È l'inizio degli anni Cinquanta: gli anni delle manifestazioni operaie e di Scelba Presidente del Consiglio. L'Italia sta cambiando e Nazario, ex partigiano e oggi maresciallo del Corpo forestale, non è sicuro che sia in meglio. Nazario ha una passione per i lupi. Ha una moglie e una figlia epilettica, che i medici dichiarano incurabile. In una valle dell'Appennino vive una comunità appartata, molto prudente nei confronti di chi viene da fuori, che però accoglie la guardia forestale con gentilezza. La comunità si sostenta con il commercio di un vino formidabile, prodotto da vigne molto antiche. Ben presto Nazario scopre che dietro quelle vigne si nascondono riti e segreti spaventosi, che nessuno deve conoscere.
Ha iniziato a dedicarsi alla narrativa dalla fine degli anni ottanta, dopo essersi specializzato in antropologia culturale ed etnografia ed avere scritto diversi saggi in quei campi. La sua prima produzione a carattere mystery è la raccolta di racconti Nella nebbia pubblicata dallo stesso editore degli studi sul folklore romagnolo; la rinomanza di Baldini cresce poi gradualmente da quando, nel 1991, vince il Mystfest di Cattolica con il racconto Re di Carnevale. Per la sua narrativa viene coniato il termine di «gotico rurale» perché Baldini è riuscito a trasportare un genere tipicamente anglosassone e (negli autori moderni) tipicamente cittadino, nei panorami familiari della campagna romagnola. Oltre ad essere un romanziere affermato in Italia e all'estero, Eraldo Baldini è anche sceneggiatore, autore teatrale e organizzatore di eventi culturali. Nei giorni 14 e 15 aprile 2009 viene trasmessa su Rai Uno la fiction Mal'aria, tratta dall'omonimo romanzo.
Quando leggo un libro di Baldini, mi sembra sempre di tornare a casa, eppure siamo così lontani come età, sia come luogo di nascita e di vita. Questo è straordinario, perchè fa capire quanto si possa essere interconnessi, anche "solo" tramite i pensieri, i sentimenti, le storie, i libri ecc... Conosciuto ormai 10 anni fa con "Melma" e per ora il mio preferito, poi ne lessi un'infilata, tutti più o meno belli, ma nessuna delusione. Così leggo questo "Come il lupo", il titolo mi empatizza da subito, perchè il lupo è un animale così bistrattato dagli esseri umani, quando viene citato, non è per elogiarlo, eh?! Insomma, quando si dice: "Sei un lupo!", non vuole dire di certo che tu sia una brava persona... Mi son sempre chiesto il perchè, perchè gli esseri umani debbano trattare male gli animali, anzi considerarli poco o niente. Questo romanzo, mi ha messo davvero di buon umore, è così scritto bene, così dalla parte degli animali (qui principalmente dei lupi), così denso di atmosfere crepuscolari, di leggende lontane, immerse in usanze del folklore locale (l'Emilia Romagna), di amore, di amicizia! Così penso che il romanzo "Melma", il mio preferito dell'autore, verrà spedestato e gli subentrerà questo, davvero bellissimo... Così mi rendo conto che erano 7 anni che non leggevo un suo libro, ca... se mi mancava!!
Giocavano come bambini. Li stava guardando col binocolo da una decina di minuti, e quella vista gli aveva ripulito la mente da ogni pensiero cupo, da ogni furore. Due lupi. Un maschio e Veruska. Si rincorrevano nella neve ai margini di un bosco, si annusavano, si bloccavano immobili come statue a fissarsi, poi riprendevano le corse, gli scatti, le scaramucce. Non era ancora tempo di accoppiamenti, quelli ci sarebbero stati solo fra un mese o anche di più, ma i due animali sembravano anticiparli, provarli, parevano studiarsi, saggiare le proprie intenzioni. O forse, davvero, stavano solo giocando, solo cantando un inno vivo e selvaggio alla propria libertà. Rimase a guardarli a lungo, Nazario; rimase finchè non sparirono, sempre di corsa, nel fitto della faggeta. Vorrei essere come loro, pensò. Uno di loro.
