Ilaria è un disastro ai fornelli. Un giorno, un'amica che ama cucinare le consiglia di passare un mese nella cucina di un famoso chef. All'inizio le scappa da ridere, ma poi accetta la sfida: se non ce la fa un cuoco con tre stelle Michelin ad accenderle la passione per la cucina, allora non c'è davvero niente da fare. Smessi gli abiti di tutti i giorni e scesa dai tacchi, la protagonista infila un lungo camice e si prepara ad affrontare pentole e padelle. Ma prima di addentrarsi nelle segrete di via Gavroche, Ilaria si imbatte in un libro di ricette scritto da Peg Bracken, sostenitrice della liberazione femminile dalla dittatura domestica e inventrice di centinaia di ricette rapide tra cui lo Stayabed stew - lo stufato che si cuoce felicemente da solo in cinque ore. Peg, o meglio, il fantasma di Peg diventa il Virgilio che accompagna Ilaria nel suo viaggio estremo in un mondo dominato dai maschi, con orari assurdi, in mano a fascinosi despoti e abitato da apprendisti sacrificati agli dèi dell'haute cuisine. Insieme a dodici uomini che per tutto il giorno e gran parte della notte preparano piatti raffinatissimi e costosissimi sotto l'imperiosa direzione dello chef, Ilaria vive trenta giorni tra portate da novantaquattro euro e ravioli ripieni di maionese, cucinieri convinti che "ci vuole molta cura per separare il bianco dal giallo" e giovani aiutanti sicuri che Mtv a tutto volume aiuta la concentrazione. Sapori & sudori. La fragranza vitale del gusto e il veleno dell'umiliazione.
Onore al marketing dei libri e alle recensioni degli amici dell’autrice che mi hanno fatto comperare questo insieme di pagine denominato libro, insulso e pretenzioso come una spuma di pastina in brodo in salsa flambé ai 5 grani di pepe. L’autrice, da qui in poi IB, si crede brillante come Bourdain (cosa vorrà dire poi “scrittura pop” definizione che ho letto in almeno 5 recensioni?) ma le manca l’ingrediente principale, la passione, e quello secondario, saper scrivere. Pensavo di leggere un libro dietro le quinte sullo Stato della Cucina Italiana e sul Favoloso Mondo dei Cuochi a 3-2-1 stella e invece le cose che vengono reiterate senza tregua sono:
1) IB ha paura di invecchiare e deve essere costantemente rassicurata sul fatto che è bella e giovane; 2) IB dichiara di possedere un considerevole numero di borse e scarpe firmatissime, che cita più o meno a ogni pagina; 3) IB dichiara di avere intervistato un considerevole numero di presunti VIP (scrivendo per Max e non avendolo sfogliato più di 2 volte negli ultimi 5 anni devo crederle sulla parola) e se ne vanta grossomodo ogni 5 righe; 4) IB dice che odia cucinare e non spiega perché o cosa abbia determinato questo odio, e ripete questo mantra forse anche più della citazione di scarpe-borse-vip-intervistati; 5) IB dice che ama scrivere ed è il suo lavoro, e su questo punto – a differenza dei primi 4 – nutro dei fortissimi dubbi. Questo libercolo è scritto pessimamente, non parlo di stile – a livello di scadente chick-lit (l’amica Cri-cri vien voglia di affogarla in una delle sue vellutate), non parlo di trama - un insieme di capitoli che forse potevano essere passabili come rubrica su una rivista-uso-parrucchiere, rimangono i pettegolezzi. Ecco, se vuoi fare gossip sarebbe meglio rileggersi il più grande di tutti, Capote, e poi staccare le mani dalla tastiera del pc e andare a imparare a cuocere un banale piatto di pasta al pomodoro (che per cucinare decentemente, checché se ne dica, non ci vuole né laurea né tempo a iosa) per la gioia del marito (lui biografo di Vasco, ça va sans dire). Per fortuna che l’ho pagato una manciata di euri su Amazon, dove mi sto precipitando a rivenderlo. Ps: una ricerca in rete suggerisce che Vito Frolla sia Carlo Cracco, ma non ci sono certezze ....
Despite the intriguing idea of exploring the world of cooking through direct experience, Lo chef è un dio by Ilaria Bellantoni proves to be a disappointing work in several respects, with observations that come across as stereotypical and lacking depth in relation to the complexity of the culinary world. The author focuses more on personal anecdotes and subjective impressions, neglecting to critically analyze the real dynamics that govern the workings of a kitchen brigade.For readers looking for a book that truly delves into the culinary world and its key players, there are other more structured and engaging works available. Unfortunately, Lo chef è un dio fails to stand out either as a personal testimony or as an analysis of a sector as fascinating as it is complex.
Stile scorrevole ma pessimo, superficiale, banalotto. Dal punto di vista culinario, fa passar la voglia di mangiare e ancor più di cucinare. Per fortuna me l'hanno prestato: l'acquisto è uno spreco di denaro.