Nel 1972 Gian Piero Motti è un alpinista al bivio. Scalata dopo scalata, ha scoperto sulla propria pelle che l'arrampicata può diventare una droga. Così scrive il famoso articolo "I falliti", dedicato a chi non sa più vivere senza montagna. E' il passaggio fondamentale che lo porta ad aprirsi oltre i confini dell'alpinismo piemontese e oltre i miti-doveri della tradizione eroica. Da quel momento inizia un'incessante ricerca per lo sviluppo di un'avventura dal volto umano. Scopre la pareti calcaree delle Prealpi francesi, apprende l'etica dell'arrampicata californiana e approfondisce le tecniche orientali di meditazione. Diventa il punto di riferimento per una generazione di alpinisti inquieti. Questo libro raccoglie tutti i suoi scritti più importanti.
Motti nasce a Torino il 6/8/46 e ben presto diventa uno dei più apprezzati esponenti della "mitica" scuola G. Gervasutti.
Nell'ambiente alpinistico locale Gian Piero rappresenta un'eccezione per cultura, voglia di sapere, spirito di ricerca. Inoltre a differenza di molti alpinisti dell'epoca egli non è estraneo al movimento di contestazione del '68 che proprio a Torino ha il suo inizio. Ciò lo porta ben presto a forti dissensi con chi (dentro e fuori la scuola) continua a privilegiare un alpinismo di stampo classico i cui valori e le cui finalità non "possono essere messi in discussione".
Attorno alla sua figura nasce una corrente alpinistica che agli inizi degli anni settanta dà uno scossone al mondo dell'alpinismo torinese e sarà poi definita il "Nuovo Mattino". Il "movimento" nasce in un clima di rottura: basta con i codici di comportamento, con le gerarchie, con gli steccati che condizionano l'alpinismo; gli esponenti di questa esperienza (Galante, Bonelli, M.Kosterlitz, Motti, ecc), saranno poi definiti il "Mucchio selvaggio" da A. Gobetti.
Quanto scritto da Gian Piero sulla guida della Valle dell'Orco (Tamari Editore) può essere considerate il manifesto del Nuovo Mattino:
" ...sarei molto felice se su queste pareti potesse evolversi sempre maggiormente quella nuova dimensione dell'alpinismo spogliata di eroismo e di gloriuzza da regime, impostato invece su una serena accettazione dei propri limiti, in un'atmosfera gioiosa, con l'intento di trarne, come in un gioco, il massimo piacere possibile da un'attività che finora pareva essere caratterizzata dalla negazione del piacere a favore della sofferenza..."
E' bene precisare che Motti polemizzò anche con chi, liberato dall'ansia della "cima a tutti i costi", trasformò più tardi l'arrampicata in puro sforzo muscolare su itinerari superprotetti, dimenticando quindi quella componente essenziale di ricerca personale e di avventura insiti nel gioco dell'arrampicata.
rilettura periodica di una delle robe più "mie" di sempre. Come recensione lascio un pezzo de I Falliti che non scorderò mai:
Ora è pomeriggio e siamo qui su questo terrazzino a soli duecento metri dalla meta, e attendiamo in silenzio che la natura si plachi. Siamo preoccupati, abbiamo paura di morire? Non lo so. Io personalmente vedo ben da vicino il rischio che ho corso e che sto correndo, ma non ho paura, sono solo molto triste. E' la fine di luglio, e immagino un belpomeriggio di sole lassù in Val Grande, e davanti ai miei occhi le immagini si susseguono con chiarezza: cosa avrei fatto oggi? Forse avrei giocato a pallone, o forse avremmo fatto una passeggiata tutti insieme nel prati della Stura, e seduti sul solito pietro ne avremmo iniziato interminabili discussioni sulla religione, sulla politica o sulla vita.. O forse ancora sarei andato con la ragazza in un prato e dopo l'amore mi sarei soffermato a lungo a dividerle i capelli a uno a uno, o a stuzzicarle il viso con un filo d'erba, o a osservare la luce del suoi occhi illuminati dal sole. O, ancora da solo, sdraiato in un grandissimo prato, avrei affondato lo sguardo nell'azzurro del cielo con l'intento di scoprirvi lontane fantasie o avrei inseguito i giochi delle