Ad affacciarsi sul XVII secolo è un'Italia pacificata dal dominio spagnolo e politicamente ininfluente. Mentre il Mediterraneo perde il suo ruolo centrale a favore del ''nuovo Occidente'', il nostro Paese vive la fase declinante di lente trasformazioni.
Indro Alessandro Raffaello Schizògene Montanell (according to some sources Cilindro) (April 22, 1909 - July 22, 2001) was an Italian journalist and historian, known for his new approach to writing history in books such as History of the Greeks and History of Rome.
Unanimously considered one of the greatest Italian journalist of the 20th century, he was among the “50 press freedom heroes of the past 50 years” in the list compiled by the International Press Institute in 2000.
Quando qualche anno fa mi ero imbattuto nella Storia d'Italia di Montanelli, e avevo iniziato a leggerla, avevo deciso di arrivare fino al quarto volume, Storia d'Italia Vol. 4: L'Italia della Controriforma, incentrato sul Cinquecento. Dopo, mi dissi, inutile andare, giacchè sui due secoli successivi c'era ben poco da dire.
Il Seicento, in particolare, mi pareva un grosso buco nero della storia d'Italia, di cui mi interessava ben poco e da cui mi ero sempre tenuto, come lettore e curioso, ben lontano. Eppure, nello sfacelo generale, rimane il secolo in cui iniziano, una dentro l'altra, la rivoluzione scientifica, con Galileo e Newton; la rivoluzione del pensiero filosofico, con Bacon e Cartesio; è il secolo in cui gli Stati e le classi sociali cominciano a emanciparsi dal pensiero religioso, a cercare altre vie che non siano rivelate dalla Bibbia e a costituirsi come potere assoluto; ed è il secolo in cui il mondo comincia a rimpicciolirsi mentre il colonialismo occidentale divampa.
Quindi, è un secolo fondamentale. Qui inizia di fatto il mondo moderno.
E da qui bisogna partire per comprendere come questo secolo cruciale e ambiguo sia stato assolutamente fondamentale nel definire il futuro del nostro paese, con un'onda lunga mai del tutto spentasi. Montanelli lo sintetizza perfettamente in una delle sue lapidarie frasi: quando l'Italia cominciò a uscire dal coma in cui era sprofondata nel Seicento, ovvero da metà Ottocento, si troverà tre secoli indietro rispetto a gran parte del resto d'Europa, perché da una parte essa era rimasta non ferma, ma era addirittura arretrata, mentre gli altri - che avevano conosciuto tutte quelle rivoluzioni di cui dicevamo e, soprattutto, la summa di tutte quante, ovvero la rivoluzione industriale - erano fuggiti irrimediabilmente in avanti.
Il tracollo italiano del Seicento è uno dei fenomeni più interessanti e clamorosi della storia d'Europa. Non è peraltro una opinione. Tutti gli storici sono concordi su questo fatto: casomai variano le opinioni su quando farlo iniziare, e su quanto fu profondo. Gli studi recenti ne ridimensionano un poco l'impatto, ma tutti concordano nel localizzare il fortissimi declino a inizio Seicento: in quindici-venti anni, il Paese che era il più ricco, il più evoluto culturalmente, il più progredito in ogni ambito (anche in quello industriale, oltre che in campo finanziario) arretra in maniera sensibile ovunque - tranne nelle arti figurative - fino a divenire un corpo inamovibile e essere via via superato da quasi tutti e in ogni campo.
Come fu possibile? Come per la caduta di Roma, le cause sono molteplici, e solo la loro somma, lasciata libera di muoversi per condizioni esogene e endogene ideali, porterà allo sconquasso che i dati storici registrano. La tempesta perfetta.
Incisero vieppiù, ad ogni modo, alcuni fattori. La perdita quasi totale (unica eccezione: Venezia) dell'indipendenza politica; l'entrata a pieno regime della Controriforma romana, che calò sul paese una cappa di oscurantismo fuori dal tempo, paralizzandone lo sviluppo culturale, scientifico, tecnologico; collegata a questa, la supremazia spagnola, ovvero di uno stato arretrato e inadeguato sotto ogni aspetto (salvo quello militare), che agì come braccio secolare della Chiesa e spietato arraffatore di risorse; lo spostamento dei traffici mercantili nell'Atlantico e nel nord Europa. Questo mix letale agì su un paese uscito a pezzi - politicamente - dal lungo Cinquecento e dalle sue guerre e in sensibile arretramento da un punto di vista economico: a salvare la seconda metà del Cinquecento italiano fu, come si dice oggi, una felice congiuntura economica internazionale, che fece presto a ribaltarsi al volgere del nuovo secolo.
Il Seicento italiano è un secolo tenebroso, di sofferenza e marginalità, con poche luci e moltissime ombre. Più che ombre, il buio. Come ha detto Braudel, fu come se a un certo punto qualcuno avesse spento la luce: ma il riflesso di quella luce aveva nel frattempo illuminato tutta Europa.
Montanelli, come sempre, è uno scrittore superlativo, eccellente: difficile trovare un giro di frase a vuoto. Grandi sono anche i difetti, a partire dalla tendenza a sorvolare con somma nonchalance su problemi storici complessi, semplificando all'eccesso nonché a lasciarsi irretire dal gossip storico e dalle frivolezze (spesso, inesatte) pur di chiudere degnamente il concetto e a far quadrare il cerchio con troppa facilità pur di far tornare la propria tesi di partenza. Ma questi sono i difetti di tutti i giornalisti che si improvvisano storici. Quel che più conta è la lucidità, la completezza e l'ordine logico del discorso generale, e qui mi sento di poter dire di sentirmi pienamente in linea, su quasi tutto, con lui. Compresa la riprovazione per l'arte barocca, che con le sue dorature e i suoi stucchi, le sue volute e le sue sinuosità, la sua pomposità e la sua maniera, ho personalmente sempre trovato finta e insopportabile, nella sua estesissima diffusione in tutti i nostri centri storici, dove ha operato come una muffa distruttrice sul tessuto antico, medievale e rinascimentale - ben più degno di meraviglia.
Nota a margine: fra i grandi nomi del Seicento italiano (molti meno rispetto ai secoli precedenti), noto che mancano i pittori e, su tutti, manca completamente Caravaggio. Segno di quanto negli anni Sessanta Michelangelo Merisi fosse stato incredibilmente dimenticato. Per dire delle mode.
Il libro vola e a parte certi noiosi passaggi su usi e costumi del tempo (che mi paiono riempitivi provenienti dalla penna di Gervaso), scorre che è un piacere. Avevo fatto male a non leggerlo all'epoca. Tocca rimediare anche con il sesto volume.