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La nàiva. Furistír. Ciacri

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Il volume riunisce tre raccolte poetiche: La nàiva e Furistír sono state pubblicate in questa stessa collana rispettivamente nel 1982 e nel 1988, Ciacri è inedita. Della prima raccolta, vincitrice nell'anno di pubblicazione del Premio Carducci e profondamente rivista dall'autore per questa edizione, Dante Isella ha scritto: "I versi in dialetto romagnolo di Baldini svolgono delle situazioni narrative. Non nel senso di una poesia che punti su fatti, o eventi esterni, di un angolo di provincia (niente di piú estraneo da un assunto neorealistico, con annesso engagement), ma in quanto essa ubbidisce alle tipiche modalità di ogni narrazione, alle esigenze di una concatenata successione di tempo". La stessa tensione narrativa si riscontra anche in Furistír, Premio Viareggio nel 1988, a sua volta riveduta da Baldini per questa nuova pubblicazione: una raccolta che sceglie i suoi personaggi tra le figure comuni, di cui il poeta identifica e riproduce la grammatica della nevrosi quotidiana. E le cose che accadono vengono raccontate nei ritmi e nelle cadenze del dialetto: qui sta la continuità tra le due prime opere e Ciacri, che prosegue nella poetica tipica di Baldini e ricorre al dialetto romagnolo (tradotto in italiano a pie' di pagina) per accogliere la confessione e lo sfogo dei suoi protagonisti, sempre "forestieri" di fronte a un mondo che resiste a ogni tentativo di addomesticamento.

366 pages, Paperback

First published January 1, 2000

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Raffaello Baldini

15 books4 followers
Raffaello Baldini (Santarcangelo di Romagna, 24 novembre 1924 – Milano, 28 marzo 2005) è stato un poeta e scrittore italiano.

In gioventù Baldini dà vita, assieme ad altri giovani intellettuali santarcangiolesi, al sodalizio che in seguito divenne noto come E' circal de' giudéizi.

La famiglia di Raffaello Baldini gestiva il "Caffè Trieste", dove si incontravano spesso gli altri membri del sodalizio. Qui peraltro il giovane Raffaello ebbe l'opportunità di frequentare un'umanità varia, raccogliendone le voci e gli aspetti psicologici.

Si laurea in Filosofia all'Università di Bologna poi si dedica all'insegnamento per alcuni anni. Nel 1955 si trasferisce a Milano per lavorare come scrittore e poi come giornalista per Panorama (rivista nata nel 1962). Nel 1967 pubblica con Bompiani Autotem, una piccola opera satirica sull'automobile vista come feticcio. La raccolta É solitèri ("Il solitario", Premio Gabicce), con cui nel 1976 debutta nella poesia dialettale, viene pubblicata a Imola a spese dell'autore. Nel 1982 esce La nàiva ("La neve"). Con Furistír ("Forestiero", 1988) Baldini vince il Premio Viareggio e con Ad nòta ("Di notte", 1995), il Premio Bagutta.

Si dedica anche alla scrittura per il teatro. Suo è un monologo, Zitti tutti!, pubblicato da Ubulibri nel 1993. Nel 1996 Ravenna Teatro ha prodotto lo spettacolo Furistír (diretto e adattato da Marco Martinelli), nato dalla fusione di otto raccolte di poesie di Baldini.

Sebbene Baldini sia principalmente un letterato, il desiderio di scrivere il proprio dialetto in modo rigoroso lo ha indotto a una riflessione sulla ricca fonologia del santarcangiolese, anche attraverso il confronto con Nino Pedretti e Gianni Fucci.

