Per la prima volta Mariangela Gualtieri ha scritto una raccolta poetica fortemente strutturata, con un ritmo meno magmatico delle precedenti, scandito da sezioni che articolano il libro alternando temi e toni diversi, in particolare il canto gioioso, quasi francescano, della natura e la riflessione sulle cose umane, sullo strappo del tempo, sul momento finale, più misterioso che triste, che trasforma il niente in «un niente più grande». In realtà le cinque sezioni del libro, se danno una sensazione di maggiore classicità (come i cinque atti del teatro antico), sono legatissime fra loro, in parte concatenate, in parte attraversate da fili addirittura lessicali, e proseguono fedelmente il discorso poetico dell’autrice, sempre fortemente ispirato. Non mancano dunque scissioni interiori, proliferare di voci profonde e laceranti, come nelle raccolte passate, ma la prospettiva trascendente è perlopiù proiettata all’esterno, su un albero, sull’aria che sta fra i corpi, sul silenzio che lega le cose. E questa prospettiva, in misura ancora maggiore che in Senza polvere senza peso, traccia un percorso di felicità istintivo e infuocato, ma nello stesso tempo pacificante. Anche a livello metrico il libro mostra un rapporto più pacato con la tradizione, con una forte disseminazione di endecasillabi e altri versi regolari, senza perdere il senso più profondo dell’originaria aggressività. Un libro della maturità in tutti i sensi, che porta probabilmente i frutti migliori, finora, di tutte le raccolte poetiche dell’autrice.
Mariangela Gualtieri è nata a Cesena nel 1951. Si laurea in architettura allo IUAV di Venezia e nel 1983 ha fondato, insieme a Cesare Ronconi, il Teatro Valdoca, di cui è drammaturga.
Ha pubblicato alcune raccolte di versi, fra le quali Antenata (Crocetti 1992), Fuoco centrale (Einaudi 2003), Senza polvere senza peso (Einaudi, 2006), Bestia di gioia (Einaudi 2010) e Caino (Einaudi 2011).
La poesia di Gualtieri è un inno alla gioia. In questa raccolta si celebra lo "stare bene profondo", un senso di felicità e di connessione con la vita in tutte le sue forme. Con gli imperativi morali di essere gentili ed essere grati ("sii dolce con me. Sii gentile" e molte altre). Ma in questi versi c'è anche spazio per le inquietudini e le paure inesprimibili, custodite nei propri meandri ("Il bambino più vivo / murato sul fondo") che danno corpo e maturità all'opera. Il dolore, tuttavia, non è elemento altro, scisso da sé. Al contrario, fa parte di quel tutto da onorare e cantare, nelle poesie e nella vita di tutti i giorni.
Hanno detto che è stata una cometa che impattando col duro della terra ha portato l’acqua fra le pietre del nostro pianeta.
Una cometa hanno detto. Un ghiaccio volante di luce come scagliato da altre stelle fin qui. E dentro c’era la legge della specie, la formula del sangue e delle linfe il timbro di ogni voce.
L’acqua è la perfetta chiave che apre le forme scatenate. L’acqua che ancora beviamo è stata strascico di luce viaggiante. Bastimento abbagliante nel buio fra i mondi.
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Il cielo messo sopra le teste in una veste d’azzurro palpito accolto dentro si bagna penetra sottilmente in ogni poro del mondo come alimento d’amore.
Il cielo nella tessitura d’acque che lo compone non indietreggia si condensa in fontane si sparpaglia in brine si sprigiona si dona a noi che respiriamo la sua formula in fusione di ciò che non si vede con ciò che nasce e trema.
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[...] Nel fondo di me, un me soffre - la sua bandiera stropicciata non ha nessun vento. È murato. Il bambino più vivo murato sul fondo. Con la sua magra manina mi stringe il cuore al mattino un poco stringe e duole. Che cosa prometto quest'oggi al mio prigioniero? Con quali parole false lo tengo zitto per un giorno intero?