nubi con il sole cercando forme strane e fantastiche nel loro biancore pulito. O ancora avrei camminato lentamente, nell'erba, mentre il vento la piega disegnando le onde del mare e ne trae un profumo forte e pungente di fiori e di fieno. E vedo a mezzogiorno tutti i miei cari seduti intorno al grande tavolo e ancora mi pare di sentire le loro e le nostre vivaci discussioni, perché le idee sono molto diverse. Invece sono qui, dove non vi è nulla di umano, ma proprio per questo so che devo arrivare in vetta, perché so che quando ritorno mi aspetta la vita. Per uno strano caso la commozione mi colse su quella vetta delle Grandes Jorasses, alle nove di sera di un giorno di luglio, sotto un ciclo nero e cupo, illuminato da bagliori violetti verso le cime del Gran Paradiso. Certi momenti non si dimenticano, restano, segnano per sempre un'amicizia. E se ripenso alle sensazioni che provai quando ritornai, mi sembra di rivivere ancora uno dei periodi più pieni e felici della mia vita. Scoprivo ogni cosa come nuova e diversa, i colori, gli amici, mi sembrava di voler bene a tutti e a tutto. Per un mese non andai più ad arrampicare o almeno non feci più salite importanti. Ma in quel mese ebbi modo di effettuare meravigliose gite con gli amici, trascorsi intere giornate alla ricerca di paesaggi e di fiori per l'obiettivo della mia macchina fotografica, mi divertii a giocare come un ragazzino. E non pensai neppure al mio stato di forma, la cosa non mi interessava, perché ero ugualmente soddisfatto e felice anche se non compivo delle grandi salite. Tant'é vero che quando sentii ancora il desiderio di una grande e bella avventura, quando mi prese ancora la voglia di avere roccia sotto le dita, sempre con Alberto andai a fare la via Brandler-Hasse sulla Nord della Cima Grande di Lavaredo. E mi trovai benissimo. Oggi se perdo una domenica intristisco, divento irascibile, nervoso, se ogni volta che arrampico non vado a fare una via estrema, non mi sento soddisfatto. Eppure non mi sembra di essere più in forma di allora. Non si può andare avanti così
“E… se scalassimo per divertirci? Invece che soffrendo?” Mi ci sono voluti due libri per afferrare la portata rivoluzionaria attribuita a Motti nel cambiamento dell’approccio all’alpinismo. Già, perché letta con gli occhi di oggi, dove già le scarpette troppo strette vengono scartate per modelli più confortevoli e chissene della prestazione (sto parlando della massa, ovviamente, tra cui mi ci metto anch’io!) questa sua dichiarazione non sembra poi tutto ‘sto gran che, no? Eppure questa frase di Motti, calata in un contesto preciso e che va capito, in effetti cambia le cose: più che un approccio all’alpinismo vissuto con passione (con sofferenza) d’impianto tipicamente piemontese (non me ne vogliano i piemontesi: gli voglio un sacco di bene, soprattutto perché hanno i dolci più buoni d’Italia, a cominciare dal bonet – ma un po’ vi devo prendere in giro perché un certo atteggiamento di “portatori della croce dell’Italia” piuttosto che una concezione dell’impegno alla vita - molto vicino all’ottica protestante, tra l’altro - tramite la fatica e la sofferenza è un po’ “tipico piemontese”, o no?) credo che Motti abbia smantellato un approccio alla montagna di stampo fascista (lotta tra l’uomo e la Natura, la sfida con la morte, eccetera) che era giusto eliminare. Nel 1972, l’anno di pubblicazione del suo scritto più famoso, “I Falliti” in cui Motti decide di proporre o dichiarare di voler arrampicare con un altro atteggiamento, di tipo ludico, ecco che probabilmente fare una tale affermazione, da parte di un piemontese e torinese e che aveva fatto la scuola Gervasutti (la celebre sezione CAI di Torino, famosa per la durezza dei suoi corsi) quando in montagna praticamente tutti ci andavano ancora come Gervasutti e Castiglioni, ecco quindi che credo proprio che sì, Motti abbia sollevato uno tsunami negli animi dei suoi corregionali, poco inclini al divertimento