"Un mondo che si considera prospero e civile, segnato da disuguaglianze e squilibri al suo interno, ma forte di un'amministrazione stabile e di un'economia integrata; all'esterno, popoli costretti a sopravvivere con risorse insufficienti, minacciati dalla fame e dalla guerra, e che sempre più spesso chiedono di entrare; una frontiera militarizzata per filtrare profughi e immigrati; e autorità di governo che debbono decidere volta per volta il comportamento da tenere verso queste emergenze, con una gamma di opzioni che va dall'allontanamento forzato all'accoglienza in massa, dalla fissazione di quote d'ingresso all'offerta di aiuti umanitari e posti di lavoro. Potrebbe sembrare una descrizione del nostro mondo, e invece è la situazione in cui si trovò per secoli l'impero romano di fronte ai barbari." Per molto tempo la gestione di questo flusso di popoli attraverso i confini dell'Impero produce un equilibrio instabile ma funzionale, che garantisce ai Romani l'approvvigionamento di nuove leve per l'esercito e per la coltivazione dei campi, in cambio dell'assimilazione nei più grande "Stato" del pianeta.
Si laurea in lettere nel 1981 con una tesi in storia medievale all'Università di Torino. Successivamente perfeziona i suoi studi alla Scuola Normale Superiore di Pisa e nel 1984 vince il concorso per un posto di ricercatore in Storia Medievale all'Università degli studi di Roma "Tor Vergata". Nel 1996 vince il Premio Strega con il romanzo "Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo". Dal 1998, in qualità di professore di Storia Medievale, insegna presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro". Oltre a saggi storici, è anche scrittore di romanzi. Collabora con il quotidiano "La Stampa", e lo speciale "Tuttolibri", la rivista "Medioevo" e con l'inserto culturale del quotidiano "Il Sole 24 Ore". Dal 2007 collabora ad una rubrica di usi e costumi storici nella trasmissione televisiva "Superquark". Il governo della Repubblica Francese gli ha conferito il titolo di “Chevalier de l’ordre des Arts et des Lettres”.
Saggio storico molto approfondito che sintetizza benissimo il rapporto sviluppatosi nei secoli fra l'Impero e 'gli altri', quelli che genericamente i Romani chiamarono barbari.
Da pura e semplice marmaglia da annientare e incatenare per approvviggionare il sistema schiavista romano durante i secoli gloriosi (per Roma ovviamente) dell'espansione e del consolidamento dello Stato, i Barbari diventano qualcosa d'altro già verso la fine del II secolo, sotto il regno di Marco Aurelio, quando irrompono improvvisamente al di qua del Reno e del Danubio, saccheggiando e distruggendo (come negli anni della Repubblica e della grandi invasioni celtiche).
Il succo del ragionamento di Barbero che si dipana nei secoli è che Roma, per almeno 200 anni (dalla crisi del II secolo fino alla fine del IV) seppe gestire in maniera più che discreta la moltitudine umana che premeva alle frontiere, alternando il bastone e la carota e, soprattutto, garantendo quando la situazione si faceva complicata la possibilità a nuclei di barbari di insediarsi all'interno dell'Impero come coloni o di arruolarsi nei reggimenti dell'esercito.
Il sistema funzionò egregiamente per secoli, finché le condizioni al contorno che lo definivano ressero, ossia: posizione di forza da parte dei Romani nelle contrattazioni per l'accesso dei barbari (cosa che, con l'esercito anche solo a media efficienza si era sempre verificata, persino durante le ripetute crisi dovute a guerre civili e usurpazioni); assegnazione ai coloni barbari di terre demaniali distanti dalla loro frontiera d'origine e frammentandone i nuclei; arruolamento delle reclute barbare in reggimenti regolari, diluite fra soldati romani. Insomma, tutto si tiene finchè si riesce a evitare categoricamente la formazione di grandi nuclei civili o militari barbarici, etnicamente distinti e autogestiti, all'interno dell'Impero o dell'esercito. Diluiti nel gigantesco impero, i barbari seguirono lo stesso percorso dei loro predecessori galli, celti, iberici, greci, illirici, ecc ecc ecc diventando cioè Romani fra i Romani, assimilando velocemente cultura, leggi e regole latine.