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Stupenda raccolta di poesie. Mariangela Gualtieri riesce a sondare l'abisso e, magari due versi dopo, a librarsi nella spiritualità di una gioia celeste, a volte intensamente luminosa, altre volte evanescente, rarefatta. Nella varietà di componimenti ci sono scoperta, quotidianità, fatica, pace e sofferenza. Sono poesie che toccano il cuore.
per tutte le costole bastonate e rotte. per ogni animale sbalzato dal suo nido e infranto nel suo meccanismo d'amore. per tutte le seti che non furono saziate fino alle labbra spaccate alla caduta e all'abbaglio. per i miei fratelli nelle tane. e le mie sorelle nelle reti e nelle tele e nelle sprigionate fiamme e nelle capanne e rinchiuse e martoriate. per le bambine mie strappate. e le perle nel fondale marino. per l'inverno che mi piace e l'urlo della ragazza quel suo tentare la fuga invano. per tutto questo conoscere e amare eccomi. per tutto penetrare e accogliere eccomi. per ondeggiare col tutto e forse cadere eccomi che ognuno dei semi inghiottiti si farà in me fiore fino al capogiro del frutto lo giuro. che qualunque dolore verrà puntualmente cantato, e poi anche quella leggerezza di certe ore, di certe mani delicate, tutto sarà guardato mirabilmente ascoltata ogni onda di suono, penetrato nelle sue venature ogni canto ogni pianto lo giuro adesso che tutto è impregnato di spazio siderale. anche in questa brutta città appare chiaro sopra i rumorosissimi bar lo spettro luminoso della gioia. questo lo giuro.
questa raccolta di Mariangela Gualtieri è qualcosa di assai delicato, silenzioso eppure urlante. una vera poetessa, i cui versi si sente provengano dal cuore e da una penna raffinata, sensata e sobria.
l'opera è divisa in 5 parti, richiamando alla divisione teatrale degli atti e racconta di animali, natura, emozioni, persone, tempo, frutti, fiori. c'è un contatto con l'ambiente notevole e a volte una malinconia per luoghi e sensi.
[E ci innamoriamo ancora una volta e ancora scatta la molla del cuore e l'intesa fra regni con musi con pietre con ali sappiamo la melodia sottesa come l'idiota della festa anche noi fatti nota riverberante. Fra tante. Fra tante.]
‘Noi nati, noi forse ritornati, portiamo una mancanza e ogni voce ha dentro una voce sepolta, un lamentoso calco di suono che un po’ si duole anche quando canta.’ Meravigliosa voce sepolta di Mariangela Gualtieri.
Il 25 Novembre, giornata contro la violenza sulle donne, mi è capitato di ascoltare, via radio, uno speaker leggere "Sii dolce con me, sii gentile", una poesia di Mariangela Gualtieri…un inno, a dire il vero, alla gentilezza verso chiunque, alla riscoperta di quei valori di dolcezza e cura verso l’altro, tanto che ci siamo, che siamo vivi, che esistiamo. Mi si è aperto un mondo. Ho cercato e acquistato subito l’intera raccolta di poesie da cui era tratta e mi sono auto-regalata dei momenti di puro sollievo da giornate attuali di caos, confusione, pensieri, ansie da routine. La raccolta, intitolata “Bestia di gioia”, è divisa in 5 sezioni che, attraversate da fili lessicali, alternano temi diversi ma legati tra loro, quali il canto della natura, l’ispirazione del silenzio, la riflessione sulla fugacità del tempo, la solitudine, l’invito alla gentilezza. Era da tanto che non leggevo poesia, e l’anima mi ha ringraziato. Pura meraviglia.
Sii dolce con me. Sii gentile. E’ breve il tempo che resta. Poi saremo scie luminosissime. E quanta nostalgia avremo dell’umano. Come ora ne abbiamo dell’infinità. Ma non avremo le mani. Non potremo fare carezze con le mani. E nemmeno guance da sfiorare leggere. Una nostalgia d’imperfetto ci gonfierà i fotoni lucenti. Sii dolce con me. Maneggiami con cura. Abbi la cautela dei cristalli con me e anche con te. Quello che siamo è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei e affettivo e fragile. La vita ha bisogno di un corpo per essere e tu sii dolce con ogni corpo. Tocca leggermente leggermente poggia il tuo piede e abbi cura di ogni meccanismo di volo di ogni guizzo e volteggio e maturazione e radice e scorrere d’acqua e scatto e becchettio e schiudersi o svanire di foglie fino al fenomeno della fioritura, fino al pezzo di carne sulla tavola che è corpo mangiabile per il mio ardore d’essere qui. Ringraziamo. Ogni tanto. Sia placido questo nostro esserci – questo essere corpi scelti per l’incastro dei compagni d’amore.
Me ne sono piaciute tantissime, ne scrivo un paiotra quelle più brevi:
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Battaglio con tutte le orchesse che in forme sottili si invischiano nel pensiero ed è il silenzio a lavare le strisce di tutte le lumache le orme inutili del camminatore è il silenzio che incendia le capigliature e poi dentro mette il seme e il seme.
È il silenzio la lezione più grande
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Poiché la stanchezza mi tremolava gettavo matite spezzate nella scarpata. Un deserto mi somigliava. Un deserto anche. Crescevano le lontananze quando ero stata altro sangue altre sostanze e la parte che mancava era lacerante bel suo mancare.
