Ma, non essendolo, l'inesattezza infastidì fino alla collera e telefonai alla segretaria del direttore chiedendo un incontro con lui."
(La cosa viene buttata sul ridere, ma che la Fallaci mentisse pur di dare per buona la sua versione dei fatti è una cosa di cui avevo già avuto il sentore leggendo altri suoi scritti, e l'idea non mi aveva fatto impazzire. Qui ho avuto la prova, per cui ora non posso essere chiamata pazza o di malafede. Il bello è che poi al tizio che ha dato l'imprecisione su di lei dà dell'imbecille, ma allora questo cosa fa di lei?)
- "Non è smarrimento, Chas. È confusione. La donna del ristorante era tanto diversa dalla ragazza dello strip tease. La ragazza dello strip tease era tanto diversa dalla bambina in blue Jeans"
(Quando scopri che le persone sono diverse. La grande scoperta. L'imprevedibile rivelazione)
Ora, per essere il più imparziale possibile nonostante l'autrice stessa non mi faccia impazzire (allora perchè continuo a leggerla? Perchè di lei sento solo tessere le lodi di cui ancora sto cercando le ragioni), ammetto che forse l'opera deve essere presa per quello che è, cioè uno scritto del '61.
Tuttavia questa mente brillante e avant-garde che tanti attribuiscono alla Fallaci non l'ho ancora trovata, anzi.
Inoltre, ancora una volta, pur avendo detto ne La Forza Della Ragione di essere sempre stata un'atea convinta, come in quel libro (del 2004) così anche in questo deve comunque metterci in mezzo il Padre Nostro. Io davvero non capisco chi sentirebbe così tanto il bisogno di nominare Dio in ogni discorso se davvero si ritiene così fieramente ateo.