Non solo il sistema funzionò, ma venne cinicamente sponsorizzato dallo Stato stesso, dato che per una civiltà come quella romana il problema dei problemi era proprio l'incessante, continua, infinità necessità di manodopera (intesa sia come manovalanza agricola che come soldataglia regolare). E queste immense masse di agricoltori semi-nomadi che premevano alle frontiere erano l'ideale per riempire i vuoti che guerre e epidemie creavano di continuo.
Il sistema funziona fino a quando c'è un esercito forte, coeso e prestigioso che permette allo Stato di definire i rapporti da una posizione di forza, di controllare le frontiere e le relative migrazioni, di bastonare senza pietà chiunque al minimo segnale di ribellione; vacilla e poi crolla nel lasso di tempo di appena qualche decennio quando prima l'esercito orientale, in un giorno, viene praticamente annientato (Adrianopoli, 9 agosto 378) e poi ci si trova a dover gestire una fiumana immensa di profughi, disertori, razziatori (Goti, nella fattispecie) che si espande incontrollabile sulle due sponde del Danubio.
Si aggiungano poi le guerre civili fra imperatore legittimo e usurpatori che coinvolgono Teodosio (l'uomo che rimette insieme i cocci dell'Impero dopo la catastrofe di Adrianopoli) e che gli impongono, per salvare il trono, di arruolare bande di mercenari goti autonome all'interno del suo esercito.
Finisce la capacità dell'esercito di difendere le frontiere, funzione che viene sempre più demandate ai barbari, che vengono a formare bande indipendenti e presto incontrollabili; insieme, grandi masse di popolazioni irrompono da oltre frontiera e si insediano in gruppi coesi, etnicamente divisi dal resto della popolazione.
E con l'esaurirsi della capacità dell'Impero di assimilare, diluire e trasformare in cittadini romani i barbari, finisce l'Impero (almeno in Occidente), che almeno fino al 378 rimaneva un sistema politico, economico, militare ancora saldo, florido e immensamente potente.
Come spesso accade, se i segni del declino sono sparsi nel tempo e hanno radici profonde, il collasso è ben più rapido di quello che si è soliti pensare.
E' molto singolare tuttavia notare che, sebbene a crollare siano stati l'esercito e le frontiere dell'Oriente (i Goti sfondarono sul basso Danubio) fu poi l'Occidente a subire tutto il contraccolpo e a disintegrarsi di lì a poco; l'Oriente, più ricco, forte e avanzato reagì e sopravvisse, raggiungendo anzi una potenza nei secoli successivi superiore rispetto a quella di questi secoli bui.
Lettura consigliata, anche se piuttosto tecnica (ma neppure troppo - Barbero è un ottimo narratore), soprattuto visti i tempi che viviamo.
La Storia e' maestra di vita, cosi' dicono. Si potrebbe percio' guardare alla gestione dell'immigrazione da parte dell'Impero Romano durante tutta la sua lunga durata per avere un'idea della complessita' di questo fenomeno. L'idea stessa di confine implica un dentro e un fuori, genti che hanno diritti e benessere e altre che lottano per ottenerli, con le buone o con le cattive. Il saggio e' molto interessante, ben scritto e argomentato. Per alcuni versi e' addirittura commovente rintracciare nei reperti storici, i nomi di antichi europei, asiatici e africani, che grazie al melting pot imperiale hanno potuto incrociarsi e dare vita a una societa' piu' evoluta e complessa. Ad esempio in Tripolitania troviamo un Marco Porzio Iasuchtan, sul Reno il semita Aurelio Regretho, nella Germania Superior l'arabo Mars Ibn-Qasith, in Siria il goto Flavio Agemundo, in un rimescolamento che sara' il viatico per i nuovi popoli e nazioni del periodo medioevale.
