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288 pages, Paperback
First published April 1, 1982

Non possiamo fare a meno di chiederci, leggendo la storia del Messico: perché gli indiani non resistono di piú? non si rendono conto delle ambizioni colonizzatrici di Cortés? La risposta sposta la domanda: inizialmente gli indiani delle regioni attraversate da Cortés non rimangono affatto impressionati dalle sue mire conquistatrici, perché questi indiani sono già stati conquistati e colonizzati dagli aztechi.
Il Messico di allora non è uno Stato omogeneo, ma un conglomerato di popolazioni sottomesse dagli aztechi, i quali occupano il vertice della piramide. Lungi dall'incarnare il male assoluto, Cortés apparirà spesso come il male minore, quasi come un liberatore che permette di scuotere il giogo di una tirannia particolarmente odiosa perché presente e in atto.
Sensibili come siamo ai misfatti del colonialismo europeo, noi stentiamo a comprendere perché gli indiani non si ribellino immediatamente, quando sono ancora in tempo, contro gli spagnoli. Ma i conquistadores non fanno che seguire le orme degli stessi aztechi. Noi possiamo rimanere scandalizzati nell'apprendere che gli spagnoli cercano soltanto oro, schiavi e donne.
Sia o non sia accettabile questa spiegazione dal punto di vista medico, una cosa è certa (ed è molto piú importante ai fini dell'analisi delle rappresentazioni ideologiche che qui sto tentando): i conquistadores considerano sicuramente le epidemie come una delle loro armi. Non conoscono i segreti della guerra batteriologica, ma, se potessero farlo, non esiterebbero a servirsi scientemente delle malattie; si può pensare che, in generale, non abbiano fatto nulla per impedire l'estendersi del contagio. Il fatto che gli indiani muoiano come mosche è la prova che Dio è dalla parte dei conquistatori. Gli spagnoli presumevano forse un po' troppo per quanto riguarda questa loro valutazione della benevolenza divina; ma, per loro, si trattava di un fatto incontestabile.
Motolinia, membro del primo gruppo di francescani sbarcati in Messico nel 1523, comincia la sua Historia enumerando le dieci piaghe inviate da Dio, per punizione, su quella terra; la loro descrizione occupa il primo capitolo del primo libro. Il riferimento è chiaro: come l'Egitto biblico, il Messico si è reso colpevole dinanzi al vero Dio e viene giustamente punito. Vediamo allora succedersi, in questa elencazione, una serie di eventi la cui integrazione in una successione unica non è priva di interesse.
Chiamiamo le due concezioni con dei nomi a noi familiari (anche se tali nomi non sono del tutto esatti storicamente): Las Casas e gli altri sono dentro l'ideologia colonialista, contro l'ideologia schiavista. Lo schiavismo, in questo senso della parola, riduce l'altro al rango di oggetto. Lo si vede chiaramente in tutti i comportamenti nei quali gli indiani vengono trattati non come uomini, ma come esseri inferiori: gli spagnoli si servono della carne degli indiani per nutrire gli altri indiani che sopravvivono, o addirittura i cani; li uccidono, come animali da macello, per estrarne il grasso (al quale viene attribuita la virtú di guarire le ferite degli spagnoli); mozzano loro tutte le estremità (naso, mani, seni, lingua, sesso), cosí come si taglia un albero, trasformandoli in tronconi deformi; propongono di utilizzare il loro sangue per annaffiare i giardini, quasi fosse l'acqua di un fiume. Las Casas riferisce che il prezzo di una schiava aumenta quando è incinta, esattamente come si fa per le vacche. "Quell'uomo indegno si è vantato, si è gloriato senza mostrare alcuna vergogna nanzi a un religioso, di aver fatto di tutto per mettere incinte molte donne indiane, al fine di poterne ricavare un miglior prezzo vendendole come schiave gravide".
Ma questo modo di utilizzare l'uomo non è, ovviamente, il piú redditizio. Se, anziché ridurre l'altro al rango di oggetto, lo si considera un soggetto capace di produrre degli oggetti suscettibili di appropriazione, basterà aggiungere alla catena un anello un soggetto intermedio e diventerà allora possibile moltiplicare all'infinito il numero degli oggetti appropriabili.
Il gran sacerdote degli idoli o il suo aiutante, che compivano abitualmente il sacrificio, (...) quando il petto del povero infelice era teso al massimo, lo aprivano a forza con l'aiuto di quel coltello crudele e gli strappavano rapidamente il cuore; l'officiante di quell'atto vile sbatteva allora il cuore sulla parte esterna della soglia dell'altare, lasciandovi una macchia di sangue. (...) Nessuno pensi che coloro che venivano sacrificati, mediante estirpazione del cuore o in altro modo, andassero a morire di loro volontà; vi erano costretti con la forza e subivano violentemente la morte e il suo tremendo dolore» (1, 6).
"Crudele", "vile", "poveri infelici", "tremendo dolore": è evidente che Motolinia, il quale ha sottomano un racconto indigeno, ma non lo cita, introduce nel testo il suo punto di vista, infiorandolo di termini che esprimono la comune posizione di Motolinia e del suo eventuale lettore; egli prevede e rende esplicita, in qualche modo, la reazione di quest'ultimo. Le due voci non sono su un piede di parità, esprimendosi ciascuna autonomamente: una delle due (quella di Motolinia) include e integra l'altra, che non si rivolge al lettore direttamente, ma per il tramite di Motolinia, il quale resta l'unico soggetto nel senso pieno della parola.
Consideriamo ora una scena analoga, descritta da Durán: "L'indiano prendeva il suo piccolo carico di doni recati dai cavalieri del sole, insieme al bastone e allo scudo, e cominciava a salire passo dopo passo verso la sommità del tempio, rappresentando cosí il percorso del sole da est a ovest. Quando giungeva in cima e si collocava al centro della grande pietra solare, che ivi si ergeva ad indicare il mezzogiorno, i sacrificatori lo raggiungevano e gli squarciavano il petto. Ne toglievano il cuore e lo offrivano al sole, gettando il sangue in direzione di esso. Poi, per rappresentare la discesa del sole verso ovest, facevano rotolare il cadavere giú per la scalinata" (III, 23). Niente crudele, niente vile niente "infelici": Durán conduce la sua narrazione in tono tranquillo, astenendosi da ogni giudizio di valore