Può apparire un paradosso che uno scrittore apparentemente difficile e antirealistico fosse anche un osservatore acuto della società e del costume italiani, e soprattutto un comunicatore affabile. Un paradosso sancito già in vita dal successo popolare che Manganelli ebbe come elzevirista, e confermato da questa raccolta delle interviste concesse dallo scrittore. Oltre a riflessioni sulla letteratura e sull'attività dello scrittore, Manganelli affronta qui temi di costume, di politica, di vita quotidiana, offrendo ogni volta intuizioni acute e spiazzanti.
Giorgio Manganelli was an Italian journalist, avant-garde writer, translator and literary critic. A native of Milan, he was one of the leaders of the avant-garde literary movement in Italy in the 1960s, Gruppo 63. He was a baroque and expressionist writer. Manganelli translated Edgar Allan Poe's complete stories and authors like T. S. Eliot, Henry James, Eric Ambler, O. Henry, Ezra Pound, Robert Louis Stevenson, Byron's Manfred and others into Italian. He published an experimental work of fiction, Hilarotragoedia, in 1964, at the time he was a member of the avant-garde Gruppo 63.
Pg.95 l'intervistatrice, una certa Camilla, fa una domanda al manguro: quale tuo amore passato preferisci ricordare o dimenticare? E lui risponde: non è compito della volontà rimuovere e dimenticare. Noi siamo costantemente abitati da quanto ci è accaduto. Mi piace pensare a me stesso e a tutti come a un solaio. Un solaio in cui stanno cose che sono a parte ma indispensabili, non accadono ma stanno. Non scelgo di ricordare niente. Sono ricordato dalle cose che mi abitano. Domanda subito successiva: ami mangiar bene?
Ma come si fa... Ma hai capito cosa ti ha risposto? Ma perché non ti metti in ginocchio e chiedi perdono per il fatto di esistere? Chi ti ha insegnato il giornalismo topo Gigio? Perché non ti dissolvi come la nutella in un reparto di grossi obesi? Vabbè dai Non voglio essere cattivo. È Natale. Resta con noi Camilla. Niente manganello per te.
Il Manga è soggetto poliforme, labirintico, indefinibile, hilarotragico. È padre di molti libri, ma per non irritarlo non lo si definisca autore né scrittore, come estrema concessione lo si può dire scrittore di retroguardia. Lui i libri non li scrive, sono i libri a usarlo per scriversi. Appena nati prendono la loro strada, in autonomia. Se la squagliano, ecco tutto. Per questo afferma che «Ogni libro è un atto di abbandono». Cerca addirittura di dimenticarli. E non li rilegge, non vuole essere indiscreto e invadere la loro sfera privata.
«Faccio fatica ad accettare il termine di scrittore. Lo ritengo una connotazione eminentemente sindacale. L’unica definizione che accetto è quella di “essere mortale”: una modesta, ragionevole, pretesa. Posso inoltre ammettere di essere un complemento oggetto delle parole».
Non è un soggetto facile, il Manga. Ha un guscio spesso, chissà se comodo, di regola ben chiuso. Tuttavia, quando decide di aprire la porta il Manga diventa ironico e ben disposto all’ascolto. Basta non parlare della sua biografia. Ci si accontenti di sapere ch’è nato. La sua casa è abitata da una moltitudine di libri d’ogni sorta e lingue. Sono ovunque: sugli scaffali, sulle sedie, sui tavolini. Ci sono anche Pinocchi di legno di varie dimensioni, coi loro vestiti rossi e verdi, i loro cappellini e i loro nasicchi lunghi e puntuti. Per un pinocchiofilo pinocchiologo pinocchiomane è il minimo. Non ha invece la televisione, la ritiene una presenza estranea, invadente; la televisione parla e non ascolta, e in più la si deve pagare.
Ritiene che si possa fare un piano di scrittura, purché non lo si segua. Scrivere è come sognare, non si sa dove e come finirà. Le interviste procedono, e così fanno le parole: succedono o accadono o accadono senza succedere. Un’opacità. Per me il Manga ride. E ama la parola “uligine”. Si argomenta su tutto, su libri, amore, scrittura, luoghi, sogni, mostri e gnomi. È un viaggio lungo e avventuroso, ironico e serio, stimolante, acuto, acutissimo. Si va dalla letteratura alla politica, passando per i vespasiani di Roma.
«… l’editore non dovrebbe mai sapere con precisione quel che pubblica. Altrimenti non passeranno mai, con la scusa delle scarse vendite, autori sperimentali o, per così dire, aleatori. Ma poi, scusate, la letteratura controllata dai manager, che razza di letteratura è? Oggi si arriva al paradosso che di un libro si può dire “è interessante, peccato non avere la collana adatta”. E meno male che esistono ancora libri che nascono con la collana già pronta!». Era il 1986.
Leggete il Manga. Mattamente, se potete.
P.S. "L'intervista è un genere ambiguo" scrive Roberto Deidier, nell'introduzione. E mi chiedo se, alla fine, non sia stato l'intervistato a intervistare.
Piacevole lettura breve, che oltre a rivelare l'irrivelabile scrittore porta all'attenzione anche piacevoli giornalisti, quelli di una volta, che sanno fare domande e che riescono a capire quello che l'intervistato risponde. E avere un interocutore come Manganelli non è una passeggiata.