Sono arrivato a questo libro dalle lezioni omonime che si trovano online. Qui chiaramente il tema è trattato in maggior dettaglio e con maggior rigore.
Mi è piaciuto molto il racconto della ricerca storiografica: perché ora si guardino con occhi diversi scritti e reperti trovati decenni fa, la collaborazione e incomprensione tra storici e archeologi, e il fatto che molte cose, anche elementari, non sono chiare e spesso anche i ricercatori sono in disaccordo.
La trattazione è cronologica e piuttosto fredda, da manuale universitario (forse lo è), quindi non è una lettura trascinante, ma il tema è molto interessante di per sé, perché ha ovvi parallelismi col presente. Impressionante quanto è fuorviante e vetusto quello che mi hanno insegnato a scuola sul tema.
Un affresco del coplesso e variegato mondo romano. Ancora più complesso di come ci era stato raccontato finora. Barbero è un divulgatore bravissimo: sa raccontare con chiarezza e leggerezza, senza trascurare dettagli e senza mischiare le carte.
Non ha avuto tutti i torti l'editore a promuovere questo studio, che tratta del rapporto fra Impero romano e popolazioni stanziate oltre i suoi confini, come una riflessione sulla presenza degli "extracomunitari" ante litteram.
L'attualizzazione del tema ci permette di capire la fondamentale duplicità che caratterizza tutta la storia di questo rapporto: da un lato il barbaro è un nemico, sempre pronto ad attaccare e rapinare, e come tale va sconfitto e punito, anche - se necessario - con lo sterminio del suo intero popolo. Dall'altro è un essere umano come chiunque altro, quindi adatto a diventare un suddito, un contribuente e negli ultimi secoli dell'impero anche un soldato, esattamente come tutti gli altri popoli che, prima del suo, l'impero aveva sconfitto e sottomesso.
Barbero non insiste più del dovuto su questo richiamo alle tematiche che fanno sgolare i leghisti odierni. Il suo interesse è infatti prettamente storico. E il suo compito è mostrare come l'integrazione degli sconfitti nell'impero sia sempre stata una strategia deliberata, che solo negli ultimi decenni scappò di mano, ma per ragioni che nulla avevano a che vedere con la tradizione in sé.
I romani facevano la guerra per conquistare terre, ma non sapevano che farsene di terre vuote, prive di contadini, bovari e vaccari che pagassero loro le tasse. I barbari sconfitti, le loro mogli e i loro figli erano prede altrettanto ambite dei loro greggi e delle loro terre. Proponendo una lunga serie di citazioni degli storici antichi, Barbero riesce a dimostrare quanto spesso i generali e gli imperatori romani, inflitta una prima sconfitta ai nemici barbarici, si affrettassero a recuperare quanti più superstiti fosse possibile, concedendo loro terre e viveri in zone spopolate o sotto-popolate. Un comportamento assurdo, per chi ragiona in termini di guerra di sterminio, come si fa oggi, ma perfettamente logico per chi vedeva nella guerra letteralmente un metodo di gestione delle "risorse umane".
Barbero ricorda che esistevano tradizioni giuridiche di accoglimento (hospitalitas) per l'insediamento d'interi popoli che si presentavano alla frontiera, spesso incalzati da nemici troppo forti emersi all'improvviso dalle sconfinate steppe asiatiche. A volte la richiesta era pacifica, altre la disperazione spingeva a credere che l'uso delle armi avrebbe ottenuto di più e prima, e allora la spietata macchina da guerra romana riusciva sempre a macinare ed annientare la "protervia" barbarica. Ma anche in questi casi si finiva per tornare alla tradizione: i superstiti venivano immancabilmente risucchiati nell'impero come schiavi, contadini, soldati, e nel giro d'un paio di generazioni erano romani tanto quanto gli altri sudditi.
La crisi demografica degli ultimi due secoli dell'impero, creando vuoti nei campi e nei ranghi militari dell'impero, spinse poi a considerare i barbari sconfitti o supplici sempre più come una "risorsa" da sfruttare.