“Solo i lupi parevano trarre vigore da quelle notti gelate, notti su cui le stelle, più grandi e vive del solito, si alternavano al mulinare dei fiocchi”
Dai due romanzi di Eraldo Baldini che ho finora letto (Mal'aria e questo) mi è parso di capire che la dote principale dell'autore stia nel suo notevole talento di "paesaggista", cioè nella straordinaria capacità di creare ambienti, naturali ma non solo, a partire da zone geografiche non lontane dalla sua natìa Ravenna e quindi conosciute, "vissute" e studiate con accuratezza, ed arricchendone la già variegata tavolozza cromatica con pennellate di fantasia e mistero.
Tale è senza dubbio la Valchiusa, che dovrebbe teoricamente nascondersi sugli Appennini fra l'alto cesenate e il casentino toscano, e che con le sue vigne, i suoi rari e sfuggenti abitanti, i suoi miti e le sue leggende, rappresenta il vero protagonista e l'elemento di maggior fascino ed originalità di "Come il Lupo", una sorta di Shan-gri-là nostrana che respinge ed ammalia gli "stranieri", dapprima il giovane Giuseppe e poi il Maresciallo Nazario.
Ad un'ambientazione così seducente e caratteristica non corrisponde, come peraltro in Mal'aria, una trama narrativa particolarmente elaborata, quasi che il soggetto avesse meno importanza e richiedesse minor cura del paesaggio che lo circonda.
Baldini, che in questo senso è ascrivibile con molte riserve al genere "mystery/thriller", pare consapevole di questa apparente "debolezza" ed organizza in modo intelligente storie lineari e abbastanza povere di personaggi in romanzi brevi che non abbiano il tempo di sciupare l'impatto dei colori, dei sapori e degli odori che pervadono le terre scelte come sfondo alle dolorose vicende umane.
Un romanzo buono come il vino di cui racconta e bello come i paesaggi che con tanta maestria ci mostra, facendoceli vedere, annusare, udire, e perfino assaporare sulla pelle, sferzata dai venti di un inverno triste e solitario, o riscaldata dal sole di maggio, carico di nuovi nati, di speranza e di rinascita. Di Baldini prima di “Come il lupo” avevo letto solo la raccolta di racconti “Gotico rurale”, che era bastata a farmi apprezzare la bella prosa, l’efficacia nel descrivere in pochi, piacevoli tratti quei paesaggi e quel tempo atmosferico che sembrano aggiungersi ai personaggi, agire e partecipare nella storia. Mi era piaciuto anche il non detto, il sottinteso, quel lasciare i racconti in sospeso sull’orlo del fantastico, in balia della sensibilità del lettore. Tutto ciò vale anche per questo romanzo, ma con un’enorme, fondamentale aggiunta: l’anima infusa in tutti i personaggi, nessuno dei quali superfluo, nessuno dei quali confondibile con gli altri. La vicenda narrata trova le sue radici in trecento anni prima e arrivando in fondo mi è rimasta fortissima la sensazione che anche quell’antica prigionia senza sollievo partecipi al grande scopo di questa Storia, che è soprattutto una storia di rinascita, di redenzione. Così l’ex partigiano Nazario, ora maresciallo della forestale in un’Italia ancora acerba e ricca di contrasti, si rifugia nei suoi boschi e scappa dalla vita, scappa da sua figlia, ma così facendo s’incammina sicuro sul sentiero che sarà la sua salvezza e la salvezza di Elisa, bambina insopportabilmente triste e sola. (E un plauso particolare Baldini lo merita per la delicatezza con cui ha trattato il tema della sua condizione). Ho adorato la comunità chiusa e coesa, isolata dal mondo, di Valchiusa, la struttura semplice, i mezzi per mantenerne la ricchezza, i riti pagani mescolati a una sicura morale, la sua matriarca dallo sguardo davvero lungo, dalla saggezza antica che non teme il giudizio altrui. Non si tratta certo di uno spunto originale, ma lo è il modo di utilizzarlo, quel farne, appunto, strumento di salvezza per il protagonista. Tutto torna, tutto si completa, tutto partecipa al percorso di Nazario, compresa la sfuggente lupa Verushka, il cui intervento ci porta, alla fine, a chiudere il romanzo con un gran sospiro di sollievo (e nel mio caso anche lacrime di commozione). Per dare il giusto credito al ruolo dei lupi nella storia è sufficiente un breve estratto, che ben racchiude il contrasto fra i tormenti dell’uomo e il sentiero chiaro, cristallino, che segue la Natura: “Alcune volte, in quelle ore di veglia nel silenzio della caserma addormentata, sentì ululare i lupi. Loro di certo non avevano paura del futuro, di certo non si gelavano nell’ansia di ciò che sarebbe venuto: vivevano un presente libero, forte, guidato da sensi acuti, da istinti certi.”
