È il 1883. Chiuso nella sua casa torinese, l'ormai settantenne don Domenico Lopresti, gentiluomo calabrese di incrollabile credo repubblicano, inizia a scrivere le proprie memorie, ripercorrendo l'attività politica clandestina, i dodici anni trascorsi nelle carceri borboniche, l'impresa dei Mille vissuta a fianco di Garibaldi, infine l'impiego presso le dogane del Regno unitario. Scrive con rabbia, di nascosto, quasi se ne vergognasse, spinto dalla necessità di frugare nel proprio passato per «rovesciarsi come un guanto»: ne trae amarezza e disillusione. Antimonarchico, assiste al crollo dei suoi ideali risorgimentali e si abbandona ai ricordi di una vita raminga fitta di amicizie, tradimenti, speranze e una vicissitudine umana di grande fascino che si fonde con le vicende di tutta una nazione dall'inizio dell'Ottocento ai primi anni del governo unitario, dando vita a un grandioso affresco tratteggiato con prosa compatta dalla leggera mimesi ottocentesca.
Anna Banti is the pseudonym of Lucia Lopresti, an Italian biographer, critic, and author of fiction. Much of her fiction has a central theme of women's struggles for equal opportunity.
Banti graduated from the University of Rome. She directed the literary section of the magazine Paragone and took on direction of the art section after the death of her husband, famous art critic Roberto Longhi.
Her most famous work is Artemisia, based on life of seventeenth-century painter Artemisia Gentileschi, written when she was 52 years old.
Banti died in Ronchi di Massa, Italy, at the age of 90.
Sulla scia del saggio di Giordano Bruno Guerri sul Risorgimento ho letto Noi credevamo di Anna Banti. Il titolo dice già che anche in questo caso si tratta di una “antistoria”del Risorgimento. Anna Banti sottopone al lettore il tema dell’unità d’Italia visto da un punto di vista certo scomodo per la retorica risorgimentale che parla dei “fratelli d’Italia”, “pronti alla morte” perché “Italia chiamò”. In questo romanzo c’è tanta di quella disillusione, tanto di quella negatività, dalla prima all’ultima pagina, proprie di chi è ormai rassegnato alla insensatezza della vita e all’inanità della lotta per degli ideali traditi e irrealizzabili. Attraverso i ricordi del morente Don Domenico, gentiluomo calabrese trapiantato a Torino, attraversiamo la storia italiana ottocentesca a partire dai moti del ’48 fino all’unità d’Italia, ricostruendo la sua esistenza interamente dedita alle idee repubblicane, per le quali lottò, fu incarcerato per dodici anni quando ancora c’erano i Borbone nel sud d’Italia, e poi, con l’avvento dei Savoia, ancora si battè, al fianco dell’unico vero grande eroe e mito, Garibaldi. La sconfitta è cocente, i contadini e i pastori del meridione, sui quali egli aveva riposto fiducia affinchè si ribellassero, sotto l’egida degli ideali democratici, sono passati con indifferenza dal giogo borbonico a quello, ancor peggiore perché imbevuto di pregiudizi, dei piemontesi e l’Unità d’Italia non è stato altro che un affare politico, che nulla ha avuto a che vedere con la volontà popolare. I postumi di quello scriteriato affare gravano ancora adesso sulle nostre spalle. Ma in fondo, in quel “… noi credevamo” finale c’è la forza e la potenza del sogno che giustifica una vita intera.
Un romanzo impegnativo dalla prosa corposa, che narra le vicissitudini e le disillusioni di un nobile calabrese repubblicano e garibaldino. Un'analisi della nascita travagliata dell'Italia unita, con i suoi drammi, le sue miserie, i suoi ideali, le ingiustizie sociali ed economiche. Non è stata una lettura facile perchè alcune parti sono eccessivamente lunghe e troppo "filosofiche"; per contro la maggior parte del romanzo scorre ed avvince nella narrazione della vita del protagonista.
Molto interessante per stile (riprende quello del periodo per calare maggiormente nel contesto il lettore e far apparire le vicende "più vere") e temi (principalmente illusione e disillusione di un giovane ardimentoso costretto dalla vita a dover analizzare cinicamente la sua fede in alcuni ideali da eroe romantico) ma decisamente molto lento (per me troppo) nella parte centrale. Capisco che gli anni in carcere del giovane ribelle sono la parte più importante della sua vita (e quindi del romanzo) ma sono anche la parte più lenta e ripetitiva di tutta la storia. Fossero stati occasionalmente intervallati da altri momenti (o diluiti per tutto il romanzo) la lettura forse ne avrebbe giovato. Da leggere se si ha voglia di un romanzo focalizzato sugli ideali che hanno mosso parte degli uomini del periodo (o che sono stati usati come facciata per altro).
Le memorie di un repubblicano stretto tra i Borboni, l'illusione garibaldina di un nuovo Stato equo e patrimonio di tutti e la disillusione del tradimento dei Savoia.
Che titolo formidabile, scrigno di illusioni e disillusioni, di gioventù e di vecchiaia, di ideali e tradimenti, di abnegazione e di asservimento. Noi: un gruppo, la punta di diamante del sogno, i capostipiti del nuovo corso storico che si sarebbe chiamato Risorgimento. E l’imperfetto: una tessera di fedeltà durata anni.
Ma ormai è il 1883. Il repubblicano Domenico Lopresti ha superato i settant’anni con una salute malferma e un astio che non dimentica nessuno, neppure chi gli vuole bene. Ombroso, impenetrabile, solitario, vagabonda fra il suo passato rivoluzionario e il suo presente gretto senza ritrovarne il senso. Vorrebbe essere oggettivo, vorrebbe essere autocritico, ma il suo tono è quello di chi condanna tutti al massimo della pena e assolve sé stesso per insufficienza di prove: querulo e petulante.
Diverso dal film, che vevo visto prima. Molto più introspettivo e vorrei dire il risorgimento c'entra solo come sfondo. Il protagonista è un repubblican-garibaldino, a cui persino Mazzini non va bene. Men che me no i Piemontesi, anxge se finisce col lavorare per loro e trasferirsi a torino dove di conseguenza non si trova bene. Molto del lirbo tratta dei suoi trascorsi nelle carceri borboniche, descritte come nei testi risorgimentali. Non spiega come e perchè si sposi.. piacevole la scrittura.