Barbero ribalta la visione tradizionale d'un impero sempre più "infiltrato" dai barbari fino ad essere indebolito nelle sue fibre e quindi crollare. Al contrario: dati alla mani dimostra che le crepe sempre più larghe dell'edificio dell'impero furono rappezzate e cementate per due secoli con le iniezioni di cemento fresco fornito proprio dai barbari. Solo la sparizione progressiva del "muro", i soldati indigeni, fece saltare questa strategia, specie dopo la battaglia di Adrianpoli, quando i goti divennero talmente numerosi nell'esercito da comportarsi sempre più come "alleati" se non come "mercenari" che come "sudditi". Ma a questo punto la crisi era endogena.
Prima di allora, aveva sempre funzionato perfettamente il trucco d'integrare stabilmente nell'Ecumene romano i nuovi arrivati, al punto che nella propaganda imperiale divenne un luogo comune (perfino quando era ormai palesemente falsa) l'immagine del "barbaro sconfitto che ora gioisce sotto le miti e umane leggi romane", usando a fin di bene anziché di male la sua barbarica e sovrabbondante vitalità in qualità di coscritto nell'esercito.
Fu proprio all'esercito (che risucchiava barbari da mezzo mondo e li risputava cittadini romani, che magari masticavano pure un po' di latino) che fu affidato il compito principale di agire da melting pot. E finché riuscì a svolgere questo ruolo, fornendo uno "spirito di corpo" alle reclute e spingendole a identificarsi con l'Impero, tutto andò bene. (La situazione ai miei occhi non appare diversa da quella dell'esercito statunitense attuale, che arruola latinoamericani offrendo loro la sospirata green card al termine del servizio, ricevendo in cambio un servizio impeccabile).
Fu solo quando, per motivi endogeni, le istituzioni romane smisero di funzionare, che i barbari dilagarono al di fuori dei confini che erano stati tradizionalmente imposti loro -- con la forza, ovviamente, ma pur sempre imposti con successo. Tant'è che proprio nel "fallimento dell'integrazione gotica" a cavallo fra IV e V secolo Barbero vede, nell'ultimo capitolo, la ragione dei guai passati dalla parte occidentale dell'impero, guai noti collettivamente come "invasioni barbariche".
Insomma, fino a che l'impero funzionò, in quanto istituzione, non solo la pretesa "infiltrazione" dei barbari non lo indebolì, ma al contrario lo rafforzò. Ciò che innescò la crisi fu la crisi stessa delle istituzioni politiche, e il dilagare spaventoso della corruzione, che questa volta impedì, a differenza delle volte precedenti, una risposta adeguata a una nuova (non la prima, e neppure l'ultima) ondata di popolazioni provenienti dalle steppe asiatiche.
Da un lato latifondisti aristocratici che ricorrono alla corruzione per evitare che l'esercito utilizzi il proprio diritto di coscrizione dei "loro" contadini, ormai non più uomini liberi ma sempre più "servi della gleba". Dall'altro ufficiali, romanissimi, che vendono per proprio profitto personale i materiali destinati al nutrimento e alla paga dei soldati, e al mantenimento della struttura. Su tutto, aggiungo io (non Barbero), incombe una classe dirigente sempre pronta a produrre usurpatori e a fare a pezzi lo Stato per i propri interessi personali, e che in ogni militare capace vede ora un pericolo, finendo per eliminare sistematicamente i generali che come Stilicone o Ezio avevano il solo torto d'aver vinto troppe battaglie contro gli invasori, mantenendo al comando solo quelli abbastanza incapaci da non costituire un pericolo...
L'ondata "barbarica" è un attore che arriva su questa scena ed effettivamente ne approfitta, sostituendo il proprio potere a quello d'uno Stato che si stava disgregando dall'interno. Ma questa crisi è sfruttata, e non creata, come invece ha preteso per secoli la storiografia di marca nazionalista.
Se la storia insegna qualcosa, quindi, è che i veri barbari sono coloro che pongono barriere di tutti i tipi alla completa integrazione del "sangue fresco" portato dalle immigrazioni.