Eraldo Baldini è uno scrittore che mi piace moltissimo. Nei suoi romanzi riesce a fondere storia e mito, leggenda e realtà, con un effetto irresistibilmente affascinante. Le storie che ci narra sembrano richiamarci dal passato, come quelle leggende misteriose che le nonne tramandano attorno a un focolare, e hanno un sapore antico, il sapore di quell'Italia semplice e rurale, così lontana dal nostro mondo così complesso e modernizzato: è lì che si insinuano paure ancestrali, brutalità inattese, misteri seducenti, a dimostrazione che il male, ahimè, anche se in forme differenti, è sempre esistito. E la scrittura è fresca e limpida, con una perfetta alternanza fra parti dialogate e parti descrittive. Insomma, che cosa si può volere di più? "Come il lupo" è ambientato negli anni '50, i burrascosi anni post-bellici segnati da contestazioni operaie e caroselli di camionette. Nazario, maresciallo del Corpo Forestale, ama girovagare fra i suoi boschi umidi e silenziosi e osservare i lupi. E proprio fra questi boschi scopre una valle misteriosa, i cui abitanti, contadini e produttori di vino, vivono in maniera isolata e seguono leggi tutte loro. Ben presto Nazario scoprirà che dietro le loro usanze si cela un episodio avvenuto ben tre secoli prima, quando quattro briganti si sono intrufolati nel villaggio per saccheggiarlo....e, una volta che sarà custode di questo segreto, Nazario dovrà fare la scelta più difficile, quella fra dovere e volere, fra legge civile e legge morale, fra ragione e cuore. E non sarà facile. Insomma, fascino e mistero, storia e leggenda. E tutt'attorno la natura, silenziosa testimone della quale si descrivono sfumature e cambiamenti. Questo è un libro che seduce, in tutta la sua semplicità. E il mio appuntamento con Baldini non finisce certo qua!
Metà del XVII secolo: 4 uomini, 4 cacciatori di lupi, con la speranza di far soldi giungono in un villaggio della Valchiusa, sperduto tra i monti, per cercar di vendere la pelle di una delle loro vittime. Le loro intenzioni non sono delle migliori, vogliono anche sollazzarsi con le donne che vedono intorno, usando la forza. Il villaggio reagisce, con conseguenze drammatiche per i cacciatori.
3 secoli dopo, Nazario, un maresciallo del Corpo Forestale che lavora in Romagna, nel compito di verificare le conseguenze di un terremoto, si sposta verso un villaggio che non conosce, nella Valchiusa, produttore di un eccellente vino, e qui, per caso, dissotterra alcune ossa umane. Il legame che si viene a creare tra i due eventi, negli occhi e nella mente del lettore, è presto fatto.