fine a sé stesso ;-) Ciò detto Motti non mi ha convinta né coinvolta più che tanto. E questo mi è spiaciuto, perché volevo tanto innamorarmi di lui. Sembrava proprio quello “giusto”, poi. Quello che va in montagna alla grandissima e che poi la sera ci pensa su. Anche tanto. Uno che pensa, si chiede (e scrive!) sul senso ultimo di quello che ha fatto. Uno poi che veniva chiamato: “il Principe”! Sembrava proprio “il mio”. E invece no. Abbastanza presto l’infatuazione è evaporata perché ho letto troppi suoi vagheggiamenti melanconici sui tramonti e la fatica di vivere (mammamia…) e soprattutto troppo compiacimento in questo atteggiamento. In altre parole, mi è sembrato l’eterno adolescente, che adora sguazzare nel confuso “male di vivere” perché in realtà sta rifiutando il passaggio alla vita adulta con le sue responsabilità, in primis quella di rendersi il più possibile felici. Il mettersi in cattedra di Motti e declamare come sia sbagliato vivere solo di alpinismo quando invece è bene coltivare tanti interessi (come il “nobile sport dello sci”, parole sue, o il riprendere a viaggiare) non è sbagliato di per sé ma lo diventa quando Motti lo dice che se fosse l’unico modo corretto di vivere e proprio da chi di soldi ne aveva facilmente. In quegli anni l’irritazione che ha creato quest’atteggiamento di Motti è stato ricondotto (comprensibilmente e giustamente) anche alla lotta di classe: ora, coltivare diversi interessi è importante a prescindere da quanti soldi uno abbia. Quello che anche a me ha dato fastidio è stato il suo l’atteggiarsi a professorino (o a demagogo) quando invece poi era proprio lui il fallito numero uno, quello che è stato incapace cioè di crearsi la sua propria vita, in cui essere felice e soddisfatto, indipendentemente da quello che ne pensava il suo milieu borghese (vedi Lionel Terray). Motti ha sempre oscillato: si sentiva il più reietto dei borghesi (soffrendone) e il boss tra la classe operaia (senza che ciò gli desse la minima soddisfazione perché lui voleva essere apprezzato dai suoi consimili. Così passa da un lavoretto all’altro che seppur fossero coerenti con i suoi interessi, lui aveva sempre un’università piantata a metà e matrimoni borghesi cui lui rifuggiva all’ultimo. Inevitabile il confronto con guarda invece Carlo Grassi, di cui Motti ci racconta in un articolo specifico: operaio appassionato di montagna, lascia la fabbrica, lavora ai gabbiotti degli skilift per mettere via i soldi per diventare guida alpina e per poter vivere arrampicando più che poteva e riesce a portare a termine tutti questi suoi obiettivi. Indiscutibilmente non è fu un percorso facile da nessun punto di vista nemmeno per Grassi, ma non credo che lui abbia mai pensato di suicidarsi nemmeno per un secondo. Non credo nemmeno che lui si sia mai messo a “vagheggiare malinconicamente” senza capire bene il perché della sua tristezza. Ecco perché alla fin fine, se dovessi innamorarmi di qualcuno non sarebbe certo Motti, ma Grassi!. Insomma, Motti soffre talmente del suo malessere che alla fine, nel fiore dei suoi anni, si suicida. Un’antologia di scritti di Motti, interessante ma che forse avrebbe potuto essere di ancora maggior impatto se l’ordine tematico proposto da Camanni fosse più accessibile a tutti: nonostante le sue introduzioni acute e brillanti, lui scrive sempre da uno che ha vissuto quei momenti, ne ha conosciuto i protagonisti ma dimentica che non è la stessa cosa per il suo pubblico.
Storia dell'arrampicata in Italia, una raccolta di tutti gli articoli scritti da Motti. Interessante per chi è appassionato d'arrampicata. Non è un libro che si legge tutto d'un fiato ma un articolo ogni tanto.
Forse lo scritto più famoso è "I falliti"...tantissimi gli spunti su cui fa riflettere questo grande personaggio, prima di porre tragicamente fine alla propria vita ancora molto giovane. Da leggere se si vuol conoscere il pensiero di Motti e di molti scalatori torinesi di quell'epoca.