Stupenda opera di Barbero in cui si nota un lavoro e una conoscenza vasta e approfondita sulla questione. Ci fa piacere vedere il lavoro investigativo svolto. All'inizio, magari, si rimane stupiti dalla lenta e meticolosa introduzione al tema che, piano piano, dipinge le vicissitudini dell'esercito romano e la sua importanza per l'impero. Ma nelle ultime 60 pagine organizza tutti i temi trattati in precedenza come se fossero un puzzle molto ben architettato. Eccellente, e ovviamente lo userò (in maniera abbastanza più semplificata) per insegnare ai miei studenti.
L'ho odiato dalla prima all'ultima pagina che non vedevo l'ora arrivasse. In realtà Barbero non ha grandi colpe semplicemente l'ho trovato troppo specialistico e per nulla interessante, senza contare che il pretesto di partenza: "suggerire la ricerca di possibili soluzioni ai problemi odierni, differenze per mettere in guardia dal paragonare situazioni non confrontabili." non mi sembra nemmeno svolto benissimo.
Barbero racconta la storia dell’immigrazione nell’impero romano dai tempi di Cesare fino al suo crollo. Capitolo dopo capitolo, appare sempre più evidente l’importanza dell’esercito come punto di assimilazione culturale e l’utilizzo dei barbari come coloni per ripopolare terre desertificate dalla guerra o dalle malattie.
Malgrado lo storico non tracci paragoni espliciti con il presente, ciò che racconta ha chiari rimandi a quello che l’Italia e tutto l’Occidente vive in questi decenni.
Da grandissimo ricercatore, Barbero alterna fatto storici ad ampia documentazione. Oltre ad una estesa bibliografia, le fonti sono spesso citate già nel testo, con ampio uso di virgolettati. Questo, unito a riflessioni sull’indagine storiografica e archeologica, fa si che il lettore si senta parte della ricerca, con il compito di mettere insieme tutti i pezzi per arrivare a tracciare un disegno più chiaro possibile.
Occasionalmente avrei gradito maggiori chiarimenti riguardo alla terminologia e alla struttura gerarchica nell’esercito. Manca anche, a mio avviso, un capitolo dedicato ai barbari. Vediamo tutto con gli occhi dei romani, mai dai veri protagonisti di questa storia.
Winston Churchill una volta disse: "Più si riesce a guardare indietro nel passato, più avanti si riuscirà a vedere". L'intento di questo libro sembra aderire alla perfezione allo spirito dell'assunto formulato dal grande statista britannico. La grande forza di quest'opera risiede nel tentativo di inquadrare in un contesto storico più ampio i problemi che sembrano affliggere la nostra società, dimostrando quanto siano perfettamente sovrapponibili a quelli del tardo impero romano. Un mondo ricco, raffinato, evoluto, governato da un'amministrazione ramificata e caratterizzato da una struttura economica poco meno che globale, a dispetto dei tempi. Al di fuori di esso, oltre il limes - una frontiera che ricorda molti dei nostri attuali muri - preme un magma di popoli che desiderano entrare a far parte di questa realtà. Le risposte date dalle autorità romane (accoglienza, respingimento, quote di ingresso, aiuti umanitari o tributi a potentati locali per deviare il flusso di immigranti) sono le stesse opzioni che i nostri governi sono chiamati di volta in volta a scegliere...
Un libro un po' pesante; lo vedo più come un libro universitario che un saggio divulgativo. La parte positiva è che ci sono molte fonti che vengono analizzate e soppesate, quella negativa è che è duro da digerire soprattuttos e si ha poca conoscenza del periodo. Avrei preferito che venissero date delle base di partenza prima di affrontare l'argomento immigrazione in modo tale da poter apprezzare meglio il lavoro e seguirlo senza difficoltà. Infatti sapendo qualcosa sulla battaglia del 378, Adrianopoli, ho apprezzato di più quel periodo. Sicuramente qualcuno che ha studiato e conosce bene il periodo può trovare il libro un buon approfondimento.