Qualcosa però non torna, la datazione delle ossa è molto più recente di quanto non appaia in prima istanza. Da quel momento in avanti, indizio dopo indizio, comincerà a formarsi un quadro dai macabri risvolti folkloristici e per certi versi toccante.
All'autore, più che nell'articolare le sue storie, riesce molto bene il creare la giusta atmosfera intorno alle parole, parole che difficilmente spreca, soffiando tra le pagine un serpeggiante senso di intimità. Già, come in altri miei commenti alle sue opere, lo stile, oltre ad avere nel dna un'invidiabile vena pittorica, emana intimità, o almeno è ciò che mi arriva, un insostituibile calmante contro il soprannaturale folklore che racconta.
In Baldini predominano il come e il dove, più che il chi o il perché. In quest'ottica se ne subisce maggiormente il fascino.
Mi ci voleva un librino così, dopo 1Q84 di Murakami. Un libro sulla terra, sui boschi, sulla montagna. Sui rapporti umani, sulla responsabilità, su quanto sia facile complicarsi una già complicata vita. Non penso che sia un libro facile da capirsi, da apprezzarsi, per chi vive in città, per chi ha dimenticato quanto sia fondamentale camminare in un bosco. Bello.
Baldini me l'aveva consigliato un amico, per cui le considerazioni che seguiranno sono al di sopra di ogni sospetto. Per restare in metafora animalesca, sono la tipica bestiaccia sospettosa che da anni non legge più le seconde, le terze e le quarte di copertina per non sapere troppo del romanzo che sta per leggere, e anche per non farsi fregare da promesse non mantenibili. Qui, a libro terminato, mi sono interrogata per qualche mezz'ora sul significato della frase, in quarta di copertina: "In una scrittura limpida e in una perfetta struttura narrativa, il nuovo romanzo di Baldini fonde epoche diverse per arrivare a interrogarsi sul senso stesso della Storia. E ci porta, con assoluta naturalezza, nel cuore del mistero."
Sarà proprio vero? A cinque minuti dalla chiusura, ero propensa addirittura a pensare che quanto sopra significasse, in soldoni: Baldini ha scritto un romanzo storico. Poi il pensiero ha decantato in un: ma va' là, romanzo storico. Diciamo piuttosto romanzo arcaizzante in stile Fred Vargas. Poi rileggo e mi accorgo che nessuno lo ha mai scritto, anche se forse voleva lasciarlo intendere. Certo "interrogarsi sul senso stesso della Storia" mi pare un po' ambizioso da parte dell'editore o chi per lui, magari dovrei andare a cercare qualche intervista, che è l'unico modo per capire dove voleva andare a parare l'autore. Infine mi ricordo che Eco ha detto: dopo aver scritto il libro, il romanziere dovrebbe morire. Perché l'interpretazione - tutte le interpretazioni - è libera. Lui, quello che aveva da dire, l'ha detto. Non servono a una minchia tutti 'sti festival che facciamo, stringi stringi: il messaggio è nel testo, poi ognuno faccia le sue valutazioni e rien ne va plus.
Quindi: bel romanzo, molto bello. Consigliato, destrorsi esclusi, perché è il primo romanzo autenticamente, genuinamente di sinistra che leggo da un bel po' di tempo.
Senso della storia: sì, lo troviamo eccome. Un protagonista ex partigiano, ora maresciallo della Forestale, duramente provato dalla repressione dei moti operai modenesi nel 1950, uno convinto che rischiare la pellaccia per ridare libertà all'Italia avrebbe davvero liberato l'Italia, e poi invece si accorge che perso un Mussolini ci si ritrova uno Scelba. Il romanzo è del 2005: impossibile non sentire dentro di noi l'eco di quella profondissima delusione, noi che nel '44, nel '50 e nel '54 - l'arco temporale di questo romanzo, escluso il prologo ambientato addirittura, e non sembri incongruo, nel 1651 - non c'eravamo. La delusione è la stessa: abbiamo sperato, abbiamo visto altre liberazioni (quella studentesca, quella sessuale, quella femminile, le radio libere, il Concilio Vaticano II, la caduta del muro...) ma l'Italia è sempre quella: tutto tranne che libera.