Essere altrove e none per intero chiamavo le madonne in uno stare immobile una figa d'Egitto del mio sangue se mio era il sangue. Ma tutto è mio ora e non importa metterci sopra il nome. Tutto scolora e torna. Nessun niente muore.
La gioia si condensa in particelle legate, si fa sfera rotante e firmamento, si getta nella vita danzante senza perire, senza esaurire, immuta, intoccata, seducente. Conduce a sé è il morire dei corpi non è che l’entrare fuori misura. Senza chili, senza metri, senza particelle. Alleluiare.”
“Sii dolce con me. Sii gentile. È breve il tempo che resta. Poi saremo scie luminosissime. E quanta nostalgia avremo dell'umano. Come ora ne abbiamo dell'infinità. Ma non avremo le mani. Non potremo fare carezze con le mani. E nemmeno guance da sfiorare leggere. Una nostalgia d'imperfetto ci gonfierà i fotoni lucenti. Sii dolce con me. Maneggiami con cura. Abbi la cautela dei cristalli con me e anche con te. Quello che siamo è prezioso piú dell'opera blindata nei sotterranei e affettivo e fragile. La vita ha bisogno di un corpo per essere e tu sii dolce con ogni corpo. Tocca leggermente leggermente poggia il tuo piede e abbi cura di ogni meccanismo di volo di ogni guizzo e volteggio e maturazione e radice e scorrere d'acqua e scatto e becchettio e schiudersi o svanire di foglie fino al fenomeno della fioritura, fino al pezzo di carne sulla tavola che è corpo mangiabile per il tuo mio ardore d'essere qui. Ringraziamo. Ogni tanto. Sia placido questo nostro esserci - questo essere corpi scelti per l'incastro dei compagni d'amore.”
Poesia del risveglio. Della natura, del corpo, del sentimento. Poesia del sonno, e del passo che conduce all’ultima soglia. C’è la solitudine, e la fusione. C’è la musica creata dalla perdita, e la meraviglia del sentirsi parti di un meccanismo infinito, ruote destinate a incastrarsi perfettamente per un istante che ha la valenza dell’eternità, in cui c’è solo l’Uno, e non il due. Versi criptici, a tratti frastagliati, mescolati a canti di sconfinata tenerezza, che contengono il calore di un abbraccio silenzioso, della cura, del riposo, del sonno buono.
Questa raccolta poetica è commovente. L’opera è strutturata e segue un corso che attraversa diverse tematiche care all’autrice, come il dolore, l’approccio al mutamento, la gioia inaudita, la connessione con la vita in tutte le sue forme. Eppure qui luccica una mancanza di inquietudine, una sorta di rappacificamento con l’esistenza, soprattutto nei suoi coni d’ombra e i suoi turbamenti.
Personalmente l’ultima sezione mi ha squassata dentro. Le poesie sull’amore e sulla morte, sulla loro connessione soprattutto, e quelle sul silenzio come dono e grande opportunità per l’essere umano sono indimenticabili.
“C’è nella tristezza un contagio amore mio, e da questo si vede che abbiamo fatto comune cuore e siamo uno che pare due. Allora io insemino la gioia in questa cosa che non consiste però esiste e tiene entrambi appesi. La gioia ce la metto io”.
Non c'è scatto nel cielo. Solo il fulmine ha spigoli e fuoco. Solo il fulmine viaggia nervoso. Ma guarda ora - che pace -
A me pare di averlo percorso tutto a volo - questo azzurro che si dispiega pacato. Mi pare un luogo che conosco. Che è stato di me. E lo è ancora. Se guardo - entra nella radice dà da bere al mio alimenta il mio fuoco.
Il silenzio è d'oro perché incendia le ore prepara la fuga e azzoppa conduce per contrade misteriose. È d'oro e questo oro sta sotto tutto il rumore in una arsura di fracasso come tesoro sepolto dentro e cercato altrove.
“Tu sei al mondo la più cara forma, figura, tu sei il mio essere a casa sei casa, letto dove questo mio corpo inquieto riposa. E senza di te io sono lontana non so dire da cosa ma lontana”
Poche poesie mi hanno colpita di questa raccolta, qualche verso sparso, ma niente di più. Non sono grande ammiratrice del tema della natura a quanto pare
Una delle migliori raccolte di poesia degli ultimi 30 anni, soprattutto per scelte lessicali. Penso che si studierà nelle scuole. E sentire dal vivo l'autrice che legge Alcesti, impagabile...