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Profile Image for Gabriele.
162 reviews136 followers
June 21, 2016
[...] e se ogni poesia di Baldini è un po' un racconto a sé, una breve narrazione di fatti avvenuti al singolo, è nella coralità di voci che questa raccolta raffigura in maniera unica la vita nelle piccole province italiane. I protagonisti sono da ricercarsi in quei personaggi che di tanto in tanto incrociamo per strada, gente comune, di mezza età o ancor più anziana, che ha vissuto senza mai allontanarsi troppo dalla propria casa. Ed è proprio da questa loro "immobilità" che prendono spunto le storie di Baldini: nella sua poesia, con una semplicità disarmante, tali protagonisti si arrabattano per capire la vita che stanno facendo e che hanno fatto, ne traggono massime e ironia, si arrabbiano e si consolano fra loro, ricordano con nostalgia ciò che è stato e guardano disillusi a un futuro che, pur non prospettandosi di cambiamento, è qualcosa in cui poter comunque credere: "poi cosa c'è? niente, ieri mi sono punto un dito, / mi s'è un po' gonfiato, / con quelle foglie, come si chiamano? hanno delle spine, / me le ha lasciate la Gemma: tienile qui, / poi non è più venuta a prenderle, / belle, dice che fioriscono ogni cent'anni, / e io aspetto, non ho fretta, [...]"

Il dialetto — tradotto a piè di pagina per tutta la raccolta — è allora la forma che più si avvicina a queste vite già consumate, un richiamo agli anni dell'immediato dopoguerra, oltre che una maniera più intima e colloquiale di descrivere certe vicende. Baldini ha quel modo di raccontare che è proprio del narratore che è vissuto sulla strada, che ha visto con i propri occhi tante di queste storie, ed è quindi anche sul filo dell'autobiografico che l'autore gioca: "Io zitt[o], tengo le mani sulla ringhiera / e guardo che passa il mondo."

***

La neve
Poi ha girato grecale, ed è stata neve, / dapprincipio dei fiocchi grandi, / come stracci, molli radici, dinoccolati, / arrivavano a terra e cambiavano colore, erano tutt'acqua. / Ma dopo un po' le pozzanghere erano ferme, / smerigliate, / le panchine della piazza, / le lettere blu della Cassa di Risparmio, / i cavalletti della Bigia, / agli orli cominciavano a diventare bianchi, / Nello per andare al forno è scivolato. / Attaccava, ma come non volesse, / la gente usciva senza ombrello. Poi verso le quattro l'aria s'è mossa, / ai vetri si sentiva un formicolio, / non erano fiocchi, ormai erano chicchi. / Veniva giù, ma fitta, da chiudere gli occhi, / era asciutta, secca, raspava, / si ficcava nelle scarpe, nel collo, / s'infilava nei posti dietro la gente. [...]

Metti.
Metti che venga la fine del mondo, domani, / dopodomani, e moriamo tutti, metti che la terra / s'infradici, si sbricioli, / che si riduca un polverone, che si perda nell'aria, / e la luna lo stesso, si spegne il sole, / le stelle, viene un buio, / non c'è più niente, e in tutto quel buio il tempo / andrà ancora avanti? da solo? / e dove andrà?

La pineta
Sono due notti che sogno la Fedora. / Non lo so nemmeno io, / forse perché ho sentito di sua sorella, / l'altra sera, / che torna dalla Francia. / La Fedora di Gianóla, non te la ricordi? / matta da legare, con le lentiggini, e con quegli occhi / che pareva avesse sempre la febbre. / Stava alla Costa, sopra le Fusi, / le piaceva la cioccolata in tazza / e la menta col ghiaccio. / Morta a ventidue anni nel trentasette. // Mi pare come adesso, l'ultima estate a marina, / facevamo il bagno con gli altri / e poi zitti zitti andavamo nella pineta. / Non era mai contenta, / certe volte, / che ero sdraiato vicino a un capanno, / mi veniva accanto, / mi spettinava con le mani, / mi diceva in un orecchio: «Pippo, andiamo?» // E anche adesso, la notte, me lo dice: / «Pippo, dai, dai, andiamo nella pineta». / E io la vedo, ha ventidue anni, / è sempre giovane, / invece io sono stanco / e quando si mette a correre non le sto dietro. / Ma poi non ne ho nemmeno voglia, / ormai a me / mi piace giocare a briscola e un bicchiere di vino.
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