E in questo sentimento di disillusione non artefatta, non vezzosa, ma autentica, sta innanzitutto la bellezza di questo romanzo. Un romanzo che ci riporta nella dimensione arcaica della civiltà contadina, o forse dovrei dire montanara, quella dimensione comunitaria della montagna che è sempre esistita e che i sociologi hanno chiamato Gemeineschaft opponendola giustamente alla Gesellschaft: il colpo di genio di Baldini è prendere questa contrapposizione etica e farne il perno di un intreccio di ricerca, di tensione, che però non è mai riducibile a un giallo.
C'è un'indagine, è vero, ma così semplice che non diventa mai il punto focale della ricerca del protagonista, la quale è invece interiore e allo stesso tempo collettiva. Arrivando all'ovvio ragionamento: se questo è il raccolto dell'essermi dato alla patria, a uno Stato in cui ho creduto, a cui ho creduto di contribuire anch'io nel mio piccolo; dell'aver sacrificato mia moglie, le mie speranze, la mia innocenza in cambio di un secondo fascismo mascherato da democrazia, forse è meglio ritirarsi roussovianamente sempre più su, sempre più lontano dalla città, sempre più vicino al bosco, alla dimensione ferina del lupo, dove i cuccioli vengono protetti e dove ancora posso illudermi che esista la Gemeineschaft e con essa un'etica su cui fondare qualche certezza, per quanto piccola.
Questo interrogativo (certezza o nuova illusione?), e non altro, è il "mistero" cui allude la quarta di copertina. Ed è un mistero cui il protagonista dà la sua risposta, ma destinato a riecheggiare come un dubbio nella mente di ogni lettore, che lo declinerà a modo suo. Non senza rendersi conto che dalla Gemeineschaft al familismo amorale e all'evasione totale (fiscale e non) il passo è breve, brevissimo. Baldini non ci mostra infatti Valchiusa come l'eden: bensì come una piccola comunità coi suoi pregi (stregoneria compresa) e i suoi difetti, e come un luogo che il bisogno di sopravvivenza economica e la ricerca del profitto sta rendendo sempre più permeabile alle seduzioni della Gesellschaft (la strada nuova, l'installazione delle prime tv...).
Ma qui, ripeto, è il foro interiore di ciascuno a doversi esprimere. Il romanzo è bellissimo, le sue descrizioni della natura affascineranno chi ha amato Rigoni Stern. Lo consiglio, e ringrazio Drogo che me ne parlò tanto tempo fa.
Non sono molto sicura di queste stelle, forse ne meriterebbe di meno ma in realtà potrebbe meritarsene di più. La scrittura è buona, ti tiene con la mente al libro, è stata una lettura piacevole. C'è un po' di sentimentalismo perché anche non essendo originaria del posto sono comunque diversi anni che vivo in questa zona della Romagna e veder scritto città come Cesena, Forlì, sentire questa familiarità ha reso la lettura ancora più piacevole, ma a livello di trama non ci siamo proprio. Il libro è molto piatto, i personaggi stessi lo sono. Alla fine del libro ho solo pensato "ok, e quindi?". Nei generi qui indicati c'è "Noir", "Thriller" e "Mystery" ma in realtà non ho trovato nessuno di questi tre elementi, è tutto molto semplice e lineare, scontato già dalle prime pagine. Mi dispiace perché la trama di per se poteva avere un potenziale, le ambientazioni molto belle, la scena finale (e parlo proprio dell'ultime due pagine) sono molto belle, anche immaginarsele è stato bello e di per sé il finale ci sta, ma per arrivarci non ci sono state emozioni. Che peccato.