Un libro estremamente utile e interessante per tutti coloro che sono appassionati di storia dell'antica Roma. Il fenomeno delle migrazioni di barbari viene illustrato e approfondito con cura e dettaglio (forse fin troppo dettaglio in certi punti, ma è sempre un libro di storia), facendo risaltare la complessità del periodo storico del tardo Impero Romano.
Ricchissimo di spunti bibliografici, molto curato nella scelta dei riferimenti, esaustivo sull’argomento. Unico neo: ha evidenziato li spreco di denqro che ho fatto comprando la Storia Augustea UTET :(
Rigoroso saggio storico sulla gestione dell'immigrazione da parte dell'impero romano fino al mancato assorbimento dei Goti. Il Barbero scritto è lo studioso che non arricchisce la narrazione con aneddoti ma con fonti.
Libro da rendere per qualche anno obbligatorio nelle scuole e, soprattutto, nel mondo politico, affinché si giunga ad una politica dell'immigrazione che abbia un senso.
Barbero è sempre piacevole da leggere, panoramica breve ma interessante sull immigrazione nel tardo impero, resta un po piu povero di dettagli rispetto al suo standard ma sempre piacevole
È un saggio storico, che racconta le politiche di immigrazione e/o deportazione dei popoli "barbari", facendo bene attenzione su cosa sappiamo per certo e cosa invece non sappiamo.
Ogni capitolo riflette un'epoca, partendo dal principato, passando per gli Antonini, i Severi, crisi del terzo secolo, tetrarchia, Costantino e discendenti fino a Teodosio.
Non è molto tecnico anche se non divulgativo, a tratti noioso e ripetitivo, ne consiglio una seconda rilettura.
Je suis un grand fan. d'Alessandro Barbero et son dernier livre ne déroge pas à la règle : il est tout simplement excellent !
"L'armée impériale constituait donc une société militaire très unie, cohérente, dont la plus grade partie des hommes était certes d'origine multiethnique mais qui, pour la plupart, avaient embrassé la religion chrétienne et obtenu, sinon de manière formelle la citoyenneté, du moins un statut juridique grâce auquel ils n'avaient plus aucun motif de se considérer comme des étrangers ou des êtres inférieurs. Et c'est en ce sens que le projet de Théodose tendant à absorber dans les rangs de l'armée le plus gros des immigrés goths correspondait assurément à l'intention déclarée d'accélérer l'intégration de la totalité de l'ethnie dans l'orbe romain" dit Barbero. Mais l'intégration des Goths a échoué (pression du nombre, abandon des politiques rigoureuses de contrôle des immigrants barbares) et l'Empire romain d'Occident ne s'en est pas remis...
Qui Barbero dimostra tutta la sua faziosità sul tema dell'immigrazione. L'impero Romano, è caduto per vari motivi , tra cui il principale è proprio quella massa di popoli barbari che venivano usati come soldati/ mercenari. L'illusione iniziale (sposata da Barbero) che eventualmente si sarebbero integrati, è smentita dai fatti. La forza di Roma era l'orgoglio di combattere per il proprio popolo, famiglia. Una volta venuto a mancare questo senso di appartenenza (con l'espansione dell'impero e il melting pot della popolazione) , è venuta a mancare la vera forza di Roma, dato che i Romani, "Romani" non si sentivano più.
I chose this book, thinking to a more instructive book than it actually is. Maybe I made a mistake in reading the sleeve of the book: it's a very in-depth job which explanes very well, from several sides, the immigration matter that Roman Empire had to deal with through the centuries. Of course, it has a great importance related nowadays: certainly I suggest it to students who need a technical book for a study or a research, but also to ones who want to learn more about a potential matter has became a source for the empire which gained the integration of several different populations.
come i romani hanno gestito gli " extracomunitari " della loro epoca, soluzioni pragmatiche a seconda del momento e luogo, avendo ben presente le loro esigenze e bisogni, sia di soldati che contadini per ripopolare le parti dell'impero disabitate.