Mi è piaciuto veramente tantissimo!!!!! Già dalle prime righe mi ha sorpreso e intrigato, perché su internet avevo letto che era ambientato negli anni ‘50, e invece nel primo capitolo siamo nel 1651. Affascinante questo collegamento con la Valchiusa secentesca, e la vicenda che dà inizio al suo mistero. Mi è piaciuta moltissimo anche l’atmosfera che si respira per tutto il libro, sempre in bilico tra realtà e, come dire, un pizzico di fantasy. Infine, tutta la storia di Valchiusa l’ho trovata bellissima, la sua posizione, la sua cultura ancora molto attenta alle tradizioni, la sua bellezza, e soprattutto quel suo vino così particolare, il San Guilatrone… chissà se esiste davvero una varietà d’uva come quella!
Mi è piaciuto molto come romanzo storico e mistery, soprattutto per l'ambientazione tra le montagne dell'Emilia Romagna e per la figura di Nazario, un forestale ex partigiano interessato a osservare i lupi e amante dei boschi. Ha una figlia epilettica che sembra veggente, abita con i nonni ed è triste. Sola. Nazario incontra gli abitanti della Valchiusa, un luogo dove non è mai morto nessun uomo in guerra, dove comanda nonna Vera (veggente ed epilettica), dove si coltiva un vino buonissmo e insolito, a quell'altitudine. Il ritrovamento tra le vigne di un corpo maschile, morto da vent'anni, mette tutto in discussione. Lo consiglio. Baldini scrive in modo molto accativante.
Un romanzo carino sulla vita nelle montagne degli Appennini tosco-romagnoli. Il mistero non è un granché, il finale si intuisce quasi subito e la trama è a tratti lenta, ma è comunque una lettura piacevole. Avevo già letto un paio di saggi dello stesso autore mentre questo era il primo romanzo e devo dire che come romanziere mi è piaciuto di più che come saggista, ma c'è comunque qualcosa di un po' farraginoso nella sua scrittura che mi impedisce di godermi appieno i suoi lavori. Libro consigliato agli amanti delle montagne e soprattutto degli Appennini
Come il lupo - Baldini 6.5 - storiella divertente, puzza di magia, del maligno che nasce dalla sfortuna, dal disagio, dalla malattia. I lupi c’entrano poco, ma alla fine i conti tornano tutti e si ha l’impressione che anche l’elemento fantastico sia stato domato, non ucciso o nascosto, ma incastrato proprio dove sta bene. Come Un buon vino rosso
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Carino, scorrevole, poco "impegnato". A livello di contenuto è un po' scontato ed il titolo lo trovo inappropriato. C'è una parte di libro in cui ai lupi non si accenna quasi.
Un bel romanzo. Una scrittura leggera che ci porta a passeggiare tra i monti. Un bel mix tra storia e thriller. Non mancano i colpi di scena che ti invitano a non smettere la lettura.
Un libro senz’altro di fantasia e anche fantasioso. Ma condito con quell’innegabile fascino che scaturisce dai racconti che riguardano culture chiuse e antichi riti
Un libro senza sale né pepe, senza mordente e senza capo né coda. Parte come un bel giallo storico con sofferenza e deprivazione, si aggiunge il mistero di una valle e poi si perde nel seguire un forestale che non sa che pesci pigliare nella sua vita e alla fine si fa guidare come un bambino da chi pretende di ottenere quello che vuole. Personaggi insulsi e prevedibili che non evolvono nella vicenda, anche se il protagonista un po' cambia ma solo in apparenza.
Iniziato e poi, per vari motivi, lasciato da parte per un po'. La seconda metà l'ho letta in un fiato. Baldini è stato una bella scoperta: mi è piaciuto lo stile, mi sono piaciute le descrizioni e le caratterizzazioni dei vari personaggi, mi è piaciuta la storia.
Uno dei migliori dell'autore che abbia letto. Quando Baldini scava nel passato e lascia stare il presente, riesce almeno a rendere il materiale un po' piu' interessante. Le premesse erano molto buone, si scende un po' dopo la prima parte, ma comunque un buon leggere.